...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...
C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.
[Novecento, Alessandro Baricco]
Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...
Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..
Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)
Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.
Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello
"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso
Ormai si conosceva bene
"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,
ma erano tutti contenti
e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.
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mercoledì 17 settembre 2008
martedì 8 luglio 2008
Il giorno dopo
Il giorno dopo
Wimbledon avevo un esame, passato, era ieri: ho concluso la mia sessione estiva. Oggi è
il giorno dopo
l'esame, sì, quello della liberazione, quello della leggerezza: perchè per quanto la si viva bene, per quanto non si cada nel panico, il peso dei libri diventa corporeo, è indubitabile, sebbene poco comprensibile per i non inziati. In una mezz'oretta ci si gioca due settimane o un mese di preparazione, ma molti di più di pensieri, lezioni e nozioni. Nel momento del trapasso dal pre al post, si perde di colpo un numero di chili proporzionali al sudore speso nello studio, tra fatica e paure, ma non si sta subito bene: come una cura dimagrante smodata, rimaniamo deboli, l'adrenalina che ci ha salvato piano piano se ne va, e al suo posto giunge la stanchezza, che controllata finora, è libera di essere sfogata...
Il giorno dopo,
si aprono gli occhi, l'alba di un nuovo giorno: la scrivania è vuota, i libri riposti tra gli altri, quelli assimilati, quelli passati, quelli amici, che se ci hanno fatto male era per il nostro bene, e adesso hanno pure una faccia simpatica. Quanto siano grossi non conta più, ora è solo la leggiadria del sapere che rimane, non più il numero delle pagine.
Il giorno dopo
si apre non solo con la scrivania vuota ma anche con un senso di vuoto, e di colpo tutte le cose che dovevi fare dopo l'esame, a cui pensavi mentre studiavi maledicendo l'impossibilità di farle, scompaiono: Wimbledon è finito e poi... Boh, cosa dovevo fare? Niente. Nel mio caso, lavoro in un camp estivo tutto il giorno,
il giorno dopo,
ma a testa alta, il groppone libero.
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah.
Fatemi lavorare, massì, oggi di nuovo il tutto è limpido, dopo un tempo in cui era in ombra, offuscato dal pensiero dominante.
Non è che si riesca a studiare e basta, si gira, si esce, si vive: ma è nel fianco, lì, che punge, quella spina ben dentro la carne, che in ogni secondo ti ricorda che in quel momento
invece di mangiare,
invece di dormire,
invece di uscire
di scrivere
di messaggiare
di guardare la tv
di navigare in internet
di telefonare
di lavorare anche,
di pulire
di mettere in ordine
di litigare:
invece di perdere tempo in ogni tua azione, la tua unica azione dovrebbe essere studiare.
Ma il giorno dopo:
libertà, estate, leggerezza, limpidezza, soddisfazione, vacanze, spensieratezza, autocompiacimento.
Fino ai pensieri per il prossimo esame: but now
Summer 2008 Begins.
Wimbledon avevo un esame, passato, era ieri: ho concluso la mia sessione estiva. Oggi è
il giorno dopo
l'esame, sì, quello della liberazione, quello della leggerezza: perchè per quanto la si viva bene, per quanto non si cada nel panico, il peso dei libri diventa corporeo, è indubitabile, sebbene poco comprensibile per i non inziati. In una mezz'oretta ci si gioca due settimane o un mese di preparazione, ma molti di più di pensieri, lezioni e nozioni. Nel momento del trapasso dal pre al post, si perde di colpo un numero di chili proporzionali al sudore speso nello studio, tra fatica e paure, ma non si sta subito bene: come una cura dimagrante smodata, rimaniamo deboli, l'adrenalina che ci ha salvato piano piano se ne va, e al suo posto giunge la stanchezza, che controllata finora, è libera di essere sfogata...
