Per ogni proiezione viene consegnata una scheda allo spettatore curioso, con i dati principali e una mia breva annotazione. Pubblicherò di volta in volta quest'ultima.
Ecco cosa hanno letto di mio i 78 spettatori paganti.
UN APPROFONDIMENTO: IL TITOLO ORIGINALE
Il titolo originale porta con sé le origini del protagonista, appunto uno “slumdog”, espressione gergale (cane dello slum) dove l’accostamento all’animale ha un uso svilente che in italiano possiamo ritrovare in espressioni tipo “solo come un cane”. Il titolo è fortemente ossimorico, accosta cioè due termini in antitesi tra loro: lo slumdog è l’ultimo degli ultimi, uno sventurato, mentre il milionario è un eletto. Ancora più forte è da considerare l’espressione perché ambientata in India, società caratterizzata per millenni –per molti versi ancora oggi– dalla divisione in caste, in cui la nascita decide il proprio stato sociale di tutta la vita, senza possibilità di cambiamenti: un “cane della baraccopoli milionario” è fatto più unico che raro,
addirittura destabilizzante.
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mercoledì 25 novembre 2009
giovedì 12 novembre 2009
domenica 18 gennaio 2009
Il Filmone
Incute timore, merita rispetto.
Aggiungendo la desinenza accrescitiva più comune, effettivamente tutto cambia.
Tanti minuti,
numerosi personaggi,
spazi sconfinati
svariati svolgimenti della storia.
Negli anglofoni troviamo come corrispettivo il meno casereccio Kolossal, eppure il concetto rimane lo stesso, quello impressoci nella mente dalla zampona di Godzilla:
le dimensioni contano.
Allora, questi filmoni, possono essere paragonati solo tra loro: l'unico rischio è cadere nel classico rito del +.
[Aperta parentesi. Il rito del + prevede una sfida tra due individui o gruppi di individui o cose in cui il vincitore è o ha di più: questo rito, presente in natura, è una delle dimostrazioni più importanti della selezione naturale. Chi è più colorato, feroce, forte si accoppia e sopravvive. Invece nell'homo sapiens - che per inciso, sapiens se l'è detto da solo, quindi sai che valore!- la selezione naturale è stata superata, e di naturale rimane ben poco, ma sulla non naturalità dell'uomo ne parlerò a tempo debito. Dicevamo...ah sì! Non c'è più la selezione naturale, c'è ancora il rito del +, ma che ha perso la ragione della sua esistenza: e allora? Semplice vanagloria: si vuole essere più, anche quando la caratteristica non è una virtù; solo l'uomo sapiente poteva apportare una simile degenerazione. Quanti amiconi mangiavano le cose più schifose per risultare + disgustosi? Oppure le più disgraziate volgarità per essere i + sboccati, i + irrispettosi? Ma anche, che bello fare una cosa insolita per risultare i + scemi... Il tutto è ridicolo, naturalmente: l'unica salvezza sta nel prenderlo come tale, cioè per ridere, e non come unica possibilità di avere posto nel mondo -anche se in quel caso sopraggiugerebbe la compassione per lo sventurato in questione e non me la sentirei di sparare sulla croce rossa. Dopo questa frase, chiusa parentesi.]
Appunto: se prendiamo i filmoni e cadiamo nel metterli a confronto sulle cifre, come se quelle fossero il vanto, il valore aggiunto, evidentemente sbagliamo, confondendo quantità e qualità. Dall'altra parte, disinteressarsi completamente della quantità, far finta che un gigante non lo sia, sarebbe un altro punto di vista miope. Come nella boxe e nella varie arti marziali, i film sono divisi in categorie di dimensione, (oltre che naturalmente in genere): a quel punto si valuta. Mettiamo a paragone Il signore degli anelli( che peraltro io non amo particolarmente) e Juno: qual è più bello? Quale il migliore?Certi paragoni non vanno fatti e basta, non portano a niente di buono. Se si è costretti, come nelle cerimonie dei premi cinematografici, ogni festival seguirà le sue priorità: la novità dell'argomento, della forma, oppure l'impatto del film sulla società, per non parlare degli interessi economici o nazionalistici. Ma noi, che si parla di film e di arte per goderne e capirne, possiamo rimanere nella giusta e comoda prospettiva dell'analisi singola.
Cerchiamo di raggiungere la conclusione cominciando dalla premessa per la quale sento il bisogno di chiarire questi aspetti: se da un lato è sbagliato considerare migliore un filmone rispetto ad un film, è altrettanto sbagliato considerarlo peggiore pensando che l'attenzione per la quantità comprometta inevitabilmente la sostanza qualitativa. Un errore simile che si rischia di fare con i blockbuster: da una parte i profani con il loro -almeno incolpevole e inevitabile- "vende tanto= sarà bello" (anche in un saggio universitario veniva sottolineato, a proposito dei libri, come le classifiche siano gli strumenti più semplici e immediati e alle volte gli unici che l'acquirente incontri sulla sua strada); dall'altra parte ci sono i ben informati, gli snobisti intellettuali, per i quali la classifica va usata al rovescio: "vende poco=sarà qualitativamente migliore". Entrambe le posizioni sono mentalmente limitate: una in modo innocente una in maniera più colpevole. In medio stat virtus, dunque: ma anche questa locuzione è da prendere con le pinze, perchè dipendente dagli estremi che si prendono in considerazione.
Australia è un filmone, è un viaggio, di emozioni, culture e spazi spazi spazi. È un'avventura da vivere magari in un sabato sera d'inverno, per fuggire la vita piccola normale e tranquilla -serena anche, e non ho certo detto brutta- che si sta vivendo. La magia del cinema non finirà, almeno fino alla creazione del teletrasporto, ma anche dopo, perchè già oggi i voli costano poco e girare è molto più alla portata di tutti, ma in Australia oppure nel tempo, avanti e indietro, non si può mica andare con una decina di euro pepsi compresa...
Il filmone difficilmente sarà una prelibatezza, perchè non è un piatto: ma un pasto intero. Chiedergli di farci raggiungere le vette della sublimazione del gusto, è improprio: quindi se non abbiamo proprio fame, ma "solo voglia di qualcosa di buono", meglio dirigerci altrove. Altrimenti, il filmone è un'esperienza, se vissuto come merita. Non è una perla nè una chicca, ma se ci sediamo comodi, il pasto non sarà sempre indimenticabile, ma molto spesso risulterà soddisfacente. E con la pancia piena, potremo uscire, satolli ma non nauseati, dalla sala.
Aggiungendo la desinenza accrescitiva più comune, effettivamente tutto cambia.
Tanti minuti,
numerosi personaggi,
spazi sconfinati
svariati svolgimenti della storia.
Negli anglofoni troviamo come corrispettivo il meno casereccio Kolossal, eppure il concetto rimane lo stesso, quello impressoci nella mente dalla zampona di Godzilla:
le dimensioni contano.
Allora, questi filmoni, possono essere paragonati solo tra loro: l'unico rischio è cadere nel classico rito del +.
[Aperta parentesi. Il rito del + prevede una sfida tra due individui o gruppi di individui o cose in cui il vincitore è o ha di più: questo rito, presente in natura, è una delle dimostrazioni più importanti della selezione naturale. Chi è più colorato, feroce, forte si accoppia e sopravvive. Invece nell'homo sapiens - che per inciso, sapiens se l'è detto da solo, quindi sai che valore!- la selezione naturale è stata superata, e di naturale rimane ben poco, ma sulla non naturalità dell'uomo ne parlerò a tempo debito. Dicevamo...ah sì! Non c'è più la selezione naturale, c'è ancora il rito del +, ma che ha perso la ragione della sua esistenza: e allora? Semplice vanagloria: si vuole essere più, anche quando la caratteristica non è una virtù; solo l'uomo sapiente poteva apportare una simile degenerazione. Quanti amiconi mangiavano le cose più schifose per risultare + disgustosi? Oppure le più disgraziate volgarità per essere i + sboccati, i + irrispettosi? Ma anche, che bello fare una cosa insolita per risultare i + scemi... Il tutto è ridicolo, naturalmente: l'unica salvezza sta nel prenderlo come tale, cioè per ridere, e non come unica possibilità di avere posto nel mondo -anche se in quel caso sopraggiugerebbe la compassione per lo sventurato in questione e non me la sentirei di sparare sulla croce rossa. Dopo questa frase, chiusa parentesi.]
Appunto: se prendiamo i filmoni e cadiamo nel metterli a confronto sulle cifre, come se quelle fossero il vanto, il valore aggiunto, evidentemente sbagliamo, confondendo quantità e qualità. Dall'altra parte, disinteressarsi completamente della quantità, far finta che un gigante non lo sia, sarebbe un altro punto di vista miope. Come nella boxe e nella varie arti marziali, i film sono divisi in categorie di dimensione, (oltre che naturalmente in genere): a quel punto si valuta. Mettiamo a paragone Il signore degli anelli( che peraltro io non amo particolarmente) e Juno: qual è più bello? Quale il migliore?Certi paragoni non vanno fatti e basta, non portano a niente di buono. Se si è costretti, come nelle cerimonie dei premi cinematografici, ogni festival seguirà le sue priorità: la novità dell'argomento, della forma, oppure l'impatto del film sulla società, per non parlare degli interessi economici o nazionalistici. Ma noi, che si parla di film e di arte per goderne e capirne, possiamo rimanere nella giusta e comoda prospettiva dell'analisi singola.
Cerchiamo di raggiungere la conclusione cominciando dalla premessa per la quale sento il bisogno di chiarire questi aspetti: se da un lato è sbagliato considerare migliore un filmone rispetto ad un film, è altrettanto sbagliato considerarlo peggiore pensando che l'attenzione per la quantità comprometta inevitabilmente la sostanza qualitativa. Un errore simile che si rischia di fare con i blockbuster: da una parte i profani con il loro -almeno incolpevole e inevitabile- "vende tanto= sarà bello" (anche in un saggio universitario veniva sottolineato, a proposito dei libri, come le classifiche siano gli strumenti più semplici e immediati e alle volte gli unici che l'acquirente incontri sulla sua strada); dall'altra parte ci sono i ben informati, gli snobisti intellettuali, per i quali la classifica va usata al rovescio: "vende poco=sarà qualitativamente migliore". Entrambe le posizioni sono mentalmente limitate: una in modo innocente una in maniera più colpevole. In medio stat virtus, dunque: ma anche questa locuzione è da prendere con le pinze, perchè dipendente dagli estremi che si prendono in considerazione.
Australia è un filmone, è un viaggio, di emozioni, culture e spazi spazi spazi. È un'avventura da vivere magari in un sabato sera d'inverno, per fuggire la vita piccola normale e tranquilla -serena anche, e non ho certo detto brutta- che si sta vivendo. La magia del cinema non finirà, almeno fino alla creazione del teletrasporto, ma anche dopo, perchè già oggi i voli costano poco e girare è molto più alla portata di tutti, ma in Australia oppure nel tempo, avanti e indietro, non si può mica andare con una decina di euro pepsi compresa...
Il filmone difficilmente sarà una prelibatezza, perchè non è un piatto: ma un pasto intero. Chiedergli di farci raggiungere le vette della sublimazione del gusto, è improprio: quindi se non abbiamo proprio fame, ma "solo voglia di qualcosa di buono", meglio dirigerci altrove. Altrimenti, il filmone è un'esperienza, se vissuto come merita. Non è una perla nè una chicca, ma se ci sediamo comodi, il pasto non sarà sempre indimenticabile, ma molto spesso risulterà soddisfacente. E con la pancia piena, potremo uscire, satolli ma non nauseati, dalla sala.
venerdì 28 novembre 2008
"Autunno al cinema" conclude in bellezza: INTO THE WILD
Da una stroncatura, quella dell'ultimo post, ad una glorificazione, quella di oggi. Non che i due film possano essere paragonati: premesse diverse, target diversi. In comune solo l'interprete femminile, Kristen Stewart, che il film di Sean Penn ha portato alla ribalta, lanciandola verso la parte e l'ingaggio di Twilight.
