Partiamo dalla fine.
3 premi: vincitore, premio della sala stampa, premio della critica.
Sia per gli Artisti che per le Proposte.
Nelle Proposte ha fatto man bassa Arisa: in effetti prevedibile, già a metà della prima esibizione ha conquistato tutti, di ogni strato sociale e culturale.
Tra gli Artisti ha vinto Marco Carta; il premio della critica è andato agli Afterhours e quello della sala stampa a Povia.
Facciamo un passo indietro.
La quarta serata è stata sotto le aspettative: le reinterpretazioni degli artisti sono state poco originali, sorprendenti nè interessanti, tanto quanto le canzoni e i cantanti stessi, del resto.
L'ultima serata è l'ultima serata: necessariamente più sobria, più classica, più usuale.
Panoramica del Festival di Sanremo 2009.
Pregi.
Il presentatore e la sua spalla: allegramente dinamici; sembra poco, avercene.
Le proposte: ognuna con un suo carattere e con un suo timbro, con un suo modo. Certo, tre o quattro hanno puntato tutto sull'esibizione della capacità di canto, con troppi urli e poca personalità. Bravissime a cantare, poco cantanti: manca a prima vista il fattore x. Ma almeno la metà aveva da dire e l'ha detto bene.
I modelli: una buona idea.
Difetti.
Gli Artisti: su 16 sì e no 6 erano buone canzoni, ma i tre che hanno provato davvero a fare dell'arte sono stati eliminati immediatamente.
Ieri in finale di accettabile c'era Patty Pravo, lei più che la canzone, Alexia, forse Masini, ma insomma: tre giornate a capire chi fosse il meno peggio, nessuno che mi sia piaciuto davvero.
Le ospitate di attori e simili: non un granchè. Punto più basso toccato da Bonolis che canta Imagine a Kevin Spacey, di quest'ultimo canzone preferita, il quale non aveva voluto cantarla per il troppo rispetto per John Lennon. In tutta risposta s'è visto il canappione di Bonolis che gliela cantava, malino, tutta, a dieci cm di distanza.
Il format, alcune idee, i giovani e i presentatori l'hanno reso un festival molto bello, ma la sostanza, le canzoni degli Artisti, erano e rimangono brutte. Normale dunque che da molte parti si senta la proposta, inattuabile ma significativa, di trasformare Sanremo in un festival totalmente al servizio dei nuovi cantanti. Arisa, Simona Molinari, Malika Ayane, Irene Fornaciari, Iskra Menarini mi sono proprio piaciute, e anche gli altri 5 non erano male.
In definitiva, dunque, posso dire che Sanremo mi piace sempre come evento in quanto rito, e i riti mi piacciono.
"...Ci vogliono i riti".
"Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Questo Sanremo non è stato particolarmente entusiasmante, ma molto godibile; e soprattutto, ha avuto la sua stella: Arisa.
Quando assisto ad un'esibizione come la sua, mi si infonde nuova fiducia nell'arte.
Come davanti a un film bellissimo, che mette d'accordo tutti.
Prende nuova forza l'idea, magnifica, che esistano cose BELLE, direi oggettivamente: che toccano tutti, più o meno addestrati esteticamente, dai gusti più diversi, più o meno profondi, più o meno pazienti.
Non è detto che lei sarà questo fenomeno sempre: ma in quel momento, su quel palco, così vestita e con quella canzone, ha trovato l'alchimia giusta per accendere il fuoco dell'arte e far splendere la Bellezza.
Esistono opere riflessive e profonde e pesanti.
Anche quelle frivole e stupide.
Parafrasando Oscar Wilde, in tutti i casi, l'arte si divide in opere ben fatte e opere fatte male.
Evviva quei casi in cui non c'è spazio per il genio incompreso, ma spontaneamente la bellezza è da tutti riconosciuta e apprezzata: quando il televoto e la critica decretano lo stesso vincitore. Quella è la massima, più completa e tonda espressione artistica. La bellezza per tutti: non stupida, nè superficiale, anzi intelligente e squisita.
È così difficile riprodurre la bellezza oggettiva, che averne anche un solo esempio in un festival lo rende unisco, speciale, lo impreziosisce, anzi, lo illumina della sua luce.
