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domenica 9 novembre 2008

CASTORONI PIAGNUCOLOSI: sulla disillusione

Giocando a tennis, mi è capitato di vincere delle coppe: non così tante nè importanti quanto avrei voluto e forse potuto, ma qualcheduna sì. Un giorno, giocherellando con una di queste tra le mani, mi sono imbattuto nella vite e nel bullone sotto la base che tengono saldo il tutto. A quel punto, inevitabilmente, l'ho smollato e l'ho smontata.
Quanta desolazione a vedere i pezzi sulla scrivania!
Cioè, non è che proprio mi struggessi.
Però avevo distrutto la sacralità dell'oggetto, che si era mostrato in tutta la sua cosezza, il suo essere cosa.
In quel momento ho compreso che quando capisco com'è fatta una cosa, quella mi diventa più brutta, e insignificante; non è una legge universale, è una legge per me. Quando gli astronauti sono andati sulla luna, a confermare quant'essa sia un sasso rotondo bucherellato e nemmeno luminoso, essa ha perso definitivamente la sua aura di occhiodiddio. Spiegando la natura, come è fatta, come è costruita, ogni cosa diviene una somma di ingranaggi ben oliati, anzi perfettamente oliati, atti al miglior funzionamento possibile.
L'anima non è certamente nel cuore, eventualmente nel cervello;
le emozioni sono una risposta ad uno stimolo;
i sogni: manifestazioni, sfoghi oppure soddisfazione di bisogni inconsci.
(Perdonatemi o correggetemi riguardo a queste banalizzate pillole di scienza o psicologia: sono solo esempi esplicativi del concetto).
L'amore poi non è certo un ritrovamento dell'altra metà della mela: andava bene nei paesucoli, ma ormai siamo cittadini del mondo, se da ogni parte del globo è raggiungibile un'altra in un giorno (almeno teoricamente). Finchè la metà mela era una su cento, con un po' di fede, ci si poteva anche credere: quando è una su sei miliardi (non su tre, perchè anche l'omosessualità non è altro che un ulteriore possibilità) inizia a essere difficile. Così, anche l'ultima dolce magia infantile svanisce in un razionale adattamento ad un'altra persona che è un pezzo di puzzle che va bene con me, o almeno con un mio lato (e noi di lati mica ne abbiamo solo tre o quattro): già lì uno è soddisfatto.
Con queste sensazioni, dopo il liceo scientifico ho scansato ogni ipotesi di studiare il sapere scientifico, che mi appariva inevitabilmente parziale, e mi sono lanciato nell'ambito umanistico. Quello tecnico non l'ho neppure preso in considerazione, perchè l'obiettivo era la realizzazione piena della mia natura umana, e l'uomo si distingue dall'animale quantitativamente nella tecnica, molto più complessa, e qualitativamente nella scienza e nell'arte. Gli ingegneri mi sono sempre parsi dei castori cogli occhiali alle prese con dighe sempre più funzionali.
Quindi sono andato nell'ambito umanistico e artistico ma che cosa ho trovato? Molte discipline sono trattate scientificamente: la stessa filosofia sempre più specializzata e settoriale non è altro che una scienza del pensiero, scienza del linguaggio, scienza dell'arte, scienza della scienza; la letteratura una summa di opinioni autorevoli riguardanti la letteratura stessa o l'oggetto artistico: il quale, ben lungi dall'essere libera espressione istintiva e un po' folle di un proprio io nascosto, magico e un po' divino, è il più delle volte costruzione scientifica della cosa artistica, in cui i colori e le forme sono gli ingranaggi che la fanno funzionare.
Ecco l'ultima disillusione: la magia dell'arte, null'altro che montare i lego e guardare cosa ne viene fuori; almeno da bambini avevamo il buon senso di distruggerlo poi.
Quella scintilla d'eternità (Benigni ricordava...) insita nell'uomo, che lo rende anello tra animale e Dio, anche quella, s'è spenta: non possiamo più crederci.
Scusate ingegneri, mi sbagliavo, non siete dei castori SOLO VOI: lo siamo tutti, voi che costruite nidi dove abitare, quelli di scienza che montano medicine per curarsi, e infine gli umanisti, a metter insieme pezzi per stimolare le emozioni.
Solo che mentre i costruttori tecnici hanno l'orgoglio dell'utilità, e quelli scientifici lo slancio della curiosità e della scoperta, gli artisti, pittori scultori scrittori
subiscono il bisogno del lamento e sentono il diritto da dar voce alle miserie umane:
non siamo altro che
CASTORONI INERMI E PIAGNUCOLOSI, e guardiamo gli altri dall'alto
alimentando le acque del torrente con le nostre lacrime, così almeno serviranno le dighe.