Una glorificazione, perchè io ritengo questo film essere il più bello del 2007 (sebbene da noi uscito nel gennaio 2008), ingiustamente rimasto senza alcun Oscar, nonostante due nomination (peraltro non di prestigio: attore non protagonista e montaggio). Quest'anno le statuette principali sono andate ai due colossi, There Will Be Blood, e No Country For Old Men, che però pur ben fatti, non mi entusiasmarono, ma forse fu questione di genere e gusti: ne parlai qui.
Tratto da un libro omonimo, che racconta una storia vera basandosi sul diario e le esperienze del protagonista, Into the Wild è l'emblema del sogno americano: l'avventura on the road, oltre la frontiera, contro il limite, rigorosamente soli, come era nel Far West, come nel Klondike. Il protagonista non è però l'uomo ruvido dalla battuta salace ma un ragazzo fresco di laurea, che si sente il mondo attorno stretto, stupido, gretto. E allora
via,
via,
da qui,
da tutto,
da tutti.
Il racconto è accompagnato da una colonna sonora composta ad hoc da Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam. Le canzoni, lungi da essere accompagnamento, sono parte integrante del film, e questo giustifica i sottotitoli in italiano che traducono il testo delle canzoni, che raccontano e riflettono durante l'intreccio. Questo è il colpo in più del film, quello che permette il salto da bel film a capolavoro. Non a caso l'ultima canzone del film ha preso il Golden Globe.
Oggi nevica, tanto. Siamo nel 2008, eppure quando nevica, una cosa che succede da sempre, è difficile muoversi: e un mondo che non è più tanto capace di stare fermi è obbligato a rallentare, quantomeno.
Per andare a vedere questo film, stasera uscirò di caso imbacuccato, camminerò nel freddo e con la neve, e niente più di questo mi permetterà di entrare nel mood più adatto per rigodermi il film. Non ne scrissi, quando lo vidi, perchè lo trovai bellissimo, e basta: quando una cosa è bella, si può descrivere o omaggiare, ma troppa la paura di graffiarla, di turbarla.
Oggi è però mio dovere.
Le musiche, gli spazi e i dialoghi si amalgano squisitamente, insieme con le facce.
Questo film soffia sul fuoco, ardente nei giovani, di libertà e istinto e azione, ma riesce a toccare anche i palati più esigenti, i critici dal cuore più arido.
Ho proprio voglia di lasciarmi trasportare in questo viaggio indimenticabile:
a stasera.
Per chi è abbastanza wild per uscire di casa.
Una glorificazione, perchè io ritengo questo film essere il più bello del 2007 (sebbene da noi uscito nel gennaio 2008), ingiustamente rimasto senza alcun Oscar, nonostante due nomination (peraltro non di prestigio: attore non protagonista e montaggio). Quest'anno le statuette principali sono andate ai due colossi, There Will Be Blood, e No Country For Old Men, che però pur ben fatti, non mi entusiasmarono, ma forse fu questione di genere e gusti: ne parlai qui.
Tratto da un libro omonimo, che racconta una storia vera basandosi sul diario e le esperienze del protagonista, Into the Wild è l'emblema del sogno americano: l'avventura on the road, oltre la frontiera, contro il limite, rigorosamente soli, come era nel Far West, come nel Klondike. Il protagonista non è però l'uomo ruvido dalla battuta salace ma un ragazzo fresco di laurea, che si sente il mondo attorno stretto, stupido, gretto. E allora
via,
via,
da qui,
da tutto,
da tutti.
Il racconto è accompagnato da una colonna sonora composta ad hoc da Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam. Le canzoni, lungi da essere accompagnamento, sono parte integrante del film, e questo giustifica i sottotitoli in italiano che traducono il testo delle canzoni, che raccontano e riflettono durante l'intreccio. Questo è il colpo in più del film, quello che permette il salto da bel film a capolavoro. Non a caso l'ultima canzone del film ha preso il Golden Globe.
Oggi nevica, tanto. Siamo nel 2008, eppure quando nevica, una cosa che succede da sempre, è difficile muoversi: e un mondo che non è più tanto capace di stare fermi è obbligato a rallentare, quantomeno.
Per andare a vedere questo film, stasera uscirò di caso imbacuccato, camminerò nel freddo e con la neve, e niente più di questo mi permetterà di entrare nel mood più adatto per rigodermi il film. Non ne scrissi, quando lo vidi, perchè lo trovai bellissimo, e basta: quando una cosa è bella, si può descrivere o omaggiare, ma troppa la paura di graffiarla, di turbarla.
Oggi è però mio dovere.
Le musiche, gli spazi e i dialoghi si amalgano squisitamente, insieme con le facce.
Questo film soffia sul fuoco, ardente nei giovani, di libertà e istinto e azione, ma riesce a toccare anche i palati più esigenti, i critici dal cuore più arido.
Ho proprio voglia di lasciarmi trasportare in questo viaggio indimenticabile:
a stasera.
Per chi è abbastanza wild per uscire di casa.
mercoledì 26 novembre 2008
Twilight, un film pessimo.
[In questo articolo tratto del film, non dei libri]
Twilight significa crepuscolo, non è il nome del protagonista.
Così, per dire.
La consolazione che almeno una cosa questo film me l'ha data.
Una parola in più nel mio vocabolario inglese.
Certo, voi mi direte: aprendo a caso il dictionary, ne pigliavi anche due o tre, e gratis. Inoltre, aggiungerete, non passavi due ore nella noia con lampi di sorpresa per quanto infima possa essere l'arte cinematografica, o lo stupore per l'esistenza di un prodotto privo della benchè minima storia, ma anche di un senso, di un messaggio, di un coinvolgimento: effetti speciali super? Neppure. A questo punto l'obiezione potrebbe essere: ma non dirmi che non lo sapevi prima! Allora: mi ci hanno portato, ma sarei andato lo stesso, perchè intorno al film si sentiva l'eco di Harry Potter, per l'attore protagonista, per la derivazione da libri teen. Mai associazione fu più fuorviante.
Ora che mi sono sgranchito le dita posso cominciare la distruzione di quell'attentato al cinema e ai vampiri che è il film.
SPOILER:DA QUI VENGONO SVELATE SCENE DEL FILM
(non avvenimenti, perchè non succede niente)
Si inizia con un frase banale. ma chiessenefrega. Poi ci si trova in una ridente scuola americana, in una cittadina qualsiasi, e la protagonista nuova arrivata trova solo amici affettuosi. In mensa, ad un certo punto, entrano degli individui di pelle BIANCA; non pallidi, WHITE proprio, labbra viola. "Sono un gruppo strano, stanno sempre tra di loro", dicono gli amici della protagonista (che dopo Into the wild trattiene a stento il vomito per recitare in questa immondizia).
Sono un gruppo strano.
Stanno sempre tra di loro.
Lo dicono così,indifferenti.
MA CAZZO SONO BIANCHI!
Va bè.
Quattro secondi di film: lei è innamorata di lui che nella quarta scena la salva sotto i suoi occhi.
Lei gli dice: "sei super forte e super veloce".
Lui risponde quasi fischiettando: "no ti sbagli".
E lei: "no non mi sbaglio".
E lui: "è vero, hai ragione. Sono un vampiro, sono super veloce, super forte e leggo pure nel pensiero.Tu devi aver paura di me".
E lei: "non ne ho".
E lui: "ok, stiamo insieme, ti presento la mia famiglia".
Siamo a mezz'ora del film e uno si chiede: perchè supereroi su supereroi non svelano l'identità, si fanno mille problemi per non mettere in pericolo lei, e lui se ne fotte? Risposta. perchè è scemo. Infatti ovviamente il nemichino di turno attaccherà lei: non mi dire. Tutto questo però dopo un'altra mezz'oretta, perchè prima i due amorini devono guardarsi sdraiati nei prati tra i fiorellini. L'oscurità? Il vampiro? Un film sentimentale senza la minima introspezione psicologica.
Non ci sto credendo.
Ma attenzione, colpo di scena: "tu non sai come appaio veramente alla luce del sole!" E tu che pensi: certo che non lo sa, da sempre i vampiri s'inceneriscono alla luce del sole, esseri della notte; alla luce scompaiono, come si fa a sapere come appaiano? Va bè, variazione sul tema: vediamo. Lui corre corre, la porta con sè, vede della luce e gli dice: "adesso ti piaccio, ma guarda come sono veramente". [Capiamoci: l'obiettivo di lui, malamente perseguito, direi quasi una fintona, è allontanare l'amata da lui, per evitarle una vita sempre al pericolo.]
Ecco che si mostra sotto la luce: io mi aspetto diventi un mostro squamoso o uno scheletro dagli occhi rosi o che ne so. Invece:
brilla,
si apre la maglia e si mostra com madido di sudore, in una delle più stereotipate pose arrapa-femmine. La sua mossa per allontanarla da lui: un genio.
Lei lo guarda e dice l'unica battuta sensata del film: "ma così sei bellissimo". E lui cerca pure le coccole, mormorando "non è vero, sono un mostro" (ma per piacere!).
[Appare nella mia mente Nosferatu che al cospetto di tale sdolcinato sfigatello si sta picchettando nel cuore ogni sorta di legname mentre sniffa corone d'aglio nella basilica di San Pietro.]
Svolgimento del resto del film: il cattivo quasi vince, ma perde, in scene di sbadiglio puro. Almeno il cattivo pensavo, quello sì che farà paura! Peccato, è ridicolo. [ancora la mia mente. vedo Voldemort scuotere la testa indignato...].
FINE SPOILER
I personaggi teen sono un'offesa all'intera classe adolescenziale mondiale. Nulla da dire, niente da fare, i-pod, quello è figo, punto. Gli adulti sono stra aggiornati, e intelligenti, mai rompicoglioni e mai retrogradi: sa il cazzo sto teen movie chi l'ha pensato. Hanno creato un film per ragazzine, d'anagrafe o d'animo, tutto su di lui: le inquadrature dei suoi occhi neri sono mille, lunghissime, ma lui è così creato ad hoc da non funzionare: quando l'artifico è troppo evidente e si svela, il giocattolo si rompe. Era molto più figo il iuo personaggio in Harry Potter, eroe tragico.
Sono certo che i libri abbiano qualcosa in più, fermo sulla mia idea che un grandissimo successo a qualcosa sarà pur dovuto.
Il film è nella top five dei peggiori che abbia mai visto.
ridateci Harry Potter col mondo incredibile in cui vive, e le innumerevoli idee che lo abitano. Non è un caso se è sulla cresta dell'onda da più di 10 anni, mentre questa nuova saga è stata creata per sfruttare al massimo il successo del primo libro, godendo della nostalgica voglia di saga degli orfani di Harry Potter.
La differenza dei due è infinita ma si può spiegare con un dettaglio:
la saga del maghetto con gli occhiali è stata inventata è scritta da
Joanne Kathleen Rowling, BRITANNICA;
quella del vampiretto vegetariano da
Stephenie Morgan Meyer, STATUNITENSE.
È presto detto.
Twilight significa crepuscolo, non è il nome del protagonista.
Così, per dire.
La consolazione che almeno una cosa questo film me l'ha data.
Una parola in più nel mio vocabolario inglese.
Certo, voi mi direte: aprendo a caso il dictionary, ne pigliavi anche due o tre, e gratis. Inoltre, aggiungerete, non passavi due ore nella noia con lampi di sorpresa per quanto infima possa essere l'arte cinematografica, o lo stupore per l'esistenza di un prodotto privo della benchè minima storia, ma anche di un senso, di un messaggio, di un coinvolgimento: effetti speciali super? Neppure. A questo punto l'obiezione potrebbe essere: ma non dirmi che non lo sapevi prima! Allora: mi ci hanno portato, ma sarei andato lo stesso, perchè intorno al film si sentiva l'eco di Harry Potter, per l'attore protagonista, per la derivazione da libri teen. Mai associazione fu più fuorviante.
Ora che mi sono sgranchito le dita posso cominciare la distruzione di quell'attentato al cinema e ai vampiri che è il film.
SPOILER:DA QUI VENGONO SVELATE SCENE DEL FILM
(non avvenimenti, perchè non succede niente)
Si inizia con un frase banale. ma chiessenefrega. Poi ci si trova in una ridente scuola americana, in una cittadina qualsiasi, e la protagonista nuova arrivata trova solo amici affettuosi. In mensa, ad un certo punto, entrano degli individui di pelle BIANCA; non pallidi, WHITE proprio, labbra viola. "Sono un gruppo strano, stanno sempre tra di loro", dicono gli amici della protagonista (che dopo Into the wild trattiene a stento il vomito per recitare in questa immondizia).