Ci sono tantissime declinazioni dell Bellezza: eppure è difficilissimo ricreare l'opera bella a tutto tondo. Di canzoni ben cantate, di disegni ben fatti, di articoli o libri ben scritti ce n'è un mare: lavori fatti con cura. Il capolavoro è qualcosa di più.
Tanti aspetti che si fondono per realizzare qualcosa allo stesso tempo nuovo eppure classico, in cui tutto è montato ad arte tanto da apparire spontaneo, leggero ma non inutile.
Fattezze e movenze della cantante, la sua voce, il testo della canzone e la musica devono fondersi, essere tutti fatti l'uno per l'altro in un vortice d'amore unico, in cui gli spicchi riformino la mela perfetta a cui tendere...
La misteriosa alchimia della bellezza.
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domenica 22 febbraio 2009
domenica 26 ottobre 2008
Scrivere e no.
Ho iniziato a scrivere qui quando proprio non ce la facevo più a resistere.
Perchè quando su ogni cosa rifletti,
quando per ogni domanda rispondi con la serietà e l'impegno di uno scienziato,
con la lunghezza e le delicate conclusioni di un saggio,
- perchè ormai hai capito quanto è facile contraddirsi,
e per la testa ronza anche quel dubbio di incomunicabilità cronica tra vari esseri umani, tra anime distinte-
quando il telefono si fa rovente dopo le tre chiamate consecutive
per esprimere la tua nuova idea
il tuo originale punto di vista
la tua ultima scoperta
e pesi sul prossimo che magari in quel momento non ha
la testa la voglia l'umore
di ascoltarti -ma perchè ti è amico o qualcosa di più, ti ascolta comunque-
quando poi hai ripetuto il concetto più volte così da averlo appreso, assimilato
e di colpo perde il tuo interesse
eppure
pensi che avrebbe potuto dare di più
e che meritava di rimanere:
allora,
SCRIVI.
Ho dunque scoperto che tutto quello che perde lo scritto:
le tue espressioni
il tuo gesticolare
ma soprattutto i tuoi occhi
e la passione che sprizza furiosa;
tutto quello per cui non lo usavo,
lo scritto ti sorprende.
Con il suo ordine e i suoi "a capo",
con le parole
proprio quelle
che tu vuoi e puoi usare per esprimere al meglio il concetto,
che riscopri diverso,
e sorprendentemente
agli occhi degli altri
anche più bello:
o almeno questo ti passa.
E scopri che scrivi perchè solo quello ti dà la sensazione di completarti e di realizzarti e di attuarti
-quello e l'abbraccio caldo dell'amata-
e scrivi perchè ti piace,
che poi piaccia agli altri,
è bene fa piacere
ma non basterebbe.
Il blog diventa la memoria e la lavagna
un luogo per ricordare e prevedere
dove la mente vive
si rapporta
con te stesso tra passato e futuro,
innanzitutto.
Poi sul più bello smetti di scrivere
perchè non scrivere è così facile:
se la stima di te stesso è equilibrata
tra autostima e autodisprezzo
non hai bisogno di dimostrare alcunchè;
e allora è facile,
perchè non scrivere
è come non fare
non parlare
non costruire
non distruggere
non vivere:
basta lasciarsi vivere
senza affanni
nè scopi
nè obiettivi,
tranquilli.
Solo il rispetto
mi riporta qui,
miei più o meno casuali lettori
cresciuti con me:
venti giorni
così
mi paiono un abbandono
e allora eccomi
col mio perchè teorico
e poi
col mio perchè contingente:
tanto tennis e una tesi
colla sua noiosa scrittura compilativa
hanno aiutato.
Se poi la tesi del libro su cui stai lavorando
è che in fondo
c'è ben poco da dire
e tu sei malleabile come la plastilina
e condizionabile come l'aria in ambiente chiuso
il gioco è fatto.
O quasi,
serve anche l'eco di Wilde:
Everyone who is incapable of learning has taken to teaching.
Tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi ad insegnare.
Poi ti ricordi che tu non insegni, anzi,
rifletti per imparare e se
Fatti non fummo a viver come bruti,
ma per seguire virtude e conoscenza.