Il giorno dopo,
si aprono gli occhi, l'alba di un nuovo giorno: la scrivania è vuota, i libri riposti tra gli altri, quelli assimilati, quelli passati, quelli amici, che se ci hanno fatto male era per il nostro bene, e adesso hanno pure una faccia simpatica. Quanto siano grossi non conta più, ora è solo la leggiadria del sapere che rimane, non più il numero delle pagine.
Il giorno dopo
si apre non solo con la scrivania vuota ma anche con un senso di vuoto, e di colpo tutte le cose che dovevi fare dopo l'esame, a cui pensavi mentre studiavi maledicendo l'impossibilità di farle, scompaiono: Wimbledon è finito e poi... Boh, cosa dovevo fare? Niente. Nel mio caso, lavoro in un camp estivo tutto il giorno,
il giorno dopo,
ma a testa alta, il groppone libero.
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah.
Fatemi lavorare, massì, oggi di nuovo il tutto è limpido, dopo un tempo in cui era in ombra, offuscato dal pensiero dominante.
Non è che si riesca a studiare e basta, si gira, si esce, si vive: ma è nel fianco, lì, che punge, quella spina ben dentro la carne, che in ogni secondo ti ricorda che in quel momento
invece di mangiare,
invece di dormire,
invece di uscire
di scrivere
di messaggiare
di guardare la tv
di navigare in internet
di telefonare
di lavorare anche,
di pulire
di mettere in ordine
di litigare:
invece di perdere tempo in ogni tua azione, la tua unica azione dovrebbe essere studiare.
Ma il giorno dopo:
libertà, estate, leggerezza, limpidezza, soddisfazione, vacanze, spensieratezza, autocompiacimento.
Fino ai pensieri per il prossimo esame: but now
Summer 2008 Begins.
sabato 5 luglio 2008
[Doppio post:2] Io, sul pianeta dello studente
Con la riforma del sapere a punti, la cultura è diventata roba per grandi. A me le robe da grandi fanno schifo, e solo quando li dimentico, quei numeri che tutti mi urlano, guardo col cuore e vedo l'essenziale, vedo dietro la Storia gli uomini che l'hanno fatta, nei saggi i Saggi che li hanno scritti: e allora sono interessato, e allora mi appassiono, perchè non vedo più soltanto il mero dato, il numero, gli ridò vita. Alle volte non è più tanto facile, sarà il crescere, sarà che sto diventando grande: ma quando ci riesco, quando riesco a dimenticare quanti esami mi mancano, quanti ne ho fatti e dunque che numero di esame è quello che sto preparando, quanto vale -come se il valore di un esame, del sapere, è dato dai CFU assegnatogli, assurdo, ma nell'uso comune si dice proprio così- allora, immerso nel contenuto, ritrovo la curiosità della scuola elementare, delle medie... Poi al liceo tanti bambini diventano grandi in fretta, e già iniziano a sommare e dividere, fare medie, calcolare i numeri della cultura, del sapere: già lì si comincia, perchè solo ai bambini delle elementari si chiede cos'hai imparato oggi, a quelli del liceo si chiede quantidebitihai, quantiesamihai, chemediahai, conquantoseiuscito. Però al liceo io ero ancora ingenuamente bambino, coglievo l'essenziale di ciò che imparavo, pur colla mia pigrizia e la mia distrazione, pur con un'altalenante passione. Ma i numeri, mi interessavano solo in matematica. Poi la vita ti cresce, le esperienze, e quando tutti parlano per numeri, poi sei tu che ti senti sbagliato, perchè un po' di razionalità in più ti ha fatto perdere la sfrontatezza con cui rifiutavi l'importanza dei numeri. Quando l'amore cede il passo alla relazione amorosa, la programmazione prende il posto all'improvvisazione, il futuro è l'argomento, e non più il presente, la vacanza un intervallo tra due numeri, ben calcolati: allora capisci che tutto è più equilibrato, più giusto, e pian piano l'accetti. Non è che sia tutto sbagliato, perchè è solo la purezza dei sogni che si scontra con la concretezza solida della realtà: l'amore non scompare mica nella relazione e la programmazione permette cose che l'improvvisazione impedisce. Tuttavia, alle volte, le dinamiche del vivere prendono il posto del vivere stesso, e ci si ritrova a parlare di sè davvero coi numeri, come se la carriera universitaria potesse essere compresa solo con quanti anni quanti crediti quanti esami, e mai quali! Quantità per qualità...