Sono un gruppo strano.
Stanno sempre tra di loro.
Lo dicono così,indifferenti.
MA CAZZO SONO BIANCHI!
Va bè.
Quattro secondi di film: lei è innamorata di lui che nella quarta scena la salva sotto i suoi occhi.
Lei gli dice: "sei super forte e super veloce".
Lui risponde quasi fischiettando: "no ti sbagli".
E lei: "no non mi sbaglio".
E lui: "è vero, hai ragione. Sono un vampiro, sono super veloce, super forte e leggo pure nel pensiero.Tu devi aver paura di me".
E lei: "non ne ho".
E lui: "ok, stiamo insieme, ti presento la mia famiglia".
Siamo a mezz'ora del film e uno si chiede: perchè supereroi su supereroi non svelano l'identità, si fanno mille problemi per non mettere in pericolo lei, e lui se ne fotte? Risposta. perchè è scemo. Infatti ovviamente il nemichino di turno attaccherà lei: non mi dire. Tutto questo però dopo un'altra mezz'oretta, perchè prima i due amorini devono guardarsi sdraiati nei prati tra i fiorellini. L'oscurità? Il vampiro? Un film sentimentale senza la minima introspezione psicologica.
Non ci sto credendo.
Ma attenzione, colpo di scena: "tu non sai come appaio veramente alla luce del sole!" E tu che pensi: certo che non lo sa, da sempre i vampiri s'inceneriscono alla luce del sole, esseri della notte; alla luce scompaiono, come si fa a sapere come appaiano? Va bè, variazione sul tema: vediamo. Lui corre corre, la porta con sè, vede della luce e gli dice: "adesso ti piaccio, ma guarda come sono veramente". [Capiamoci: l'obiettivo di lui, malamente perseguito, direi quasi una fintona, è allontanare l'amata da lui, per evitarle una vita sempre al pericolo.]
Ecco che si mostra sotto la luce: io mi aspetto diventi un mostro squamoso o uno scheletro dagli occhi rosi o che ne so. Invece:
brilla,
si apre la maglia e si mostra com madido di sudore, in una delle più stereotipate pose arrapa-femmine. La sua mossa per allontanarla da lui: un genio.
Lei lo guarda e dice l'unica battuta sensata del film: "ma così sei bellissimo". E lui cerca pure le coccole, mormorando "non è vero, sono un mostro" (ma per piacere!).
[Appare nella mia mente Nosferatu che al cospetto di tale sdolcinato sfigatello si sta picchettando nel cuore ogni sorta di legname mentre sniffa corone d'aglio nella basilica di San Pietro.]
Svolgimento del resto del film: il cattivo quasi vince, ma perde, in scene di sbadiglio puro. Almeno il cattivo pensavo, quello sì che farà paura! Peccato, è ridicolo. [ancora la mia mente. vedo Voldemort scuotere la testa indignato...].
FINE SPOILER
I personaggi teen sono un'offesa all'intera classe adolescenziale mondiale. Nulla da dire, niente da fare, i-pod, quello è figo, punto. Gli adulti sono stra aggiornati, e intelligenti, mai rompicoglioni e mai retrogradi: sa il cazzo sto teen movie chi l'ha pensato. Hanno creato un film per ragazzine, d'anagrafe o d'animo, tutto su di lui: le inquadrature dei suoi occhi neri sono mille, lunghissime, ma lui è così creato ad hoc da non funzionare: quando l'artifico è troppo evidente e si svela, il giocattolo si rompe. Era molto più figo il iuo personaggio in Harry Potter, eroe tragico.
Sono certo che i libri abbiano qualcosa in più, fermo sulla mia idea che un grandissimo successo a qualcosa sarà pur dovuto.
Il film è nella top five dei peggiori che abbia mai visto.
ridateci Harry Potter col mondo incredibile in cui vive, e le innumerevoli idee che lo abitano. Non è un caso se è sulla cresta dell'onda da più di 10 anni, mentre questa nuova saga è stata creata per sfruttare al massimo il successo del primo libro, godendo della nostalgica voglia di saga degli orfani di Harry Potter.
La differenza dei due è infinita ma si può spiegare con un dettaglio:
la saga del maghetto con gli occhiali è stata inventata è scritta da
Joanne Kathleen Rowling, BRITANNICA;
quella del vampiretto vegetariano da
Stephenie Morgan Meyer, STATUNITENSE.
È presto detto.
venerdì 21 novembre 2008
venerdì 14 novembre 2008
Dalla Primavera all'Autunno, sempre "al cinema": JUNO
Era aprile: avevamo iniziato la nostra prima esperienza di cineforum, proiettato il primo film, Centochiodi, e ci accingevamo a proiettare il secondo, Le vite degli altri: nel frattempo, però, io continuavo a seguire le nuove uscite. Grande attesa per Juno, il film che sembrava aver ricevuto il testimone dalla mano di Little Miss Sunshine: quello della commedia intelligente e divertente, bella perchè ben fatta, premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale. Nonostante l'aspettativa, il film mi convinse a pieno: dico nonostante, perchè un aspettativa alta è spesso anticamera della delusione.
Prima di rimandarvi al post in questione, l'unica precisazione che mi sento di fare è riguardo al titolo: Juno, onis. Era una sottolineatura dell'ovvio rimando latino del titolo del film nonchè nome della protagonista; Juno è in latino Giunone: la divinità romana del parto moglie di Giove, che fu gradualmente sovrapposta alla greca Era (moglie di Zeus). Il riferimento è obbligato, direi anche ovvio: ma capita spesso che non ci si fermi neppure un attimo a riflettere sui nomi, che invece, nelle opere d'arti, non sono mai casuali.
Oggi venerdì 14 novembre questo film viene proiettato a Bellusco: in un altro venerdì di 7 mesi fa lo commentai così.
Prima di rimandarvi al post in questione, l'unica precisazione che mi sento di fare è riguardo al titolo: Juno, onis. Era una sottolineatura dell'ovvio rimando latino del titolo del film nonchè nome della protagonista; Juno è in latino Giunone: la divinità romana del parto moglie di Giove, che fu gradualmente sovrapposta alla greca Era (moglie di Zeus). Il riferimento è obbligato, direi anche ovvio: ma capita spesso che non ci si fermi neppure un attimo a riflettere sui nomi, che invece, nelle opere d'arti, non sono mai casuali.
Oggi venerdì 14 novembre questo film viene proiettato a Bellusco: in un altro venerdì di 7 mesi fa lo commentai così.
venerdì 7 novembre 2008
"Autunno al cinema" al via: Little Miss Sunshine
Avrei potuto scrivere una nuova introduzione, forse avrei dovuto. Eppure l'altra volta mi sono reso conto di ripetere a voce le stesse cose scritte: e questo non aiutava la mia già emozionata presentazione. Stesso discorso riguardo alla scheda del film. La prossima volta potrei astenermi dal parlare e lasciare il tutto allo scritto: vedremo.
Ho invece ripubblicato l'introduzione al cineforum di Aprile, depurata da ogni riferimento contingente (cioè una strofa o paragrafo): presenta per bene l'idea di cinema d'autore e di arte figlia dell'artista (la trovate qui).
Detto questo, qui sul blog tuttavia qualcosa posso anticiparla:
per invogliare qualcuno a venire,
per risarcire chi non potrà presenziare.
Oggi si ricomincia:
l'idea è sempre quella di dare visibilità a film molto recenti che seppur ben fatti non hanno avuto la dovuta sponsorizzazione o lo spazio che avrebbero meritato; guidare intelletti alla ricerca di stimoli nei meandri della produzione cinematografica, senza cadere nella scelta di prodotti troppo sofisticati poco fruibili dai meno esteticamente addestrati.
A favore di ciò, questa volta sfatiamo il luogo comune della bellezza gemellata con la tragicità: se per gli studiosi è una divisione dimenticata, nel pensare e credere comune resti della categorica giustezza del pensiero greco sono presenti, eccome.
Mi spiego meglio.
Tre dei quattro film proposti sono commedie:
è mio desiderio mostrare che è possibile creare ottimi film, con sceneggiature interessanti e spunti di riflessione, senza per forza cadere nella lentezza, nella tristezza, nella depressione, nel grigiore, nel fermo immagine interminabile; perché quello che il cinefilo riesce ad apprezzare dopo anni di addestramento estetico, rimane illeggibile e non godibile dal profano, che al cinema chiede innanzitutto divertimento: ricco e intelligente si può.
Il film di oggi:
LITTLE MISS SUNSHINE
Non ha un cast d'eccezione
non ha effetti speciali sorprendenti
non ha una storia inimmaginabile
non ha una regia visionaria.
È un storia ben raccontata, con dei personaggi ben caratterizzati, che porta un bel messaggio con intelligenza ed ironia. L'altra faccia dell'America, quella piccola, che sa ridere del proprio mito. Ogni volta che penso a questo film mi viene spontaneo definirlo una
PERLA.
In questa pagina,
http://www.mymovies.it/recensioni/?id=44535
nella sezione "critica" trovate le recensioni dei quotidiani nazionali e internazionali, in quella "dizionari" le voci dei dizionari di cinema.
Ho invece ripubblicato l'introduzione al cineforum di Aprile, depurata da ogni riferimento contingente (cioè una strofa o paragrafo): presenta per bene l'idea di cinema d'autore e di arte figlia dell'artista (la trovate qui).
Detto questo, qui sul blog tuttavia qualcosa posso anticiparla:
per invogliare qualcuno a venire,
per risarcire chi non potrà presenziare.
Oggi si ricomincia:
l'idea è sempre quella di dare visibilità a film molto recenti che seppur ben fatti non hanno avuto la dovuta sponsorizzazione o lo spazio che avrebbero meritato; guidare intelletti alla ricerca di stimoli nei meandri della produzione cinematografica, senza cadere nella scelta di prodotti troppo sofisticati poco fruibili dai meno esteticamente addestrati.
A favore di ciò, questa volta sfatiamo il luogo comune della bellezza gemellata con la tragicità: se per gli studiosi è una divisione dimenticata, nel pensare e credere comune resti della categorica giustezza del pensiero greco sono presenti, eccome.
Mi spiego meglio.
Tre dei quattro film proposti sono commedie:
è mio desiderio mostrare che è possibile creare ottimi film, con sceneggiature interessanti e spunti di riflessione, senza per forza cadere nella lentezza, nella tristezza, nella depressione, nel grigiore, nel fermo immagine interminabile; perché quello che il cinefilo riesce ad apprezzare dopo anni di addestramento estetico, rimane illeggibile e non godibile dal profano, che al cinema chiede innanzitutto divertimento: ricco e intelligente si può.
Il film di oggi:
LITTLE MISS SUNSHINE
Non ha un cast d'eccezione
non ha effetti speciali sorprendenti
non ha una storia inimmaginabile
non ha una regia visionaria.
È un storia ben raccontata, con dei personaggi ben caratterizzati, che porta un bel messaggio con intelligenza ed ironia. L'altra faccia dell'America, quella piccola, che sa ridere del proprio mito. Ogni volta che penso a questo film mi viene spontaneo definirlo una
PERLA.
In questa pagina,
http://www.mymovies.it/recensioni/?id=44535
nella sezione "critica" trovate le recensioni dei quotidiani nazionali e internazionali, in quella "dizionari" le voci dei dizionari di cinema.
Sul cinema d'autore
"Ci sono moltissimi film,
gran parte di essi sono opere d’intrattenimento:
ci regalano una splendida serata,
risate o pianti,
attimi di paura,
oppure ci trasportano nella storia del protagonista
con la sua avventura,
i suoi obiettivi,
gli ostacoli sulla sua strada e…
il raggiungimento o meno del suo obiettivo.
Si riaccendono le luci, si esce dalla sala:
il film è finito, anche nella nostra testa.
Poi ci sono loro, le opere d’arte:
non che il confine sia sempre nettissimo,
ma in molti casi non ci sono dubbi.