Dante, Inferno, XXVI.
..allora ben ritrovati!
Mi dimentico spesso come rendermi felice,
e scrivere è sicuramente un modo,
anche quando serve a giustificare la mia innata
PIGRIZIA.
Perchè quando su ogni cosa rifletti,
quando per ogni domanda rispondi con la serietà e l'impegno di uno scienziato,
con la lunghezza e le delicate conclusioni di un saggio,
- perchè ormai hai capito quanto è facile contraddirsi,
e per la testa ronza anche quel dubbio di incomunicabilità cronica tra vari esseri umani, tra anime distinte-
quando il telefono si fa rovente dopo le tre chiamate consecutive
per esprimere la tua nuova idea
il tuo originale punto di vista
la tua ultima scoperta
e pesi sul prossimo che magari in quel momento non ha
la testa la voglia l'umore
di ascoltarti -ma perchè ti è amico o qualcosa di più, ti ascolta comunque-
quando poi hai ripetuto il concetto più volte così da averlo appreso, assimilato
e di colpo perde il tuo interesse
eppure
pensi che avrebbe potuto dare di più
e che meritava di rimanere:
allora,
SCRIVI.
Ho dunque scoperto che tutto quello che perde lo scritto:
le tue espressioni
il tuo gesticolare
ma soprattutto i tuoi occhi
e la passione che sprizza furiosa;
tutto quello per cui non lo usavo,
lo scritto ti sorprende.
Con il suo ordine e i suoi "a capo",
con le parole
proprio quelle
che tu vuoi e puoi usare per esprimere al meglio il concetto,
che riscopri diverso,
e sorprendentemente
agli occhi degli altri
anche più bello:
o almeno questo ti passa.
E scopri che scrivi perchè solo quello ti dà la sensazione di completarti e di realizzarti e di attuarti
-quello e l'abbraccio caldo dell'amata-
e scrivi perchè ti piace,
che poi piaccia agli altri,
è bene fa piacere
ma non basterebbe.
Il blog diventa la memoria e la lavagna
un luogo per ricordare e prevedere
dove la mente vive
si rapporta
con te stesso tra passato e futuro,
innanzitutto.
Poi sul più bello smetti di scrivere
perchè non scrivere è così facile:
se la stima di te stesso è equilibrata
tra autostima e autodisprezzo
non hai bisogno di dimostrare alcunchè;
e allora è facile,
perchè non scrivere
è come non fare
non parlare
non costruire
non distruggere
non vivere:
basta lasciarsi vivere
senza affanni
nè scopi
nè obiettivi,
tranquilli.
Solo il rispetto
mi riporta qui,
miei più o meno casuali lettori
cresciuti con me:
venti giorni
così
mi paiono un abbandono
e allora eccomi
col mio perchè teorico
e poi
col mio perchè contingente:
tanto tennis e una tesi
colla sua noiosa scrittura compilativa
hanno aiutato.
Se poi la tesi del libro su cui stai lavorando
è che in fondo
c'è ben poco da dire
e tu sei malleabile come la plastilina
e condizionabile come l'aria in ambiente chiuso
il gioco è fatto.
O quasi,
serve anche l'eco di Wilde:
Everyone who is incapable of learning has taken to teaching.
Tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi ad insegnare.
Poi ti ricordi che tu non insegni, anzi,
rifletti per imparare e se
Fatti non fummo a viver come bruti,
ma per seguire virtude e conoscenza.
Dante, Inferno, XXVI.
..allora ben ritrovati!
Mi dimentico spesso come rendermi felice,
e scrivere è sicuramente un modo,
anche quando serve a giustificare la mia innata
PIGRIZIA.
mercoledì 17 settembre 2008
Gli esami qualche volta finiscono
...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...
C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.
[Novecento, Alessandro Baricco]
Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...
Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..
Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)
Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.
Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello
"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso
Ormai si conosceva bene
"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,
ma erano tutti contenti
e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...
C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.
[Novecento, Alessandro Baricco]
Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...
Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..
Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)
Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.
Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello
"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso
Ormai si conosceva bene
"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,
ma erano tutti contenti
e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.