EPPURE!

Capire la coppa ne toglie la sacralità ma non il valore di un obiettivo conquistato,
l'amore universale è ciò a cui tendere e una compagna per la vita è una simbiosi bellissima;
qualcosa in alcune opere artistiche rimane difficilmente catalogabile nell'umano, e la musica, quella pare proprio toccare le corde dell'infinito...
Poi c'è il sorriso: e quello me lo possono spiegare in mille modi, sia che muscoli si utilizzano e che stimoli sono ricevuti dal cervello per produrlo, eppure si sente qualcosa in più...
Le nostre spiegazioni sono sempre così incomplete, che alle volte L'urlo di Munch mostra l'angoscia molto più che un trattato esplicativo.
Rimontata la coppa, l'ho rimessa lì: non sarà mai più un'inarrivabile miraggio luccicante, ma rimane un semplice ricordo che si può anche vincere, che una meta è raggiungibile;
è qualcosa,
meglio di niente.

venerdì 7 novembre 2008

Sul cinema d'autore

"Ci sono moltissimi film,
gran parte di essi sono opere d’intrattenimento:
ci regalano una splendida serata,
risate o pianti,
attimi di paura,
oppure ci trasportano nella storia del protagonista
con la sua avventura,
i suoi obiettivi,
gli ostacoli sulla sua strada e…
il raggiungimento o meno del suo obiettivo.
Si riaccendono le luci, si esce dalla sala:
il film è finito, anche nella nostra testa.

Poi ci sono loro, le opere d’arte:
non che il confine sia sempre nettissimo,
ma in molti casi non ci sono dubbi.
Per riconoscerle, basta guardare dietro:
c’è sempre un’artista
che ha qualcosa da dirci,
che ha qualcosa da darci,
che ci propone temi su cui riflettere,
immagini che rimarranno imperiture nella nostra testa,
battute memorabili,
momenti di vera poesia.

Dacchè c’è l’uomo ci sono le storie,
e ci sono gli uomini che le sanno raccontare:
a noi
non rimane che ascoltare…"

[Tratto dalla mia introduzione al primo cineforum da me curato]