Per riconoscerle, basta guardare dietro:
c’è sempre un’artista
che ha qualcosa da dirci,
che ha qualcosa da darci,
che ci propone temi su cui riflettere,
immagini che rimarranno imperiture nella nostra testa,
battute memorabili,
momenti di vera poesia.
Dacchè c’è l’uomo ci sono le storie,
e ci sono gli uomini che le sanno raccontare:
a noi
non rimane che ascoltare…"
[Tratto dalla mia introduzione al primo cineforum da me curato]
gran parte di essi sono opere d’intrattenimento:
ci regalano una splendida serata,
risate o pianti,
attimi di paura,
oppure ci trasportano nella storia del protagonista
con la sua avventura,
i suoi obiettivi,
gli ostacoli sulla sua strada e…
il raggiungimento o meno del suo obiettivo.
Si riaccendono le luci, si esce dalla sala:
il film è finito, anche nella nostra testa.
Poi ci sono loro, le opere d’arte:
non che il confine sia sempre nettissimo,
ma in molti casi non ci sono dubbi.
Per riconoscerle, basta guardare dietro:
c’è sempre un’artista
che ha qualcosa da dirci,
che ha qualcosa da darci,
che ci propone temi su cui riflettere,
immagini che rimarranno imperiture nella nostra testa,
battute memorabili,
momenti di vera poesia.
Dacchè c’è l’uomo ci sono le storie,
e ci sono gli uomini che le sanno raccontare:
a noi
non rimane che ascoltare…"
[Tratto dalla mia introduzione al primo cineforum da me curato]
venerdì 31 ottobre 2008
WALL-E, Tropic Thunder, Vicky Cristina Barcelona: come li ho visti io
WALL-E
Ogni film della Pixar è una festa per gli occhi, per l'animo: pieni di colori, di speranza, di virtù, di bene. Wall-E rispetta le attese, bellissimo.
Gli ultimi 5 film Pixar, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, Cars, Ratatouille e Wall-E, hanno definitivamente preso il posto dei Classici Disney, che, in calando da Tarzan in poi, hanno avuto un ultimo sussulto con Il pianeta del tesoro; era il 2002, nel 2001 era uscito il bel Monster's & Co. che aveva lasciato presagire come la Pixar -sempre in collaborazione con La Walt Disney, si rimane in famiglia- fosse la casa destinata ad avere nel 2000 il ruolo della casa dei sogni: dal castello (di Neuschwanstein) alla lampada (Luxo).
[Non è un caso che la Pixar sia di un grandissimo, Steve Jobs, il boss della Apple, nonchè colui che ha inventato l'interfaccia grafica: per capirci, le icone e il mouse e ciò che ha reso il computer "user friendly". Il direttore creativo è invece John Lasseter, e sulla sua genialità rimangono pochi dubbi].
Questi film mantengono il cuore della Disney, ma l'arguzia e la tecnica della Pixar.
Il film tratta anche la problematica dell'ambiente e quella dell'obesità: questo inganna qualche spettatore che ho sentito dire "i bambini non capiranno".
Questa reazione più che comprensibile -anche negli Incredibili ci sono frasi come "finchè non sono diventato una minaccia non vi siete interessati a me" e in un momento di guerra in Afghanistan e in Iraq per "portare la democrazia" era una strizzata d'occhio all'adulto- trova le sue radici nella cultura occidentale, dove "cartone animato" è sempre stato gemellato con "bambini": in Oriente non è così, per esempio. Così, quando un cartoon parla anche agli adulti, la reazione è: i bambini non capiranno. In verità il progresso della Pixar è stato creare dei prodotti che pur continuando a far sognare i bambini, che le cose essenziali capiscono eccome e le vivono anche con più forza di noi (l'amore le gag i colori gli atti d'eroismo e le emozioni), parlino anche ad un pubblico adulto: attenzione a non ingannarsi.
Buona visione!
TROPIC THUNDER
Ogni film di Ben Stiller festa per le mascelle: almeno finchè non fanno troppo male. In particolare due film sono completamente suoi, in cui oltre ad essere protagonista, è anche sceneggiatore e regista, e sono vere perle comiche: Zoolander del 2001 e Tropic Thunder, ora nelle sale. Quest'ultimo è un catalogo di sfottò verso i film di guerra amerra americani, ma anche sulla categoria attoriale; inoltre, e ne sono moto felice, non manca di mettere in ridicolo anche i trailer...
N.B. Il cosceneggiatore è Etan Cohen: da non confondere col più celebre Ethan Coen che col fratello Joel ha conquistato diversi Oscar.
VICKY CRISTINA BARCELONA
Le aspettative alte per il Woody Allen regista che ci ha regalato Match Point non bastano a giustificare la mia delusione. Diversi difetti mi portano addirittura a sconsigliarlo:
la trama è esile e banale (dopo l'introduzione della voce narrante avrei potuto scrivere la sceneggiatura);
Scarlett Johansson (Cristina) sembra lo stesso personaggio di Match Point, e in tutto il film il suo pregio più grande viene mostrato fino alla nausea: che poi è uno e doppio, cioè il suo florido seno;
Rebecca Hall (Vicky) è l'altra protagonista: in un personaggio spaventosamente stereotipato, poteva comunque fare di meglio, aggiungere qualche espresione, qualche vezzo, come ha fatto l'altra (grandissima) attrice mora del film, cioè:
Penelope Cruz che in un ruolo certo più vivace, che non significa originale naturalmente, ha degli sguardi e delle movenze che danno qualcosa in più;
Javier Bardem non è male, sebbene chiuso nell'angustissimo clichè del pittore latino libertino e un po' malinconico (ma basta!);
come se la trama piatta e i personaggi "soliti" non bastassero, il film è torturato da una voce narrante onnipresente, che spezza il ritmo del film: l'unica sua qualità è di evitarci la canzone che accompagna il tutto.
Conclusione: se volete vedere un filmetto carino con un uomo affascinante e due o tre - a seconda dei gusti- belle ragazze, andate pure a vederlo, non è mica dannoso; se cercate del godimento estetico, o un film tecnicamente ben fatto, o degli stimoli mentali, meglio lasciar perdere.
Ci vediamo venerdì prossimo alla rassegna belluschese:
non resterete delusi!
Ogni film della Pixar è una festa per gli occhi, per l'animo: pieni di colori, di speranza, di virtù, di bene. Wall-E rispetta le attese, bellissimo.
Gli ultimi 5 film Pixar, Alla ricerca di Nemo, Gli Incredibili, Cars, Ratatouille e Wall-E, hanno definitivamente preso il posto dei Classici Disney, che, in calando da Tarzan in poi, hanno avuto un ultimo sussulto con Il pianeta del tesoro; era il 2002, nel 2001 era uscito il bel Monster's & Co. che aveva lasciato presagire come la Pixar -sempre in collaborazione con La Walt Disney, si rimane in famiglia- fosse la casa destinata ad avere nel 2000 il ruolo della casa dei sogni: dal castello (di Neuschwanstein) alla lampada (Luxo).
[Non è un caso che la Pixar sia di un grandissimo, Steve Jobs, il boss della Apple, nonchè colui che ha inventato l'interfaccia grafica: per capirci, le icone e il mouse e ciò che ha reso il computer "user friendly". Il direttore creativo è invece John Lasseter, e sulla sua genialità rimangono pochi dubbi].
Questi film mantengono il cuore della Disney, ma l'arguzia e la tecnica della Pixar.
Il film tratta anche la problematica dell'ambiente e quella dell'obesità: questo inganna qualche spettatore che ho sentito dire "i bambini non capiranno".
Questa reazione più che comprensibile -anche negli Incredibili ci sono frasi come "finchè non sono diventato una minaccia non vi siete interessati a me" e in un momento di guerra in Afghanistan e in Iraq per "portare la democrazia" era una strizzata d'occhio all'adulto- trova le sue radici nella cultura occidentale, dove "cartone animato" è sempre stato gemellato con "bambini": in Oriente non è così, per esempio. Così, quando un cartoon parla anche agli adulti, la reazione è: i bambini non capiranno. In verità il progresso della Pixar è stato creare dei prodotti che pur continuando a far sognare i bambini, che le cose essenziali capiscono eccome e le vivono anche con più forza di noi (l'amore le gag i colori gli atti d'eroismo e le emozioni), parlino anche ad un pubblico adulto: attenzione a non ingannarsi.
Buona visione!
TROPIC THUNDER
Ogni film di Ben Stiller festa per le mascelle: almeno finchè non fanno troppo male. In particolare due film sono completamente suoi, in cui oltre ad essere protagonista, è anche sceneggiatore e regista, e sono vere perle comiche: Zoolander del 2001 e Tropic Thunder, ora nelle sale. Quest'ultimo è un catalogo di sfottò verso i film di guerra amerra americani, ma anche sulla categoria attoriale; inoltre, e ne sono moto felice, non manca di mettere in ridicolo anche i trailer...
N.B. Il cosceneggiatore è Etan Cohen: da non confondere col più celebre Ethan Coen che col fratello Joel ha conquistato diversi Oscar.
VICKY CRISTINA BARCELONA
Le aspettative alte per il Woody Allen regista che ci ha regalato Match Point non bastano a giustificare la mia delusione. Diversi difetti mi portano addirittura a sconsigliarlo:
la trama è esile e banale (dopo l'introduzione della voce narrante avrei potuto scrivere la sceneggiatura);
Scarlett Johansson (Cristina) sembra lo stesso personaggio di Match Point, e in tutto il film il suo pregio più grande viene mostrato fino alla nausea: che poi è uno e doppio, cioè il suo florido seno;
Rebecca Hall (Vicky) è l'altra protagonista: in un personaggio spaventosamente stereotipato, poteva comunque fare di meglio, aggiungere qualche espresione, qualche vezzo, come ha fatto l'altra (grandissima) attrice mora del film, cioè:
Penelope Cruz che in un ruolo certo più vivace, che non significa originale naturalmente, ha degli sguardi e delle movenze che danno qualcosa in più;
Javier Bardem non è male, sebbene chiuso nell'angustissimo clichè del pittore latino libertino e un po' malinconico (ma basta!);
come se la trama piatta e i personaggi "soliti" non bastassero, il film è torturato da una voce narrante onnipresente, che spezza il ritmo del film: l'unica sua qualità è di evitarci la canzone che accompagna il tutto.
Conclusione: se volete vedere un filmetto carino con un uomo affascinante e due o tre - a seconda dei gusti- belle ragazze, andate pure a vederlo, non è mica dannoso; se cercate del godimento estetico, o un film tecnicamente ben fatto, o degli stimoli mentali, meglio lasciar perdere.
Ci vediamo venerdì prossimo alla rassegna belluschese:
non resterete delusi!
venerdì 25 luglio 2008
[Doppio post:2] "Il cavaliere oscuro", il film dell'anno
D'estate, fine luglio, non è che io muoia dalla voglia di andare al cinema: in altri momenti dell'anno sarei stato in fremente attesa per quello che viene presentato come il film dell'anno. Tuttavia, in quanto tale, vado a vederlo, e al più presto, ma quasi distratto, chissà, forse anche un po' disilluso verso l'arte nella stagione della vita.
SBAM.
Un capolavoro, divertente, emozionante, angosciante eppure ricco di quella serietà del docente fenomeno, sereno e sapiente, non serioso, ma nemmeno frizzantino: acqua pura, fredda, la più buona, che scende in disordinato corso direttamente dalla roccia ruvida, grezzamente ben lavorata dal vento. Niente zucchero, alcol, gas, nessuna bottiglia di plastica e certamente nessuna etichetta colorata nè moderata nè bellissima nè appariscente. Eccomi, sono qui,
cazzi tuoi.
Già in "Batman Begins" la tendenza al duro e puro si era vista, a ricordare che se l'ultimo decennio del secolo, gli anni '90, sono stati dominati dal Pop, il nuovo millennio inizia col decennio delle tenebre, dark, più cattivo e duro in generale, e al posto dei Take That ci sono i Good Charlotte. Per gli amanti del duro e cattivo, il duro e cattivo di ribellione rimane di più, ma se anche Spiderman diventa nero, il vento è cambiato. Anche 007 seppur perdendo di nero vestito e capelli, ha una cattiveria e una rocciosità nuova nel fisico e nei vitrei occhi di Daniel Craig.