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CIAMBELLA COL BUCO,
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racconti,
riflessioni,
sfogo,
università,
versi
sabato 5 luglio 2008
[Doppio post:2] Io, sul pianeta dello studente
Con la riforma del sapere a punti, la cultura è diventata roba per grandi. A me le robe da grandi fanno schifo, e solo quando li dimentico, quei numeri che tutti mi urlano, guardo col cuore e vedo l'essenziale, vedo dietro la Storia gli uomini che l'hanno fatta, nei saggi i Saggi che li hanno scritti: e allora sono interessato, e allora mi appassiono, perchè non vedo più soltanto il mero dato, il numero, gli ridò vita. Alle volte non è più tanto facile, sarà il crescere, sarà che sto diventando grande: ma quando ci riesco, quando riesco a dimenticare quanti esami mi mancano, quanti ne ho fatti e dunque che numero di esame è quello che sto preparando, quanto vale -come se il valore di un esame, del sapere, è dato dai CFU assegnatogli, assurdo, ma nell'uso comune si dice proprio così- allora, immerso nel contenuto, ritrovo la curiosità della scuola elementare, delle medie... Poi al liceo tanti bambini diventano grandi in fretta, e già iniziano a sommare e dividere, fare medie, calcolare i numeri della cultura, del sapere: già lì si comincia, perchè solo ai bambini delle elementari si chiede cos'hai imparato oggi, a quelli del liceo si chiede quantidebitihai, quantiesamihai, chemediahai, conquantoseiuscito. Però al liceo io ero ancora ingenuamente bambino, coglievo l'essenziale di ciò che imparavo, pur colla mia pigrizia e la mia distrazione, pur con un'altalenante passione. Ma i numeri, mi interessavano solo in matematica. Poi la vita ti cresce, le esperienze, e quando tutti parlano per numeri, poi sei tu che ti senti sbagliato, perchè un po' di razionalità in più ti ha fatto perdere la sfrontatezza con cui rifiutavi l'importanza dei numeri. Quando l'amore cede il passo alla relazione amorosa, la programmazione prende il posto all'improvvisazione, il futuro è l'argomento, e non più il presente, la vacanza un intervallo tra due numeri, ben calcolati: allora capisci che tutto è più equilibrato, più giusto, e pian piano l'accetti. Non è che sia tutto sbagliato, perchè è solo la purezza dei sogni che si scontra con la concretezza solida della realtà: l'amore non scompare mica nella relazione e la programmazione permette cose che l'improvvisazione impedisce. Tuttavia, alle volte, le dinamiche del vivere prendono il posto del vivere stesso, e ci si ritrova a parlare di sè davvero coi numeri, come se la carriera universitaria potesse essere compresa solo con quanti anni quanti crediti quanti esami, e mai quali! Quantità per qualità...
Comunque il mondo dei grandi non è poi così grigio, ma alle volte ricordarsi di esser stati bambini e magari far anche i bambini, è davvero importante!
"Ma i grandi non capiranno mai che questo ha importanza."
Comunque il mondo dei grandi non è poi così grigio, ma alle volte ricordarsi di esser stati bambini e magari far anche i bambini, è davvero importante!
"Ma i grandi non capiranno mai che questo ha importanza."
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[Doppio post:1] Se il piccolo principe atterrasse sul pianeta dello studente...
"Se voi dite ai grandi: «Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre e dei colombi sul tetto», loro non arrivano ad immaginarsela. Bisogna dire: «Ho visto una casa da centomila euro», e allora esclamano: «Com'è bella»."
Antoine De Saint-Exupéry, ne "il Piccolo principe", col candore e l'eterea bellezza che ritroviamo in ogni pagina, riassume con questo semplice quanto efficace esempio il suo pensiero.
E conclude:
"Sono fatti così. Non c'è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi".
I grandi, che poi mica è una questione d'età: bè, un po' sì in realtà, e infatti a inizio libro l'autore non ci invita a essere bambini, ma a ricordarci di essere stati tali..
"Tutti i grandi sono stati bambini. (Ma solo pochi di essi se ne ricordano)"
Messaggi simbolici e semplici, a smascherare una realtà difficile e un po' falsa. Quante volte caschiamo anche noi nel'errore, e guardando cogli occhi non scorgiamo che il superfluo? Accade spesso anche sul pianeta degli studenti: e dire che non siamo poi così grandi...