lunedì 6 ottobre 2008

Un bello spettacolo tributato ad una persona importante

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Un tributo ad una persona che per una dozzina d'anni è stata molto importante per la crescita di una generazione: un prete. Giunse giovane, tra i dubbi dei monoliti della fede, a mostrare come l'età della pietra fosse finita. Ragazzo tra i ragazzi e uomo tra gli uomini, senza un comportamento autorevole, divenne per noi una guida ed ebbe il nostro rispetto: e non c'è autorità più autentica di quella conferita dal basso, da noi, e non ho dubbi continuerà per la sua strada allo stesso modo nella parrocchia di Pagnano in quel di Merate che lo aspetta. Gli augurerei "buona fortuna", o "in bocca al lupo", ma non lo faccio, mica perchè non sia un tipo alla mano, tutt'altro, ma perchè sarebbe inutile, non crede alla fortuna, ma alla Provvidenza. Quanti hanno ricevuto il dono di "una vita piena di gioia piena", chè grazie a lui hanno trovato la vera fede, erano ieri sul palco a ringraziarlo, ogni gruppo con il suo stile, a suo modo, e ogni individuo nella massima espressione di sè che può nascere solo in un ambiente LIBERO. Tanti altri però, che pure alla fede non sono giunti, e tra questi il sottoscritto, hanno tratto giovamento dai suoi insegnamenti, e ancor più dalla sua disponibilità, dal suo ascolto, dai suoi abbracci e dai suoi sorrisi. Infine la fede è un fatto personale, alcuni dicono sia un dono, ma non credo sia questa l'ottica più genuinamente cristiana, che prevede l'impegno e e la fatica per raggiungere un obiettivo, e la fiducia di poterlo raggiungere: la fiducia altresì chiamata fede.
Lo spettacolo di ieri è il frutto maturo del suo lavoro, che spero abbia già messo radici per non finire con il suo addio. Se i preti, pian piano, assomigliassero sempre più a lui, il cristianesimo avrebbe nuova forza; ma soprattutto, l'ANTICRISTIANESIMO imperante avrebbe sempre meno armi e sempre meno voglia di combattere, perchè si accorgerebbero tutti che non c'è motivo di combattere una cosa buona. Io abbandonai un ambiente a me caro per coerenza con le mie idee: pensai di non avere altra scelta, moralmente inflessibile con me stesso come sempre sono stato; in verità, a distanza di anni, mi ritrovo pragmaticamente a constatare che con questa scelta ho perso molto, e guadagnato pochissimo; quantomeno son fiero di non essere mai caduto nell'odio tanto facile nei momenti di un rifiuto o di un tradimento, perchè questa è la posizione di quanti amano odiare preti, oratori e affini.
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Canti, video, foto, gag, balletti: un varietà nel vero senso della parola.
Amatoriale, coi suoi video scomparsi e qualche filo da rimuovere, l'ho amato innanzitutto per la gratuità di un gruppo di persone che si mettono insieme per fare qualcosa di bello, senza secondi fini, senza utili. Che poi a dirlo così sembra come quando presenti una ragazza ad un amico dicendogli che non è bella, ma davvero simpatica, e poi lei risulta bruttissima. Non è così. Chi cantava sapeva cantare, chi ballava sapeva ballare (o se maschio era molto divertente), chi presentava sapeva presentare e alcuni video-gag preparati erano ben ponderati, con momenti di genio. Forse un po' troppe canzoni, ma questo parere è sicuramente condizionato dalla brillante performance del presentatore senza copione che improvvisando stimolava risate senza far fatica, completamente a suo agio sul palco come ci fosse da sempre, mentre non ci sta mai; per esempio quando il prete è stato chiamato a suonare "Serafino", canzone dialettale che è divenuta leit motiv dei suoi anni qui da noi...

"Per fare Serafino serve la chitarra,
per suonare la chitarra serve il plettro,
per fare il plettro serve il fiore".

Oppure alla fine, tra i ringraziamenti -in cui è stato dimenticato solo colui che ha ripreso lo spettacolo e che quindi per ripicca non lo farà avere a nessuno- ha pensato proprio a tutti:

"Ringraziamo Nelson Mandela e Bono degli U2 per il messaggio di saluto al don".