Batman ha smesso i capezzoli della tuta di Clooney e la spider fighetta: adesso fa paura. Nessuna sogghigno ammiccante, nessun colorato Robin salterino o Batgirl (sigh) dall'altra: cattivo, duro, cavaliere sì, ma non damerino, l'ironia rimane al maggiordomo, elegante, la magnificenza e la vanità a Bruce Wayne, anch'egli uomo più che mai, virile, in risposta alla donnetta vanitosa in cui l'uomo si stava trasformando e si sta trasformando, come mostrano gli adolescenti da discoteca intervistati che hanno dichiarato di spendere 50 euro a settimana tra parrucchiere, estetista e cazzo ne so, piastrandosi i capelli: solo immaginare mi dà il voltastomaco.
Fuor da rigurgito d'orgoglio virile, eccessivo come piace e com'è bello, "The Dark Knight", mi è proprio piaciuto: e direi proprio che non sono solo. Questa è la classifica, stilata da... tutti, del sito che consiglio in home page, imdb, che è prettamente di carattere archivistico, ma presenta anche una classifica tratta dalla media di voto ricevuta dai film; essendo spesso decine di migliaia di voti, un significato glielo si può anche concedere, con le debite precauzioni. Se la media è 9.5 e il film balza al primo posto scalzando "Il Padrino", sarà pure l'euforia del momento, sarà pure una classifica dozzinale: male male il film non sarà.
Come fu anche per Sin City, se il buono è cattivo, il cattivo è diabolico, e lo è assolutamente se l'attore è morto recentemente in circostanze di possibile suicidio. È un film di uomini, l'unica donna, la ex fidanzata, non è sfruttata a dovere, una bambola, nulla più: chissà, forse è riflesso della virilità ritrovata, ma Maggie Gyllenhall meritava forse, con la sua sofisticatezza, qualche spazio in più.
Un film in apnea, e si esce dalla sala sazi ma senza grassi, un alimentazione robusta, decisamente, quanto sana.
Questo Batman ci piace, più di tutti gli altri, indubbiamente. Senza sconti, con fatica, lotta, bada al contenuto, al sodo, senza trascurare la forma, ma non dimenticando mai il fine e il mezzo,e che la forma non dev'essere altro che esaltazione del contenuto. Poi gli altri personaggi, ben definiti, gli effetti speciali, spettacolari ma mai fuori luogo, le battute giuste, la trama avvincente, il finale chiaro nell'oscurità.
Batman al cinema è stato preso dopo la resurrezione fumettistica targata Frank Miller, ma è questo il film che probabilmente a lui sarà più gradito, e i riferimenti alla sua graphic novel "Il ritorno del cavaliere oscuro" non mancano.
Adesso vado a farmi una doccia gelata,
solo dopo aver fatto qualche migliaio di addominali e piegamenti.
SBAM.
Un capolavoro, divertente, emozionante, angosciante eppure ricco di quella serietà del docente fenomeno, sereno e sapiente, non serioso, ma nemmeno frizzantino: acqua pura, fredda, la più buona, che scende in disordinato corso direttamente dalla roccia ruvida, grezzamente ben lavorata dal vento. Niente zucchero, alcol, gas, nessuna bottiglia di plastica e certamente nessuna etichetta colorata nè moderata nè bellissima nè appariscente. Eccomi, sono qui,
cazzi tuoi.
Già in "Batman Begins" la tendenza al duro e puro si era vista, a ricordare che se l'ultimo decennio del secolo, gli anni '90, sono stati dominati dal Pop, il nuovo millennio inizia col decennio delle tenebre, dark, più cattivo e duro in generale, e al posto dei Take That ci sono i Good Charlotte. Per gli amanti del duro e cattivo, il duro e cattivo di ribellione rimane di più, ma se anche Spiderman diventa nero, il vento è cambiato. Anche 007 seppur perdendo di nero vestito e capelli, ha una cattiveria e una rocciosità nuova nel fisico e nei vitrei occhi di Daniel Craig.
Batman ha smesso i capezzoli della tuta di Clooney e la spider fighetta: adesso fa paura. Nessuna sogghigno ammiccante, nessun colorato Robin salterino o Batgirl (sigh) dall'altra: cattivo, duro, cavaliere sì, ma non damerino, l'ironia rimane al maggiordomo, elegante, la magnificenza e la vanità a Bruce Wayne, anch'egli uomo più che mai, virile, in risposta alla donnetta vanitosa in cui l'uomo si stava trasformando e si sta trasformando, come mostrano gli adolescenti da discoteca intervistati che hanno dichiarato di spendere 50 euro a settimana tra parrucchiere, estetista e cazzo ne so, piastrandosi i capelli: solo immaginare mi dà il voltastomaco.
Fuor da rigurgito d'orgoglio virile, eccessivo come piace e com'è bello, "The Dark Knight", mi è proprio piaciuto: e direi proprio che non sono solo. Questa è la classifica, stilata da... tutti, del sito che consiglio in home page, imdb, che è prettamente di carattere archivistico, ma presenta anche una classifica tratta dalla media di voto ricevuta dai film; essendo spesso decine di migliaia di voti, un significato glielo si può anche concedere, con le debite precauzioni. Se la media è 9.5 e il film balza al primo posto scalzando "Il Padrino", sarà pure l'euforia del momento, sarà pure una classifica dozzinale: male male il film non sarà.
Come fu anche per Sin City, se il buono è cattivo, il cattivo è diabolico, e lo è assolutamente se l'attore è morto recentemente in circostanze di possibile suicidio. È un film di uomini, l'unica donna, la ex fidanzata, non è sfruttata a dovere, una bambola, nulla più: chissà, forse è riflesso della virilità ritrovata, ma Maggie Gyllenhall meritava forse, con la sua sofisticatezza, qualche spazio in più.
Un film in apnea, e si esce dalla sala sazi ma senza grassi, un alimentazione robusta, decisamente, quanto sana.
Questo Batman ci piace, più di tutti gli altri, indubbiamente. Senza sconti, con fatica, lotta, bada al contenuto, al sodo, senza trascurare la forma, ma non dimenticando mai il fine e il mezzo,e che la forma non dev'essere altro che esaltazione del contenuto. Poi gli altri personaggi, ben definiti, gli effetti speciali, spettacolari ma mai fuori luogo, le battute giuste, la trama avvincente, il finale chiaro nell'oscurità.
Batman al cinema è stato preso dopo la resurrezione fumettistica targata Frank Miller, ma è questo il film che probabilmente a lui sarà più gradito, e i riferimenti alla sua graphic novel "Il ritorno del cavaliere oscuro" non mancano.
Adesso vado a farmi una doccia gelata,
solo dopo aver fatto qualche migliaio di addominali e piegamenti.
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[Doppio post:1] Il fumetto: la mitologia del ventesimo secolo
Che il fumetto sia la contemporanea mitologia, è ormai pressochè fuori discussione.
Tipico dei miti dell'epoca classica, greca e romana, era infatti il rimaneggiamento continuo, la continua evoluzione che i personaggi mitologici subivano. Continue iniezioni di vita, alcune volte contrastanti e irrealistiche, ma nel mondo della fantasia, dell'arte, il realismo spesso non è che un freno: la creazione non soggiace alla forza di gravità... Così, per esempio, nel mio corso per l'esame di Latino, protagonista era òrfeo -così accentato e pronunciato perchè parola d'origine greca, poi latinizzato nel diffuso orféo- e il materiale era costituito da tutte i documenti caratterizzati da quella parola o che alludessero al personaggio in questione, dai più sottili frammenti fino alle opere complete, per tutta l'epoca classica e poi i riferimenti a tutte le opere da orfeo ispirate nell'epoca moderna. Chiedersi quale sia la sua vera storia, è una domanda miope: perchè ovviamente, per quanto qualsiasi mito possa poggiare sulla realtà, per quanto un personaggio possa essere ispirato ad una persona, qualora diviene personaggio è finzione, non realtà, e ogni scrittore si sente in diritto di aggiungere dettagli al personaggio, sempre nel rispetto dei tratti fondamentali. Il personaggio vive mille vite, le mille vite che mille autori gli regalano, variegato da caratteri, umori e tendenze differenti, eppure sempre più umano...
Ciò che fu Orfeo e come lui Eracle e altri, fu poi Orlando, in minor quantità ma alla stessa maniera, in epoca cortese, e poi nessuno... Nel Ventesimo secolo abbiamo i supereroi: prendetene uno a casa, leggetene la pagina di Wikipedia, la storia, e scoprirete le innumerevoli vite da ciascuno vissute, le discordanze - come pùò esistere Superboy se Clark Kent diviene direttamente Superman?- un universo parallelo incontrollabile dove spesso i tentativi di mettere in ordine non fanno altro che aggiungere materiale, sfaccettature, mondi...
I film sono molti meno, ma anche in essi si può facilmente scorgere discordanze irrealistiche, che fuor da comprensione non son altro che giochi di surrealtà dettati dal genio creatore in forma diversa a seconda della sensibilità dell'autore.
Un esempio cinematografico per i tantissimi fumettistici.
Bruce Wayne vede uccidere i suoi genitori da piccolo, rimane orfano, e questa ferita, questo shock farà di lui Batman. Nel primo lungometraggio del 1989, di Tim Burton, l'assassino è colui che poi diverrà Joker; in Batman Begin, 2005, di Christopher Nolan, è invece un balordo qualsiasi, Joe Chill, che muore e tra lui e il Joker presente ne "Il cavaliere oscuro" non v'è relazione alcuna.
Rispetto a Bob Kane e Bill Finger, creatori del personaggio di Batman, è la seconda ad essere più attinente, e se per i personaggi dei fumetti, a differenza di quelli mitologici nati in chissà quale chiaccherata, un creatore accertato esiste, è evidente che esista un Autorità da rispettare.
Molti aspetti non sono stati però chiariti, aggiunte sono sempre possibili, inevitabili e dopotutto anche ben accette, a seconda della qualità artistica dell'autore, e così i paradossi esistono, le contraddizioni pure.
Qual è la verità?
Tutte: anzi,
quella che ci piace di più.
Tipico dei miti dell'epoca classica, greca e romana, era infatti il rimaneggiamento continuo, la continua evoluzione che i personaggi mitologici subivano. Continue iniezioni di vita, alcune volte contrastanti e irrealistiche, ma nel mondo della fantasia, dell'arte, il realismo spesso non è che un freno: la creazione non soggiace alla forza di gravità... Così, per esempio, nel mio corso per l'esame di Latino, protagonista era òrfeo -così accentato e pronunciato perchè parola d'origine greca, poi latinizzato nel diffuso orféo- e il materiale era costituito da tutte i documenti caratterizzati da quella parola o che alludessero al personaggio in questione, dai più sottili frammenti fino alle opere complete, per tutta l'epoca classica e poi i riferimenti a tutte le opere da orfeo ispirate nell'epoca moderna. Chiedersi quale sia la sua vera storia, è una domanda miope: perchè ovviamente, per quanto qualsiasi mito possa poggiare sulla realtà, per quanto un personaggio possa essere ispirato ad una persona, qualora diviene personaggio è finzione, non realtà, e ogni scrittore si sente in diritto di aggiungere dettagli al personaggio, sempre nel rispetto dei tratti fondamentali. Il personaggio vive mille vite, le mille vite che mille autori gli regalano, variegato da caratteri, umori e tendenze differenti, eppure sempre più umano...
Ciò che fu Orfeo e come lui Eracle e altri, fu poi Orlando, in minor quantità ma alla stessa maniera, in epoca cortese, e poi nessuno... Nel Ventesimo secolo abbiamo i supereroi: prendetene uno a casa, leggetene la pagina di Wikipedia, la storia, e scoprirete le innumerevoli vite da ciascuno vissute, le discordanze - come pùò esistere Superboy se Clark Kent diviene direttamente Superman?- un universo parallelo incontrollabile dove spesso i tentativi di mettere in ordine non fanno altro che aggiungere materiale, sfaccettature, mondi...