Comunque il mondo dei grandi non è poi così grigio, ma alle volte ricordarsi di esser stati bambini e magari far anche i bambini, è davvero importante!
"Ma i grandi non capiranno mai che questo ha importanza."
Comunque il mondo dei grandi non è poi così grigio, ma alle volte ricordarsi di esser stati bambini e magari far anche i bambini, è davvero importante!
"Ma i grandi non capiranno mai che questo ha importanza."
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[Doppio post:1] Se il piccolo principe atterrasse sul pianeta dello studente...
"Se voi dite ai grandi: «Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre e dei colombi sul tetto», loro non arrivano ad immaginarsela. Bisogna dire: «Ho visto una casa da centomila euro», e allora esclamano: «Com'è bella»."
Antoine De Saint-Exupéry, ne "il Piccolo principe", col candore e l'eterea bellezza che ritroviamo in ogni pagina, riassume con questo semplice quanto efficace esempio il suo pensiero.
E conclude:
"Sono fatti così. Non c'è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi".
I grandi, che poi mica è una questione d'età: bè, un po' sì in realtà, e infatti a inizio libro l'autore non ci invita a essere bambini, ma a ricordarci di essere stati tali..
"Tutti i grandi sono stati bambini. (Ma solo pochi di essi se ne ricordano)"
Messaggi simbolici e semplici, a smascherare una realtà difficile e un po' falsa. Quante volte caschiamo anche noi nel'errore, e guardando cogli occhi non scorgiamo che il superfluo? Accade spesso anche sul pianeta degli studenti: e dire che non siamo poi così grandi...
Due ragazzi si incontrano: dopo la domanda cosastaifacendo introduttiva, si passa subito alla seconda acheannosei, alla terza quantiesamitimancano, all'ultima cosavuoifaredopo, che poi è la più divertente, perchè colei che sta studiando psicologia vorrà fare l'ingegnere ovviamente, e lo studente di biotecnologia non vede l'ora di diventare avvocato: oltre tutto parlando del futuro comunque incerto, con un pizzico di scaramanzia e un po' di sfiducia si otterrà un sempre vero e sempre vuoto vedremo.
Il peggio lo si raggiunge sull'argomento esame.
Alle volte, ma molto raramente, si incappa, quasi per sbaglio, a chiedere il nome dello stesso: ma poco importa; le domande sono quantohaipreso e daquanticrediti era. Così, dopo aver totalizzato le risposte che tranne quella iniziale sono solo numeri, ci si avvia verso altri lidi avendo constatato che Marco è un Ingegneria-terzo-5-ingegnere, e che ha appena dato l'esame 28-6.
Il ragazzo se ne va, ha inquadrato Marco.
Io me lo immagino il piccolo Principe, chiedere
che materia stai studiando,
di che cosa tratta,
qual è la cosa che ti ha colpito di più,
di che colore è il tuo libro,
alla ricerca di un dono,
"regalami, su, una briciola di quello tuo sapere lontano..."
E gli studenti un po' grandi, rimanere sbigottiti:
"cosa ti vengo a spiegare, l'esame?
L'argomento, il contenuto, una curiosità, la scoperta?
È un 30 da 5, non capisco cosa vuoi sapere..."
Lui però non se ne farebbe un grosso problema, e salterà su un altro pianeta, nel continuo viaggio delle miopie dei grandi, che pure da studenti, parlano di numeri, tranne forse quelli che i numeri li studiano, i matematici, perchè loro volano con la fantasia, usando i numeri come strumento di comprensione del mondo: loro i numeri li rispettano, sono entità, li venerano, mica li maltrattano...
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