Poi d'accordo, io sono anche di parte, essendo lui tra i miei amici più cari, ma spero vi fidiate della mia integrità critica: un FENOMENO, che certo queste due citazioni senza il suo camminare e la sua espressività non rendono a pieno. Tanto che alla fine del spettacolo c'erano due colonne di persone: una per salutare il don e l'altra per complimentarsi con la star, a cui tutti hanno consigliato di "fare qualcosa", di non sprecare il suo talento: a questo proposito permettetemi una personale considerazione. Se fosse stato a casa a vedere il milan, avrebbe sprecato il suo talento: stando lì, l'ha fatto fruttare. Perchè invece tutti quanti a chiedergli di farlo fruttare veramente, dove veramente è sinonimo di economicamente?
Perchè di colpo tutti a parlargli come se stesse buttando la sua vita, lui che è dottore in biotecnologia e studente magistrale perfettamente in corso, chè invece avrebbe potuto fare il vee-jay?
...
Il vee-jay.
...
Che nessuno si offenda, io mi diverto a rilevare l'istintività delle persone, che prese dal momento perdono la visione d'inseime, e chissà quante volte è capitato a me ma...
il vee-jay.
"forza ragazzi eccoci qua con la Santarelli e leggere i vostri cartelli e a presentare i Finley!"
cioè, parliamone.
Sì, parliamone un momento, in generale.
Dal particolare al generale, come sono solito pensare io.
Va così, più o meno.
Ti fai un culo quadro per studiare, con gli amici che ti dicono che non esci mai, con la ragazza che ti dice che non ci sei mai, con i genitori che faticano a dirti bravo perchè stai semplicemente facendo il tuo dovere: una stretta di mano il giorno della laurea, un mazzo di fiori e qualche "Congratulazioni!" di rito.
Poi vai sul palco per uno spettacolo amatoriale, senza aver preparato nulla, scherzi e ridi così ad istinto, e ti viene bene perchè è una cosa, parlare in pubblico, che ti è sempre venuta bene. Ti diverti, esci e le persone s'arrampicano per arrivare a te a dirti che sei un fenomeno.
Fin qui, la vita è strana, bene così.
Poi non si accontentano, e ci tengono a dirti che avresti potuto fare dello spettacolo.
Grazie gentilissimi...
Solo che poi si accorgono che non hai capito: avresti DOVUTO fare dello spettacolo!
Un momento storico strano:
dalla televisione in poi, ma anche prima col cinema, questa follia collettiva sulla star come più importante obiettivo raggiungibile è insita più di quanto crediamo, quindi piano a sfottere i ragazzini che vogliono fare i calciatori, che vedono dei GIOCATORI, gente che gioca, come massima aspirazione possibile; ci sono convinzioni da sradicare ben più profonde: che poi quando qualcuno sogna invece di prendere il nobel, non è mica capito.
Potrebbe fare il vee-jay...
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo,
e vi ringrazio per averlo allestito, per aver dato voce ai più disparati modi della gratitudine: e personalmente il timbro dello spettacolo mi era congeniale, tanto che l'espressione "dar voce" può splendere con tutto il suo significato, come se sul palco ci fossi anch'io, a guardare il festeggiato con occhi onesti per dirgli, grazie
grazie,
per tutto quello che mi hai dato.


P.S. Mi sono sentito in dovere di una precisazione post post,
cioè dopo il post,
che trovate nei commenti al post.
Ades sem a post.

mercoledì 17 settembre 2008

Gli esami qualche volta finiscono

...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...

C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.

[Novecento, Alessandro Baricco]

Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...

Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..

Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)

Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.

Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello

"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso

Ormai si conosceva bene

"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,

ma erano tutti contenti

e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.