I film sono molti meno, ma anche in essi si può facilmente scorgere discordanze irrealistiche, che fuor da comprensione non son altro che giochi di surrealtà dettati dal genio creatore in forma diversa a seconda della sensibilità dell'autore.
Un esempio cinematografico per i tantissimi fumettistici.
Bruce Wayne vede uccidere i suoi genitori da piccolo, rimane orfano, e questa ferita, questo shock farà di lui Batman. Nel primo lungometraggio del 1989, di Tim Burton, l'assassino è colui che poi diverrà Joker; in Batman Begin, 2005, di Christopher Nolan, è invece un balordo qualsiasi, Joe Chill, che muore e tra lui e il Joker presente ne "Il cavaliere oscuro" non v'è relazione alcuna.
Rispetto a Bob Kane e Bill Finger, creatori del personaggio di Batman, è la seconda ad essere più attinente, e se per i personaggi dei fumetti, a differenza di quelli mitologici nati in chissà quale chiaccherata, un creatore accertato esiste, è evidente che esista un Autorità da rispettare.
Molti aspetti non sono stati però chiariti, aggiunte sono sempre possibili, inevitabili e dopotutto anche ben accette, a seconda della qualità artistica dell'autore, e così i paradossi esistono, le contraddizioni pure.
Qual è la verità?
Tutte: anzi,
quella che ci piace di più.
mercoledì 2 luglio 2008
Si parlava di responsabilità: "Gomorra"
Poi capita che così, scelta e un po' coincidenza, lo stesso giorno che hai scritto sulla responsabilità tu vada a vedere Gomorra. D'altra parte, se hai tenuto un cineforum e progetti di tenerne un altro, se cerchi in qualche modo di essere un umile punto di riferimento cinematografico, una responsabilità vera è l'aggiornamento sui fenomeni cinematografici e culturali, oltre che la ricerca del bel film. Un fenomeno, "Gomorra", che in quanto tale, mantiene la sua forza espressiva e di denuncia qualunque sia il mezzo espressivo, la carta stampata o la pellicola.
Roberto Saviano una bella responsabilità se l'è presa:
"Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."
E non importa se questo comporti vivere sotto scorta dall'ottobre 2006; una scelta difficile, un bivio: non tutte le scelte sono definitive, non tutte le azioni comportano conseguenze, ma alcune, sì, quelle più importanti.
Il fuoco l'arse finchè non riuscì più a tenerselo dentro e dovette scrivere pagine di fuoco.
Non farò l'elenco dei premi che ha ricevuto, nè darò un giudizio al libro o al film, ma riporto solo due dati, noti ai più:
"Gomorra è stato tradotto in 43 paesi. È presente nelle classifiche di Best Seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia, Lituania. Il New York Times ha inserito Gomorra nella classifica dei libri più importanti del 2007. Anche The Economist ha inserito Gomorra tra i cento libri dell'anno. Unico italiano inserito sia per il NYT che per l'Economist."
Gomorra senza Sodoma non la si era sentita mai:
da oggi la parola avrà un nuovo aroma, com insegna Bachtin, perchè non si dirà più Gomorra senza che ci venga in mente anche quest'opera d'arte.
Nessun titolo sarebbe stato più adatto: Gomorra rima con Camorra, di nome e di fatto.
Quando esco dalla sala rimango sempre perplesso dopo un film di denuncia perchè, d'accordo, mi sono informato, è una vergogna che sia così come raccontato: dunque?
Ci si sente così impotenti, ci si trova davanti a un'organizzazione così complessa, così ramificata, così intrisa nella società e nelle menti, nella cultura e nella vita, che si ha l'impressione che nulla possa cambiare. Poi razionalmente si sa che questo non deve impedire di combattere, perchè passi in avanti si fanno e sono stati fatti.
Subito dopo mi chiedo qual è stato il mio merito per avere in dono la possibilità di essere nato qui: e a quel punto il problema esistenziale torna. Nascendo fortunato nell'emisfero boreale piuttosto che in quello australe, e in particolare insomma in una buona situazione, con la possibilità di studiare e decidere liberamente della mia vita, due sono i punti di vista:
1- ho la responsabilità di mettermi in gioco cercando di cambiare le cose, devo prendermi cura di coloro che stanno male;
2- ho la responsabilità di vivere libero e felice, senza affanni, per rispetto a coloro i quali non hanno questa possibilità.
In effetti anche questo secondo aspetto, meno onorevole, che nel post precedente non ho sottolineato, anche godersi la vita se si può, è un atto di responsabilità della propria condizione agiata e un atto di rispetto verso chi non può.
Naturalmente, però, a differenza di quanto io mostri spesso nel mio dialettico peregrinare, non sono poi così tante le scelte definitive, nè quelle assolute.
Per noi, per me,
insomma
si fa quel che si può,
nel continuo tentativo di evidenziare gli aspetti più importanti della nostra personalità, di attuare le nostre potenze, di far fruttare i nostri talenti.
A questo proposito, rinnovo l'attestato di stima per Saviano, ricordando che spesso le scelte più difficili sono anche quelle indiscutibilmente più giuste.
Roberto Saviano una bella responsabilità se l'è presa:
"Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."
E non importa se questo comporti vivere sotto scorta dall'ottobre 2006; una scelta difficile, un bivio: non tutte le scelte sono definitive, non tutte le azioni comportano conseguenze, ma alcune, sì, quelle più importanti.
Il fuoco l'arse finchè non riuscì più a tenerselo dentro e dovette scrivere pagine di fuoco.
Non farò l'elenco dei premi che ha ricevuto, nè darò un giudizio al libro o al film, ma riporto solo due dati, noti ai più:
"Gomorra è stato tradotto in 43 paesi. È presente nelle classifiche di Best Seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia, Lituania. Il New York Times ha inserito Gomorra nella classifica dei libri più importanti del 2007. Anche The Economist ha inserito Gomorra tra i cento libri dell'anno. Unico italiano inserito sia per il NYT che per l'Economist."
Gomorra senza Sodoma non la si era sentita mai:
da oggi la parola avrà un nuovo aroma, com insegna Bachtin, perchè non si dirà più Gomorra senza che ci venga in mente anche quest'opera d'arte.
Nessun titolo sarebbe stato più adatto: Gomorra rima con Camorra, di nome e di fatto.
Quando esco dalla sala rimango sempre perplesso dopo un film di denuncia perchè, d'accordo, mi sono informato, è una vergogna che sia così come raccontato: dunque?
Ci si sente così impotenti, ci si trova davanti a un'organizzazione così complessa, così ramificata, così intrisa nella società e nelle menti, nella cultura e nella vita, che si ha l'impressione che nulla possa cambiare. Poi razionalmente si sa che questo non deve impedire di combattere, perchè passi in avanti si fanno e sono stati fatti.
Subito dopo mi chiedo qual è stato il mio merito per avere in dono la possibilità di essere nato qui: e a quel punto il problema esistenziale torna. Nascendo fortunato nell'emisfero boreale piuttosto che in quello australe, e in particolare insomma in una buona situazione, con la possibilità di studiare e decidere liberamente della mia vita, due sono i punti di vista:
1- ho la responsabilità di mettermi in gioco cercando di cambiare le cose, devo prendermi cura di coloro che stanno male;
2- ho la responsabilità di vivere libero e felice, senza affanni, per rispetto a coloro i quali non hanno questa possibilità.
In effetti anche questo secondo aspetto, meno onorevole, che nel post precedente non ho sottolineato, anche godersi la vita se si può, è un atto di responsabilità della propria condizione agiata e un atto di rispetto verso chi non può.
Naturalmente, però, a differenza di quanto io mostri spesso nel mio dialettico peregrinare, non sono poi così tante le scelte definitive, nè quelle assolute.
Per noi, per me,
insomma
si fa quel che si può,
nel continuo tentativo di evidenziare gli aspetti più importanti della nostra personalità, di attuare le nostre potenze, di far fruttare i nostri talenti.
A questo proposito, rinnovo l'attestato di stima per Saviano, ricordando che spesso le scelte più difficili sono anche quelle indiscutibilmente più giuste.
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martedì 17 giugno 2008
Il monolite nero
Scimmioni, ominidi in una Terra primitiva. Un gruppo viene scacciato da un altro con botte e pestoni. Vige la legge del più forte. Poi, di colpo, appare un monolite nero.
Lo incontra il gruppo appena scacciato, lo toccano.
Da quel momento tutto cambia, diventano consapevoli di poter usare la Natura per i propri fini, di poter usare un osso come clava e quindi divenire più forti.
Tornano e a suon di bastonate cacciano il gruppo rivale, nasce una nuova era: da quel giorno vige la legge del più intelligente.
Stanley Kubrick, in "2001: Odissea nello spazio" raffigurò così nei primi silenziosi 40 minuti del film, con un monolite nero, il "salto ontologico", il "balzo in avanti" che l'uomo ha fatto rispetto all'animale. Uno degli enigmi fondamentali della vita, insieme all'origine della vita stessa. Perchè è evidente che l'uomo è altro dall'animale, non soggiace all'istinto e alle normali leggi della Natura, o meglio, non a tutte. Anello di congiunzione tra animale e Dio, con la consapevolezza della propria condizione, con la capacità di cambiare la Natura e non solo adattarsi ad essa.
"Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura" così inizia un interessante articolo del "Corriere della sera" che vi consiglio: lo potete trovare su Corriere.it, in particolare qui.
In esso è citato anche un altro articolo, molto biochimico (é tutto tuo Uncle H) sulla vita: la sua origine, la via percorsa e da percorrere...
Lo incontra il gruppo appena scacciato, lo toccano.
Da quel momento tutto cambia, diventano consapevoli di poter usare la Natura per i propri fini, di poter usare un osso come clava e quindi divenire più forti.
Tornano e a suon di bastonate cacciano il gruppo rivale, nasce una nuova era: da quel giorno vige la legge del più intelligente.
Stanley Kubrick, in "2001: Odissea nello spazio" raffigurò così nei primi silenziosi 40 minuti del film, con un monolite nero, il "salto ontologico", il "balzo in avanti" che l'uomo ha fatto rispetto all'animale. Uno degli enigmi fondamentali della vita, insieme all'origine della vita stessa. Perchè è evidente che l'uomo è altro dall'animale, non soggiace all'istinto e alle normali leggi della Natura, o meglio, non a tutte. Anello di congiunzione tra animale e Dio, con la consapevolezza della propria condizione, con la capacità di cambiare la Natura e non solo adattarsi ad essa.
"Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura" così inizia un interessante articolo del "Corriere della sera" che vi consiglio: lo potete trovare su Corriere.it, in particolare qui.
In esso è citato anche un altro articolo, molto biochimico (é tutto tuo Uncle H) sulla vita: la sua origine, la via percorsa e da percorrere...
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martedì 27 maggio 2008
"Be Kind Rewind", un'altra idea divertente di Michael Gondry
Michael Gondry, regista e scenggiatore, è tornato.
In "Eternal Sunshine of the Spotless Mind" indagò la mente umana: direttamente, essendo buona parte del film ambientata nella mente del protagonista. Il film, che ho più volte citato per la "traduzione" del titolo in "Se mi lasci ti cancello", parla di un'invenzione che permette a chi lo desideri di eliminare dalla propria mente dei ricordi: non cancellare la memoria in blocco, ma cancellare solo ciò che si desidera, per esempio un ex fidanzato che ci ha fatto molto soffrire, come fa Kate Winslet decidendo di dimenticare il povero Jim Carrey. Quando lui decide, spiazzto dalla situazione, di fare la stessa cosa, durante l'intervento qualcosa va storto, rimane cosciente e ci ripensa: ne consegue una folle corsa tra i ricordi nel tentativo di salvare il ricordo di lei in qualche angolino del cervello. Un'idea geniale, una realizzazione divertente e intelligente, un film che necessita attenzione ma che la merita tutta.
"L'arte del sogno" è un film ancor più pazzo e divertente, in cui realtà e sogno, fantasia e vita si confondono, tra mani giganti e battute sferzanti. Se "Eternal.." è un capolavoro (non a caso Premio Oscar per la sceneggiatura originale), questo film è una perla, meno messaggi, meno profondità ma più risate.