Due ragazzi si incontrano: dopo la domanda cosastaifacendo introduttiva, si passa subito alla seconda acheannosei, alla terza quantiesamitimancano, all'ultima cosavuoifaredopo, che poi è la più divertente, perchè colei che sta studiando psicologia vorrà fare l'ingegnere ovviamente, e lo studente di biotecnologia non vede l'ora di diventare avvocato: oltre tutto parlando del futuro comunque incerto, con un pizzico di scaramanzia e un po' di sfiducia si otterrà un sempre vero e sempre vuoto vedremo.
Il peggio lo si raggiunge sull'argomento esame.
Alle volte, ma molto raramente, si incappa, quasi per sbaglio, a chiedere il nome dello stesso: ma poco importa; le domande sono quantohaipreso e daquanticrediti era. Così, dopo aver totalizzato le risposte che tranne quella iniziale sono solo numeri, ci si avvia verso altri lidi avendo constatato che Marco è un Ingegneria-terzo-5-ingegnere, e che ha appena dato l'esame 28-6.
Il ragazzo se ne va, ha inquadrato Marco.
Io me lo immagino il piccolo Principe, chiedere
che materia stai studiando,
di che cosa tratta,
qual è la cosa che ti ha colpito di più,
di che colore è il tuo libro,
alla ricerca di un dono,
"regalami, su, una briciola di quello tuo sapere lontano..."
E gli studenti un po' grandi, rimanere sbigottiti:
"cosa ti vengo a spiegare, l'esame?
L'argomento, il contenuto, una curiosità, la scoperta?
È un 30 da 5, non capisco cosa vuoi sapere..."
Lui però non se ne farebbe un grosso problema, e salterà su un altro pianeta, nel continuo viaggio delle miopie dei grandi, che pure da studenti, parlano di numeri, tranne forse quelli che i numeri li studiano, i matematici, perchè loro volano con la fantasia, usando i numeri come strumento di comprensione del mondo: loro i numeri li rispettano, sono entità, li venerano, mica li maltrattano...
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venerdì 20 giugno 2008
Fratello
Alter ego:
un altro me,
ma diverso,
un risultato nuovo della stessa somma:
perché la vita
non è semplice matematica,
e se non cambi gli addendi,
eppure,
cambia il risultato.
L'amore fraterno è preso ad esempio
come amore verso il prossimo:
"sei come un fratello"
ad un amico,
niente di più
dire si può.
L'amore tra genitori e figli
è nettamente verticale;
l'amore
per la persona amata
è venato di sessualità:
diagonale;
l'amore per l'amico
ha in sè
interessi
esperienze
idee
comuni:
orizzontale tratteggiato;
l'amore fraterno è
puro
innato
orizzontale.
"Siate tutti fratelli"
L'acqua più limpida
pura e miracolosa
non ha effetti
se non bevuta:
amate.
un altro me,
ma diverso,
un risultato nuovo della stessa somma:
perché la vita
non è semplice matematica,
e se non cambi gli addendi,
eppure,
cambia il risultato.
L'amore fraterno è preso ad esempio
come amore verso il prossimo:
"sei come un fratello"
ad un amico,
niente di più
dire si può.
L'amore tra genitori e figli
è nettamente verticale;
l'amore
per la persona amata
è venato di sessualità:
diagonale;
l'amore per l'amico
ha in sè
interessi
esperienze
idee
comuni:
orizzontale tratteggiato;
l'amore fraterno è
puro
innato
orizzontale.
"Siate tutti fratelli"
L'acqua più limpida
pura e miracolosa
non ha effetti
se non bevuta:
amate.
martedì 17 giugno 2008
Il monolite nero
Scimmioni, ominidi in una Terra primitiva. Un gruppo viene scacciato da un altro con botte e pestoni. Vige la legge del più forte. Poi, di colpo, appare un monolite nero.
Lo incontra il gruppo appena scacciato, lo toccano.
Da quel momento tutto cambia, diventano consapevoli di poter usare la Natura per i propri fini, di poter usare un osso come clava e quindi divenire più forti.