martedì 2 settembre 2008

100 di questi post

Solitamente questa è la forma di un augurio: questa volta no, è una considerazione. E la frase andrebbe completata: "100 di questi post ho scritto finora!". Questo che sto scrivendo, anzi che stai leggendo, è il mio centesimo post. Un titolo come questo li accorpa tutti, più riusciti o meno riusciti, seri o folli, riflessivi o cronachistici, di sport di cinema di tuttunpo'.
100 di questi post: "di questi" come, in che senso, allora?
Di miei post, scritti da me, e la mia ispirazione e la mia voglia e l'argomento scelto li hanno resi migliori, oppure più noiosi: bè, anche il tuo gusto, lettore, ha contato e non poco, il tuo stato d'animo, la tua voglia e l'umore più o meno adatto al post; tuttavia, una certa dose d'oggettività in fondo permane, e io credo che in verità sia bello ciò che è bello, nonostante naturalmente piaccia ciò che piace.
Cosa hai gradito particolarmente?
Quale momento del mio scribacchiare?
E perchè?
Ma no, non rispondermi, infine non importa troppo, perchè come tu mi leggi gratis, altrettanto io ti scrivo: e in fondo allora, ch'io scriva come quando e perchè mi paia va anche bene, non credi?
Quanto ho scritto?
Tanto, poco o forse troppo?
In 200 giorni circa, 100 post: forse meglio un rapporto di 1/3 in futuro, o forse no, perchè il sito che sta fermo appare abbandonato e nel web 1/1 è l'unico rapporto possibile.
AHAHAHAHAH,
quanti problemi toccano un professionista, invece io scriverò quando mi andrà, tu leggerai quando e se ti andrà e il nostro rapporto continuerà sereno e affettuoso perchè libero.
E se 100 sono i post e 200 i giorni, quasi 300 sono i "visitatori unici assoluti" al mese che passano di qua: non sei tu il visitatore unico assoluto, è la macchina che usi per leggermi, così tu puoi essere tanti ma anche una frazione di uno, se in due giungete dallo stesso pc; di queste 300 macchine dunque, se tu vali 1, 5, o 1/2 lo sai solo tu, anzi forse a pensarci bene non lo sai con certezza, come potresti ricordare? Quindi quale frazione della mia utenza sei, rimane un mistero: immagino d'altro canto che non patirai problemi d'identità per questo.
Una cosa invece che sai e con certezza è che quando mi incarto in questi astrusi, assurdi e inauditi ragionamenti, un po' sorridi, ma presto t'innervosisci.
Allora la smetto, ti ringrazio per la pazienza, per aver dato senso all'esistenza del mio blog, significato ai suoi post e gratificazione alle mie riflessioni.
Il prossimo appuntamento è il millesimo post, tra due annetti circa, ma non faccio promesse.
Nel frattempo,
riguardati
e
buona vita!

venerdì 1 agosto 2008

Se fossi un tempo verbale, sarei il congiuntivo presente.

O forse sarebbe giusto dire "se POTESSI essere...mi PIACEREBBE essere":
ma il concetto è quello...
Quello, certo...
Quale?
Che mi piacerebbe essere così,
raro ma non obsoleto,
di nicchia ma non snob,
piacevole all'udito anche perchè non complesso,
sebbene ricercato;
il congiuntivo presente
ha l'eleganza del congiuntivo,
ma l'umiltà del presente,
il tutto senza la ripetitività dei tempi composti,
l'opulenza del congiuntivo imperfetto,
la ruvidezza del condizionale,
la basilarità del presente,
l'indefinitezza del passato prossimo,
la stanchezza dell'imperfetto indicativo,
senza la pesantezza del passato remoto, vecchio aristocratico.
Inutile aggiungere quanto sia (ma sentitelo, "sia", aaaaaah) bello il tempo verbale giusto al momento giusto: queste considerazioni non mi spingono certo a rifiutare la ricca grammatica verbale italiana.
Potrò d'altro canto avere un favorito?
È permesso?
Un tempo verbale in cui immedesimarsi?
È chiedere troppo?

Pronunciai "se fossi un tempo verbale, sarei il congiuntivo presente" durante un'ora di tennis, tra le chiacchiere con cui abitualmente accompagno la raccolta palline: non ricordo con precisione gli/le sventurati/e che se la beccarono, ma mi piacque molto, e finalmente oggi ho deciso di regalarla anche a voi, con tanto di spiegazione, fortunelli...

Così adesso sapete qualcosa in più di me:
quale tempo verbale mi piacerebbe essere.