"Be Kind Rewind" ora nelle sale, parte da un'altra idea geniale: in una videoteca capita che si smagnetizzino tutti i nastri proprio mentre il proprietario non c'è. Cosa si inventano il dipendente col suo folle amico (Jack Black) per far fronte all'emergenza? Rifanno i film, registrando le scene più famose. Da qui il film va da sè, tra un siparietto e l'altro: anche questa volta originale, è però a mio modestissimo parere un'opera imperfetta, a cui manca il respiro del capolavoro e la folia della perla.
Detto questo, sono sempre più assuefatto a film d'autore, in particolare a quelli dai fini genialmente artistici, che più o meno riusciti danno sempre e comunque qualcosa di nuovo, di diverso, e in cui ritroviamo sempre quel pizzico d'orginalità che ci solletica il palato...
In "Eternal Sunshine of the Spotless Mind" indagò la mente umana: direttamente, essendo buona parte del film ambientata nella mente del protagonista. Il film, che ho più volte citato per la "traduzione" del titolo in "Se mi lasci ti cancello", parla di un'invenzione che permette a chi lo desideri di eliminare dalla propria mente dei ricordi: non cancellare la memoria in blocco, ma cancellare solo ciò che si desidera, per esempio un ex fidanzato che ci ha fatto molto soffrire, come fa Kate Winslet decidendo di dimenticare il povero Jim Carrey. Quando lui decide, spiazzto dalla situazione, di fare la stessa cosa, durante l'intervento qualcosa va storto, rimane cosciente e ci ripensa: ne consegue una folle corsa tra i ricordi nel tentativo di salvare il ricordo di lei in qualche angolino del cervello. Un'idea geniale, una realizzazione divertente e intelligente, un film che necessita attenzione ma che la merita tutta.
"L'arte del sogno" è un film ancor più pazzo e divertente, in cui realtà e sogno, fantasia e vita si confondono, tra mani giganti e battute sferzanti. Se "Eternal.." è un capolavoro (non a caso Premio Oscar per la sceneggiatura originale), questo film è una perla, meno messaggi, meno profondità ma più risate.
"Be Kind Rewind" ora nelle sale, parte da un'altra idea geniale: in una videoteca capita che si smagnetizzino tutti i nastri proprio mentre il proprietario non c'è. Cosa si inventano il dipendente col suo folle amico (Jack Black) per far fronte all'emergenza? Rifanno i film, registrando le scene più famose. Da qui il film va da sè, tra un siparietto e l'altro: anche questa volta originale, è però a mio modestissimo parere un'opera imperfetta, a cui manca il respiro del capolavoro e la folia della perla.
Detto questo, sono sempre più assuefatto a film d'autore, in particolare a quelli dai fini genialmente artistici, che più o meno riusciti danno sempre e comunque qualcosa di nuovo, di diverso, e in cui ritroviamo sempre quel pizzico d'orginalità che ci solletica il palato...
venerdì 9 maggio 2008
"Iron Man". Meglio il supereroe che la "canaglia dal cuore d'oro"
IRON MAN: finalmente.
Finalmente sono riuscito a obbligare qualcuno -nel caso in questione la mia ragazza- a vedere questo film, e mi sono divertito tantissimo!
Non me ne lascio sfuggire uno, e può sembrare strano da parte di un amante del cinema d'autore: ognuno ha le sue debolezze pop...
In particolare proprio i film dei supereoi stanno tenendo a galla Hollywood, film in cui gli americani possono dar sfogo a tutta la voglia di esplosioni ed effetti speciali: in questo sono maestri, e io ne rimango contento come un bambino.
Ogni supereroe ha la sua forza, il suo punto debole, il suo passato, i suoi nemici e seppure secondo uno schema sempre uguale, ha sempre qualche caratteristica fortemente personale.
Veniamo catapultati in un film che è un gioco, e quanto mi diverto con le battute assurde o le follie del film, i siparietti da commedia, ma tutto all'eccesso, senza prendersi davvero sul serio, prendendosi un po' in giro.
Molto meglio rispetto allo stereotipo frequentissimo della "canaglia dal cuore d'oro", dal sorriso beffardo e la battuta (...) pronta, dai vizi perdonabili perchè "è il numero 1", col negretto come amico e compare, ingenuo ma sempre vicino nelle difficoltà (The Hunting Party, per esempio); in film in qualche modo realistici STOP alle battute del tipo "avevo bisogno di un nuovo taglio di capelli" dopo che una pallottola ha sfiorato la testa.
Nel mondo del fumetto e del supereroe, non ci sono le tinte intermedie: l'eroe è l'eroe, il nemico è cattivo e senza scrupoli, tutto al massimo, tutto in un gioco di fantasia, botti, voli e combattimenti.
Mi sono divertito un sacco, la mia ragazza un po' meno, ma ne è valsa la pena:
la battuta finale, poi, che spettacolo...
Finalmente sono riuscito a obbligare qualcuno -nel caso in questione la mia ragazza- a vedere questo film, e mi sono divertito tantissimo!
Non me ne lascio sfuggire uno, e può sembrare strano da parte di un amante del cinema d'autore: ognuno ha le sue debolezze pop...
In particolare proprio i film dei supereoi stanno tenendo a galla Hollywood, film in cui gli americani possono dar sfogo a tutta la voglia di esplosioni ed effetti speciali: in questo sono maestri, e io ne rimango contento come un bambino.
Ogni supereroe ha la sua forza, il suo punto debole, il suo passato, i suoi nemici e seppure secondo uno schema sempre uguale, ha sempre qualche caratteristica fortemente personale.
Veniamo catapultati in un film che è un gioco, e quanto mi diverto con le battute assurde o le follie del film, i siparietti da commedia, ma tutto all'eccesso, senza prendersi davvero sul serio, prendendosi un po' in giro.
Molto meglio rispetto allo stereotipo frequentissimo della "canaglia dal cuore d'oro", dal sorriso beffardo e la battuta (...) pronta, dai vizi perdonabili perchè "è il numero 1", col negretto come amico e compare, ingenuo ma sempre vicino nelle difficoltà (The Hunting Party, per esempio); in film in qualche modo realistici STOP alle battute del tipo "avevo bisogno di un nuovo taglio di capelli" dopo che una pallottola ha sfiorato la testa.
Nel mondo del fumetto e del supereroe, non ci sono le tinte intermedie: l'eroe è l'eroe, il nemico è cattivo e senza scrupoli, tutto al massimo, tutto in un gioco di fantasia, botti, voli e combattimenti.
Mi sono divertito un sacco, la mia ragazza un po' meno, ma ne è valsa la pena:
la battuta finale, poi, che spettacolo...
martedì 6 maggio 2008
"21, vittoria, grande baldoria!" dall'originale "Winner Winner, Chicken Dinner!": proverbiale...
Piccolo post d'appendice al post sul film "21"
Per chi ha visto il film, il titolo di oggi colma un vuoto, perchè siamo in molti ad esserci chiesti quale fosse la battuta originale di quel (brutto) "21 vittoria grande baldoria" che diffusamente viene ripetuta nel film.
L'origine del suo significato è forse quella raccontata qui.
Se trovate qualche intepretazione, o un'origine del detto più convincente, fatemelo sapere.
A favore dei traduttori, questa è un'espressione intraducibile e, inoltre, a me pare piuttosto brutta anche l'espressione originale; ovviamente non avrebbero potuto tradurre con un altro detto sui polli perchè la cosa non ha senso.
Solo perchè c'è chicken, a chi verrebbe in mente di cercare proverbi sui polli? A me, per esempio. Ecco alcuni che mi sono piaciuti
Ragazzi e polli non si trovan mai satolli.
Meglio minuzzoli con amore, che polli grassi con dolore.
Preti, frati, monache e polli non si trovan mai satolli.
Non è buon anno quando il pollo becca il gallo.
Ma "chicken" significa anche "gallina"!
Chi di gallina nasce convien che razzoli (o raspi).
Gallina che non becca ha già beccato.
Gallina mugellese, ha cent'anni e mostra un mese.
Gallina vecchia fa buon brodo.
Gallina vecchia senza tetto, non fu mai senza difetto.
Gallina vecchia vuol galletto giovane.
Gallo magro e gallina grassa fanno buon matrimonio.
Gallo vecchio, gallina tenerella.
In casa non c'è pace, quando gallina canta e gallo tace.
L'uovo ne vuol saper più della gallina.
Mal cova la gallina fuor del nido.
Meglio un uovo oggi che una gallina domani.
Non pelar tanto la gallina che strilli.
Gallina che canta ha fatto l'uovo.
Consiglio di volpi, tribolo di galline.
Dodici galline e un gallo, mangiano come un cavallo.
Le Trentine vengono giù pollastre e se ne vanno su galline.
Né d'erba febraiola né di donna festaiola non ti fidare.Femmine e galline, per girellar troppo, si perdono.
Quando fiorisce il sambuco, le galline stringono il buco.
Per chi ha visto il film, il titolo di oggi colma un vuoto, perchè siamo in molti ad esserci chiesti quale fosse la battuta originale di quel (brutto) "21 vittoria grande baldoria" che diffusamente viene ripetuta nel film.
L'origine del suo significato è forse quella raccontata qui.
Se trovate qualche intepretazione, o un'origine del detto più convincente, fatemelo sapere.
A favore dei traduttori, questa è un'espressione intraducibile e, inoltre, a me pare piuttosto brutta anche l'espressione originale; ovviamente non avrebbero potuto tradurre con un altro detto sui polli perchè la cosa non ha senso.
Solo perchè c'è chicken, a chi verrebbe in mente di cercare proverbi sui polli? A me, per esempio. Ecco alcuni che mi sono piaciuti
Ragazzi e polli non si trovan mai satolli.
Meglio minuzzoli con amore, che polli grassi con dolore.
Preti, frati, monache e polli non si trovan mai satolli.
Non è buon anno quando il pollo becca il gallo.
Ma "chicken" significa anche "gallina"!
Chi di gallina nasce convien che razzoli (o raspi).
Gallina che non becca ha già beccato.
Gallina mugellese, ha cent'anni e mostra un mese.
Gallina vecchia fa buon brodo.
Gallina vecchia senza tetto, non fu mai senza difetto.
Gallina vecchia vuol galletto giovane.
Gallo magro e gallina grassa fanno buon matrimonio.
Gallo vecchio, gallina tenerella.
In casa non c'è pace, quando gallina canta e gallo tace.
L'uovo ne vuol saper più della gallina.
Mal cova la gallina fuor del nido.
Meglio un uovo oggi che una gallina domani.
Non pelar tanto la gallina che strilli.
Gallina che canta ha fatto l'uovo.
Consiglio di volpi, tribolo di galline.
Dodici galline e un gallo, mangiano come un cavallo.
Le Trentine vengono giù pollastre e se ne vanno su galline.
Né d'erba febraiola né di donna festaiola non ti fidare.Femmine e galline, per girellar troppo, si perdono.
Quando fiorisce il sambuco, le galline stringono il buco.
domenica 27 aprile 2008
Torna Brenda Blethyn. Sì, ma da dove?

Ho amato tanto "Little Miss Sunshine", tanto da avere il dvd e da averlo visto più volte. Quando ho visto questa locandina mi sono chiesto: ma Brenda Blethyn, che ruolo aveva in Little Miss Sunshine? Pur ricordandola ne "L'erba di Grace", non riuscivo proprio ad associarla a nessun personaggio della splendida commedia del 2006. Non ci riesco ancora: e ho scoperto che non ci riuscirò. Infatti, l'attrice non fa parte del cast di Little Miss Sunshine! Checchè ne dica il trailer, la locandina e le pubblicità radiofoniche: non c'è!
Qualche fenomeno si è fatto distarre dal giallo della locandina? Oppure qualche geniaccio del marketing ha fatto la furbata? Non so, ma questa è una bufala bella e buona...
P.S. Naturalmente, inoltre, il titolo originale del film suona "Clubland" o "Introducing the Dwights"...
"21" e il sogno americano al cinema
Astuto specchio del masochismo cinematografico italiano (di cui ho parlato due post fa) è l'ineguagliabile capacità del cinema "made in USA": farci sognare.