Tornano e a suon di bastonate cacciano il gruppo rivale, nasce una nuova era: da quel giorno vige la legge del più intelligente.
Stanley Kubrick, in "2001: Odissea nello spazio" raffigurò così nei primi silenziosi 40 minuti del film, con un monolite nero, il "salto ontologico", il "balzo in avanti" che l'uomo ha fatto rispetto all'animale. Uno degli enigmi fondamentali della vita, insieme all'origine della vita stessa. Perchè è evidente che l'uomo è altro dall'animale, non soggiace all'istinto e alle normali leggi della Natura, o meglio, non a tutte. Anello di congiunzione tra animale e Dio, con la consapevolezza della propria condizione, con la capacità di cambiare la Natura e non solo adattarsi ad essa.
"Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura" così inizia un interessante articolo del "Corriere della sera" che vi consiglio: lo potete trovare su Corriere.it, in particolare qui.
In esso è citato anche un altro articolo, molto biochimico (é tutto tuo Uncle H) sulla vita: la sua origine, la via percorsa e da percorrere...
Lo incontra il gruppo appena scacciato, lo toccano.
Da quel momento tutto cambia, diventano consapevoli di poter usare la Natura per i propri fini, di poter usare un osso come clava e quindi divenire più forti.
Tornano e a suon di bastonate cacciano il gruppo rivale, nasce una nuova era: da quel giorno vige la legge del più intelligente.
Stanley Kubrick, in "2001: Odissea nello spazio" raffigurò così nei primi silenziosi 40 minuti del film, con un monolite nero, il "salto ontologico", il "balzo in avanti" che l'uomo ha fatto rispetto all'animale. Uno degli enigmi fondamentali della vita, insieme all'origine della vita stessa. Perchè è evidente che l'uomo è altro dall'animale, non soggiace all'istinto e alle normali leggi della Natura, o meglio, non a tutte. Anello di congiunzione tra animale e Dio, con la consapevolezza della propria condizione, con la capacità di cambiare la Natura e non solo adattarsi ad essa.
"Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura" così inizia un interessante articolo del "Corriere della sera" che vi consiglio: lo potete trovare su Corriere.it, in particolare qui.
In esso è citato anche un altro articolo, molto biochimico (é tutto tuo Uncle H) sulla vita: la sua origine, la via percorsa e da percorrere...
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mercoledì 11 giugno 2008
Avevo dimenticato il tennis...
Riprendendo con variatio la celebre frase di Morpheus in Matrix, pronunciata a Neo, mentre sono all'interno di "Struttura", programma di caricamento e allenamento:
Il tuo aspetto attuale è quello che noi chiamiamo "immagine residua di sé", la proiezione mentale del tuo io digitale.
definirei il mio blog
la proiezione digitale del mio io mentale.
Per farlo, però, devo iniziare a trattare un altro argomento pregnante nella mia esistenza: il tennis.
Strano non mi sia ancora espresso a proposito, perchè il tennis è parte di me molto più del cinema, che ora è al primo posto tra gli argomenti più trattati; strano perchè è con me da ormai più di 18 anni.
Un amore lungo, ma travagliato e con continui sbalzi d'umore, e per rimaner in amor di citazione:
Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior
"Odio e amo. Perchè io faccia questo, forse domandi.
Non so, ma sento che accade e soffro"
["excrucior" è più forte di "soffro" ma "mi tormento" dà un tono riflessivo assente nell'originale]
Perdonate il pastiche di sacro e profano.
E torniamo al tennis.
In effetti ho alternato periodi di passione dal gioco continuo e voglia di risultati -anche ottenuti, nella mia modestia- a periodi senza un match e malavoglia, fino a tornare a guardare tutte le partite di Wimbledon senza perdere di vista i campi neanche sotto i teloni per la pioggia.
Avevo intenzione, e la mantengo, di spiegare il "tennis da vedere" ai non addetti ai lavori: per quello da giocare vi aspetto in campo.
Nel frattempo, uno spunto per la contemporaneità: cosa c'è adesso da vedere.
Contestualizzando, sappiate che è appena finita la stagione dei tornei su terra rossa, e comincia la tanto breve quanto affascinante stagione sull'erba.