domenica 27 luglio 2008

Vincere Vigevano giocando al Tom Tom: una madeleine inodore

La nostra generazione è davvero a cavallo di una rivoluzione. Da piccoli i primi giochini di macchine in sala giochi e a casa: guardi la freccina sul tracciato, e se il videogioco è di rally il navigatore al tuo fianco ti prepara alle curve. Poi siamo cresciuti e ci troviamo a guidare, nella realtà, guardando la freccina che segue il tragitto e con la voce femminile del navigatore che ci prepara alle curve. Ieri per la prima volta mi è capitato di usare il tom tom in macchina, e c'è stato un momento in cui mi sono accorto che mi stavo dimenticando di essere DAVVERO la freccina colorata che vedevo nello schermo. DAVVERO, ma davanti a me avevo un vetro, non uno schermo. In realtà, non so se la mia mente ne fosse davvero certa, se capissi a pieno oppure pensassi che "anche sbandando un po' non importa". Non che abbia sbandato, certo, ma la sensazione era davvero curiosa. La generazione 2000, nascendo col navigatore, non avrà questa discrepanza tra realtà e mondo virtuale: ma forse non tutta la nostra generazione ce l'ha, forse solo io coi miei grilli per la testa perchè gli altri ricordano, ma solo quando vogliono. A me succede il contrario, mi ricordo soprattutto involontariamente: dietro richiesta, mia o dell'amico o del professore, spesso vacillo...
Io che della memoria ho fatto fondamento e nome di questo blog, pian piano sto approfondendo la mia situazione di menomato mnemonico: Proust viene in aiuto. Egli distingue tra memoria volontaria e memoria involontaria o spontanea: se la prima richiama alla mente il passato in termini logici, la seconda lo fa in maniera alogica; secondo lui la memoria involontaria cattura con un'impressione o una sensazione l'essenza preziosa della vita. Qui mi fermo, sperando di non aver passato limite tra semplificazione e banalizzazione, forse il culmine dell'ignoranza.
Ai videogiochi non fui un fenomeno, ma certamente me la cavai discretamente: e così anche ieri sono giunto a destinazione. La piazza ducale di Vigevano è bellissima, effettivamente, con la torre del castello visconteo sforzesco che non a caso è la copia di quella del Filarete a Milano. A questo proposito ho scoperto che Filarete è un soprannome, "colui che ama le virtù", per l'architetto il cui nome di battesimo fu Antonio di Pietro Averulino, omonimo del leader de "L'Italia dei valori":
quanto amo questi cortocircuiti temporali, questi folli collegamenti sinaptici nell'intelletto del tempo...