"21" è un film dalle classiche battute statunitensi, con una trama piuttosto prevedibile in tutti i suoi sviluppi, dai personaggi stereotipati e dalle emozioni facili, senza alcuna complessità (se non il meccanismo fondamento del film grazie al quale il protagonista riesce matematicamente a vincere a black jack....).
Anche questa volta, una trama dallo schema hollywoodiano classico.
La sala era gremita, le persone ridevano alle battute e sono uscite discretamente soddisfatte.
Io sono andato a vederlo consapevole che fosse un'opera d'intrattenimento ma sperando che avesse qualche colpo di genio, qualche sferzata da opera d'arte.
Niente da fare, ma, e questo è il punto, anch'io sono uscito sommariamente soddisfatto. Non ho provato sensazioni forti, non sono scaturite profonde riflessioni, il film non entrerà nella mia lista a causa di battute e situazioni ridicole nella loro scontatezza.
Di nuovo a Las Vegas, di nuovo tentando di vincere al casinò, di guadagnare nel posto creato per spendere: questa volta a Black Jack.
La premessa era anche buona, ma gli sviluppi scontati e prevedibili; anche il più accanito comunista, tuttavia, almeno una volta nel film non avrebbe saputo trattenere un brividino di piacere.
In questi film americani infatti, viene realizzato qualsiasi viscerale desiderio, e almeno uno ci appartiene:
sia la ricchezza,
le donne,
una vita all'insegna dell'eccesso,
la vittoria,
il piacere di fottere il sistema,
la voglia di cambiare se stessi,
lo shopping senza limiti,
il potere,
la violenza,
l'astuzia,
l'amore...
Il XX secolo e soprattutto gli ultimi 50 anni sono proprio segnati dall'ascesa e dal trionfo del modello di vita americano, che, pur tra mille problemi e difetti, è stato esportato e presentato con convinta magnificenza: il sogno americano appunto. Il cinema, grazie alla sua globalità, molto prima e molto più efficacemente di altri mezzi di comunicazione, è stato e continua ad essere il veicolo primario, la vetrina dell'America sul mondo.
Grandi film sono stati realizzati in un senso diverso, ma rimane ancora oggi una grandissima parte di film, dal grandissimo successo, che "puntano allo stomaco più che al cervello": come Berlusconi, per capirci. Las Vegas è il modello per eccellenza: nel nulla del deserto, un insieme luccicante in cui troviamo la torre Eiffel e Venezia e New York (i miei amici che l'anno scorso l'hanno vissuta e chiunque ci è passato saprebbe sicuramente spiegarla meglio...). Il paese dei balocchi per grandi: infatti l'unica necessità per poter giocare sono i soldi, se non hai i soldi non giochi, se non hai i soldi, non esisti, ma nel film i soldi li hai, naturalmente.
Sarebbe facile mostrare il lato negativo della cosa, ma gli USA sono maestri nel mostrare solo ciò che brilla, e si esce da questo film complessivamente contenti; il protagonista ha sistemato ciò che doveva sistemare e in qualche modo il cerchio si è chiuso; ho passato 2 ore tra oro, belle ragazze, gioco e soldi, con contorno di buon cuore e onesti sentimenti: nessuna malattia, nessun grigiore, nessun lavoro.
E la sala è piena,
naturalmente.
"21" è un film dalle classiche battute statunitensi, con una trama piuttosto prevedibile in tutti i suoi sviluppi, dai personaggi stereotipati e dalle emozioni facili, senza alcuna complessità (se non il meccanismo fondamento del film grazie al quale il protagonista riesce matematicamente a vincere a black jack....).
Anche questa volta, una trama dallo schema hollywoodiano classico.
La sala era gremita, le persone ridevano alle battute e sono uscite discretamente soddisfatte.
Io sono andato a vederlo consapevole che fosse un'opera d'intrattenimento ma sperando che avesse qualche colpo di genio, qualche sferzata da opera d'arte.
Niente da fare, ma, e questo è il punto, anch'io sono uscito sommariamente soddisfatto. Non ho provato sensazioni forti, non sono scaturite profonde riflessioni, il film non entrerà nella mia lista a causa di battute e situazioni ridicole nella loro scontatezza.
Di nuovo a Las Vegas, di nuovo tentando di vincere al casinò, di guadagnare nel posto creato per spendere: questa volta a Black Jack.
La premessa era anche buona, ma gli sviluppi scontati e prevedibili; anche il più accanito comunista, tuttavia, almeno una volta nel film non avrebbe saputo trattenere un brividino di piacere.
In questi film americani infatti, viene realizzato qualsiasi viscerale desiderio, e almeno uno ci appartiene:
sia la ricchezza,
le donne,
una vita all'insegna dell'eccesso,
la vittoria,
il piacere di fottere il sistema,
la voglia di cambiare se stessi,
lo shopping senza limiti,
il potere,
la violenza,
l'astuzia,
l'amore...
Il XX secolo e soprattutto gli ultimi 50 anni sono proprio segnati dall'ascesa e dal trionfo del modello di vita americano, che, pur tra mille problemi e difetti, è stato esportato e presentato con convinta magnificenza: il sogno americano appunto. Il cinema, grazie alla sua globalità, molto prima e molto più efficacemente di altri mezzi di comunicazione, è stato e continua ad essere il veicolo primario, la vetrina dell'America sul mondo.
Grandi film sono stati realizzati in un senso diverso, ma rimane ancora oggi una grandissima parte di film, dal grandissimo successo, che "puntano allo stomaco più che al cervello": come Berlusconi, per capirci. Las Vegas è il modello per eccellenza: nel nulla del deserto, un insieme luccicante in cui troviamo la torre Eiffel e Venezia e New York (i miei amici che l'anno scorso l'hanno vissuta e chiunque ci è passato saprebbe sicuramente spiegarla meglio...). Il paese dei balocchi per grandi: infatti l'unica necessità per poter giocare sono i soldi, se non hai i soldi non giochi, se non hai i soldi, non esisti, ma nel film i soldi li hai, naturalmente.
Sarebbe facile mostrare il lato negativo della cosa, ma gli USA sono maestri nel mostrare solo ciò che brilla, e si esce da questo film complessivamente contenti; il protagonista ha sistemato ciò che doveva sistemare e in qualche modo il cerchio si è chiuso; ho passato 2 ore tra oro, belle ragazze, gioco e soldi, con contorno di buon cuore e onesti sentimenti: nessuna malattia, nessun grigiore, nessun lavoro.
E la sala è piena,
naturalmente.
martedì 22 aprile 2008
"La ragazza del lago" e il masochismo del cinema italiano contemporaneo.
"La ragazza del lago" ha vinto 10 David di Donatello, "premio cinematografico italiano, assegnato dall'Ente David di Donatello dell'Accademia del Cinema Italiano in diverse categorie e può essere considerato come l'equivalente per il cinema italiano del premio Oscar" (dice wikipedia).
Quest'anno questo film interpretato dal sempre bravo Toni Servillo ha trionfato aggiudicandosi tutti i premi più importanti: l'elenco è qui.
L'ho visto ieri sera: gran bel film, ottima opera cinematografica MA non entrerà nella mia lista (del resto ha già preso i david, non può mica avere tutti gli onori...). Considero infatti la pellicola un'eccellente opera d'artigianato, ma io ho bisogno del genio creativo, dello slancio, del poter dire: senza questo film, sarei diverso, impercettibilmente, ma diverso. Certo, ogni esperienza comunque lascia qualcosa, ma "qualcosa" può essere tanto o poco.
Questo film è un giallo, molto ben studiato e poco prevedibile, con la qualità di essere ambiantato vicino a casa nostra e questo ce lo rende estremamente più vero, rispetto ai milioni di omicidi (ecc...) che vediamo in un mondo altro, l'America spesso, che rimane il nostro mondo di finzione. Quando succede qui vicino, riporta alla mente le notizie del telegionale ed è... diverso.
Peccato, e molto mi dispiace, è che anche questo film non riesce a sfuggire al clichè del cinema italiano contemporaneo; c'è una ragazza morta e un'investigazione: benissimo. Perchè corredare il tutto con malattie varie sparse per i vari personaggi secondari? Siamo inevitabilmente un paese malato? O di malati? E qui non si sta parlando di una malattia psichica del possibile assassino che tra l'altro sarebbe poco originale, prevedibile ma comprensibile: no, malattie, tumori, autismi, malattie degenerative, di tutto un po'. Perchè io mi chiedo, perchè?
Poi ci si lamenta che la gente non va a vedere un film italiano... Se ogni volta bisogna armarsi di anti depressivi, allora mi spiace ma urlo "evviva De Sica a Natale". Se per avere un'opera d'arte, uno spessore (o per darselo...) siamo schiavi delle calamità e delle situazioni più tragiche, del gusto morboso di presentare situazioni malate, non per far tragedia, ma per stimolare empatia e il "piacere di piangere" alla "programmi del primo pomeriggio Rai o Mediaset" allora, niente supponenza, nessuna presunzione di esere migliori della tv.
E non ci lamentiamo se i cinepanettoni fanno 18 milioni al botteghino.
Ernesto Rafael Guevara De la Serna si chiede, nei suoi diari, perchè fare film tristi, pieni di malattie ed episodi tragici: non ne abbiamo abbastanza nel mondo reale?
I Greci risponderebbero "catarsi", ma loro in questo erano maestri. Oggi in Italia è puro gusto masochistico.
Le persone vivono nella realtà, cha ha già i suoi bei difettoni, quanti accettano di passare la loro serata di svago a martellarsi nei coglioni?
Pochi.
E io non riesco proprio a dar loro torto.
Quest'anno questo film interpretato dal sempre bravo Toni Servillo ha trionfato aggiudicandosi tutti i premi più importanti: l'elenco è qui.
L'ho visto ieri sera: gran bel film, ottima opera cinematografica MA non entrerà nella mia lista (del resto ha già preso i david, non può mica avere tutti gli onori...). Considero infatti la pellicola un'eccellente opera d'artigianato, ma io ho bisogno del genio creativo, dello slancio, del poter dire: senza questo film, sarei diverso, impercettibilmente, ma diverso. Certo, ogni esperienza comunque lascia qualcosa, ma "qualcosa" può essere tanto o poco.
Questo film è un giallo, molto ben studiato e poco prevedibile, con la qualità di essere ambiantato vicino a casa nostra e questo ce lo rende estremamente più vero, rispetto ai milioni di omicidi (ecc...) che vediamo in un mondo altro, l'America spesso, che rimane il nostro mondo di finzione. Quando succede qui vicino, riporta alla mente le notizie del telegionale ed è... diverso.
Peccato, e molto mi dispiace, è che anche questo film non riesce a sfuggire al clichè del cinema italiano contemporaneo; c'è una ragazza morta e un'investigazione: benissimo. Perchè corredare il tutto con malattie varie sparse per i vari personaggi secondari? Siamo inevitabilmente un paese malato? O di malati? E qui non si sta parlando di una malattia psichica del possibile assassino che tra l'altro sarebbe poco originale, prevedibile ma comprensibile: no, malattie, tumori, autismi, malattie degenerative, di tutto un po'. Perchè io mi chiedo, perchè?
Poi ci si lamenta che la gente non va a vedere un film italiano... Se ogni volta bisogna armarsi di anti depressivi, allora mi spiace ma urlo "evviva De Sica a Natale". Se per avere un'opera d'arte, uno spessore (o per darselo...) siamo schiavi delle calamità e delle situazioni più tragiche, del gusto morboso di presentare situazioni malate, non per far tragedia, ma per stimolare empatia e il "piacere di piangere" alla "programmi del primo pomeriggio Rai o Mediaset" allora, niente supponenza, nessuna presunzione di esere migliori della tv.
E non ci lamentiamo se i cinepanettoni fanno 18 milioni al botteghino.
Ernesto Rafael Guevara De la Serna si chiede, nei suoi diari, perchè fare film tristi, pieni di malattie ed episodi tragici: non ne abbiamo abbastanza nel mondo reale?
I Greci risponderebbero "catarsi", ma loro in questo erano maestri. Oggi in Italia è puro gusto masochistico.
Le persone vivono nella realtà, cha ha già i suoi bei difettoni, quanti accettano di passare la loro serata di svago a martellarsi nei coglioni?
Pochi.
E io non riesco proprio a dar loro torto.
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