The Artois Championship al Queen's Club di Londra e il Gerry Weber Open di Halle si dividono i campioni questa settimana, gustosi antipasti al lauto Wimbledon, il torneo dei tornei.
Il Queen's è trasmesso da Eurosport, mentre il torneo di Halle non è trasmesso da SKY SPORT; essendo però proprio qui Roger Federer, numero 1 al mondo, e magico proprio sull'erbetta, sono lieto di comunicarvi che le semifinali e le finali potrete vederle sul tedesco ZDF, canale 546 del decoder Sky.
Sabato 14: Una semifinale in diretta dalle 14 alle 16
Domenica 15: Finale in DIRETTA alle 15
Certo la telecronaca non è quel capolavoro misto d'intrattenimento, consapevolezza e ironia che è proprio della coppia Tommasi-Clerici, e non è neppure in italiano.
Il bel gioco, del resto, non ha bisogno di sottotitoli....
Il tuo aspetto attuale è quello che noi chiamiamo "immagine residua di sé", la proiezione mentale del tuo io digitale.
definirei il mio blog
la proiezione digitale del mio io mentale.
Per farlo, però, devo iniziare a trattare un altro argomento pregnante nella mia esistenza: il tennis.
Strano non mi sia ancora espresso a proposito, perchè il tennis è parte di me molto più del cinema, che ora è al primo posto tra gli argomenti più trattati; strano perchè è con me da ormai più di 18 anni.
Un amore lungo, ma travagliato e con continui sbalzi d'umore, e per rimaner in amor di citazione:
Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior
[Catullo]
"Odio e amo. Perchè io faccia questo, forse domandi.
Non so, ma sento che accade e soffro"
["excrucior" è più forte di "soffro" ma "mi tormento" dà un tono riflessivo assente nell'originale]
Perdonate il pastiche di sacro e profano.
E torniamo al tennis.
In effetti ho alternato periodi di passione dal gioco continuo e voglia di risultati -anche ottenuti, nella mia modestia- a periodi senza un match e malavoglia, fino a tornare a guardare tutte le partite di Wimbledon senza perdere di vista i campi neanche sotto i teloni per la pioggia.
Avevo intenzione, e la mantengo, di spiegare il "tennis da vedere" ai non addetti ai lavori: per quello da giocare vi aspetto in campo.
Nel frattempo, uno spunto per la contemporaneità: cosa c'è adesso da vedere.
Contestualizzando, sappiate che è appena finita la stagione dei tornei su terra rossa, e comincia la tanto breve quanto affascinante stagione sull'erba.
The Artois Championship al Queen's Club di Londra e il Gerry Weber Open di Halle si dividono i campioni questa settimana, gustosi antipasti al lauto Wimbledon, il torneo dei tornei.
Il Queen's è trasmesso da Eurosport, mentre il torneo di Halle non è trasmesso da SKY SPORT; essendo però proprio qui Roger Federer, numero 1 al mondo, e magico proprio sull'erbetta, sono lieto di comunicarvi che le semifinali e le finali potrete vederle sul tedesco ZDF, canale 546 del decoder Sky.
Sabato 14: Una semifinale in diretta dalle 14 alle 16
Domenica 15: Finale in DIRETTA alle 15
Certo la telecronaca non è quel capolavoro misto d'intrattenimento, consapevolezza e ironia che è proprio della coppia Tommasi-Clerici, e non è neppure in italiano.
Il bel gioco, del resto, non ha bisogno di sottotitoli....
domenica 20 aprile 2008
Citare. Iniziando dal buon vecchio Gandalf
Citandomi sulle citazioni.
"Le citazioni superflue, a sproposito, sono male in quanto tali: a sproposito.
Ma di per sè, le citazioni sono tutt'altro che male.
Dobbiamo essere responsabili di chi prima di noi ha detto e pensato certe cose:
esiste la letteratura, esiste la storia, e non si può far finta di nulla."
E poi:
"Le citazioni non sono sempre e solo inutile sfoggio di sapienza. Quando sono necessarie, sono gesti di rispetto verso chi ha detto e ha scritto prima di noi, verso chi ha formato ciò che noi siamo."
E infine:
"Qualcuno prima di noi ha trovato un'espressione particolarmente favorevole nell'esprimere un concetto, tanto che sia inutile crearne una nuova: ecco quando si cita."
Si parlava della necessità o meno delle citazioni all'interno di una trattazione: come spesso accade, la soluzione sta nel nostro gusto, la scelta rimane dello scrittore.
Ho riportato queste citazioni sulle citazioni per introdurre il primo post dedicato ad una citazione che io amo molto, che spesso ho riportato, ma con qualche inesattezza semantica: ecco la versione originale, in italiano e inglese.
Siamo nel film "Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello", i 9 sono nelle miniere di Moria, Gandalf si ferma per ricordare la strada da percorrere. Frodo gli si avvicina per comunicargli di essersi accorto che qualcuno li sta seguendo; lo stregone grigio gli spiega che è Gollum. Frodo ha un umanissimo dubbio: non sarebbe stato meglio che Gollum fosse stato ucciso quando ciò era facile?
Traslato: è davvero sbagliato eliminare il male, uccidere il malvagio?
Gandalf:
"Many that live deserve death.
Some that die deserve life.
Can you give it to them, Frodo?
Do not be too eager to deal out death and judgement.
Even the very wise cannot see all ends."
"Molti di quelli che vivono meritano la morte e
molti di quelli che muoiono meritano la vita:
tu sei in grado di giudicare, Frodo?
Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi,
anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti."
Poi Frodo ha una debolezza, e altrettanto umanamente asserisce che avrebbe preferito non avere l'anello, e che non fosse successo niente di ciò che sta succedendo.
Certo, risponde Gandalf, tutti quelli che vivono in tempi bui non sono felici di viverli, ma non sta a loro decidere, e sentenzia:
"All we have to decide is what to do with the time that is given to us."
"Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso."
Già...
"Le citazioni superflue, a sproposito, sono male in quanto tali: a sproposito.
Ma di per sè, le citazioni sono tutt'altro che male.
Dobbiamo essere responsabili di chi prima di noi ha detto e pensato certe cose:
esiste la letteratura, esiste la storia, e non si può far finta di nulla."
E poi:
"Le citazioni non sono sempre e solo inutile sfoggio di sapienza. Quando sono necessarie, sono gesti di rispetto verso chi ha detto e ha scritto prima di noi, verso chi ha formato ciò che noi siamo."
E infine:
"Qualcuno prima di noi ha trovato un'espressione particolarmente favorevole nell'esprimere un concetto, tanto che sia inutile crearne una nuova: ecco quando si cita."
Si parlava della necessità o meno delle citazioni all'interno di una trattazione: come spesso accade, la soluzione sta nel nostro gusto, la scelta rimane dello scrittore.
Ho riportato queste citazioni sulle citazioni per introdurre il primo post dedicato ad una citazione che io amo molto, che spesso ho riportato, ma con qualche inesattezza semantica: ecco la versione originale, in italiano e inglese.
Siamo nel film "Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello", i 9 sono nelle miniere di Moria, Gandalf si ferma per ricordare la strada da percorrere. Frodo gli si avvicina per comunicargli di essersi accorto che qualcuno li sta seguendo; lo stregone grigio gli spiega che è Gollum. Frodo ha un umanissimo dubbio: non sarebbe stato meglio che Gollum fosse stato ucciso quando ciò era facile?
Traslato: è davvero sbagliato eliminare il male, uccidere il malvagio?
Gandalf:
"Many that live deserve death.
Some that die deserve life.
Can you give it to them, Frodo?
Do not be too eager to deal out death and judgement.
Even the very wise cannot see all ends."
"Molti di quelli che vivono meritano la morte e
molti di quelli che muoiono meritano la vita:
tu sei in grado di giudicare, Frodo?
Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi,
anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti."
Poi Frodo ha una debolezza, e altrettanto umanamente asserisce che avrebbe preferito non avere l'anello, e che non fosse successo niente di ciò che sta succedendo.
Certo, risponde Gandalf, tutti quelli che vivono in tempi bui non sono felici di viverli, ma non sta a loro decidere, e sentenzia:
"All we have to decide is what to do with the time that is given to us."
"Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso."
Già...
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