venerdì 25 luglio 2008

[Doppio post:2] "Il cavaliere oscuro", il film dell'anno

D'estate, fine luglio, non è che io muoia dalla voglia di andare al cinema: in altri momenti dell'anno sarei stato in fremente attesa per quello che viene presentato come il film dell'anno. Tuttavia, in quanto tale, vado a vederlo, e al più presto, ma quasi distratto, chissà, forse anche un po' disilluso verso l'arte nella stagione della vita.
SBAM.
Un capolavoro, divertente, emozionante, angosciante eppure ricco di quella serietà del docente fenomeno, sereno e sapiente, non serioso, ma nemmeno frizzantino: acqua pura, fredda, la più buona, che scende in disordinato corso direttamente dalla roccia ruvida, grezzamente ben lavorata dal vento. Niente zucchero, alcol, gas, nessuna bottiglia di plastica e certamente nessuna etichetta colorata nè moderata nè bellissima nè appariscente. Eccomi, sono qui,
cazzi tuoi.
Già in "Batman Begins" la tendenza al duro e puro si era vista, a ricordare che se l'ultimo decennio del secolo, gli anni '90, sono stati dominati dal Pop, il nuovo millennio inizia col decennio delle tenebre, dark, più cattivo e duro in generale, e al posto dei Take That ci sono i Good Charlotte. Per gli amanti del duro e cattivo, il duro e cattivo di ribellione rimane di più, ma se anche Spiderman diventa nero, il vento è cambiato. Anche 007 seppur perdendo di nero vestito e capelli, ha una cattiveria e una rocciosità nuova nel fisico e nei vitrei occhi di Daniel Craig.
Batman ha smesso i capezzoli della tuta di Clooney e la spider fighetta: adesso fa paura. Nessuna sogghigno ammiccante, nessun colorato Robin salterino o Batgirl (sigh) dall'altra: cattivo, duro, cavaliere sì, ma non damerino, l'ironia rimane al maggiordomo, elegante, la magnificenza e la vanità a Bruce Wayne, anch'egli uomo più che mai, virile, in risposta alla donnetta vanitosa in cui l'uomo si stava trasformando e si sta trasformando, come mostrano gli adolescenti da discoteca intervistati che hanno dichiarato di spendere 50 euro a settimana tra parrucchiere, estetista e cazzo ne so, piastrandosi i capelli: solo immaginare mi dà il voltastomaco.
Fuor da rigurgito d'orgoglio virile, eccessivo come piace e com'è bello, "The Dark Knight", mi è proprio piaciuto: e direi proprio che non sono solo. Questa è la classifica, stilata da... tutti, del sito che consiglio in home page, imdb, che è prettamente di carattere archivistico, ma presenta anche una classifica tratta dalla media di voto ricevuta dai film; essendo spesso decine di migliaia di voti, un significato glielo si può anche concedere, con le debite precauzioni. Se la media è 9.5 e il film balza al primo posto scalzando "Il Padrino", sarà pure l'euforia del momento, sarà pure una classifica dozzinale: male male il film non sarà.
Come fu anche per Sin City, se il buono è cattivo, il cattivo è diabolico, e lo è assolutamente se l'attore è morto recentemente in circostanze di possibile suicidio. È un film di uomini, l'unica donna, la ex fidanzata, non è sfruttata a dovere, una bambola, nulla più: chissà, forse è riflesso della virilità ritrovata, ma Maggie Gyllenhall meritava forse, con la sua sofisticatezza, qualche spazio in più.
Un film in apnea, e si esce dalla sala sazi ma senza grassi, un alimentazione robusta, decisamente, quanto sana.
Questo Batman ci piace, più di tutti gli altri, indubbiamente. Senza sconti, con fatica, lotta, bada al contenuto, al sodo, senza trascurare la forma, ma non dimenticando mai il fine e il mezzo,e che la forma non dev'essere altro che esaltazione del contenuto. Poi gli altri personaggi, ben definiti, gli effetti speciali, spettacolari ma mai fuori luogo, le battute giuste, la trama avvincente, il finale chiaro nell'oscurità.
Batman al cinema è stato preso dopo la resurrezione fumettistica targata Frank Miller, ma è questo il film che probabilmente a lui sarà più gradito, e i riferimenti alla sua graphic novel "Il ritorno del cavaliere oscuro" non mancano.
Adesso vado a farmi una doccia gelata,
solo dopo aver fatto qualche migliaio di addominali e piegamenti.

[Doppio post:1] Il fumetto: la mitologia del ventesimo secolo

Che il fumetto sia la contemporanea mitologia, è ormai pressochè fuori discussione.
Tipico dei miti dell'epoca classica, greca e romana, era infatti il rimaneggiamento continuo, la continua evoluzione che i personaggi mitologici subivano. Continue iniezioni di vita, alcune volte contrastanti e irrealistiche, ma nel mondo della fantasia, dell'arte, il realismo spesso non è che un freno: la creazione non soggiace alla forza di gravità... Così, per esempio, nel mio corso per l'esame di Latino, protagonista era òrfeo -così accentato e pronunciato perchè parola d'origine greca, poi latinizzato nel diffuso orféo- e il materiale era costituito da tutte i documenti caratterizzati da quella parola o che alludessero al personaggio in questione, dai più sottili frammenti fino alle opere complete, per tutta l'epoca classica e poi i riferimenti a tutte le opere da orfeo ispirate nell'epoca moderna. Chiedersi quale sia la sua vera storia, è una domanda miope: perchè ovviamente, per quanto qualsiasi mito possa poggiare sulla realtà, per quanto un personaggio possa essere ispirato ad una persona, qualora diviene personaggio è finzione, non realtà, e ogni scrittore si sente in diritto di aggiungere dettagli al personaggio, sempre nel rispetto dei tratti fondamentali. Il personaggio vive mille vite, le mille vite che mille autori gli regalano, variegato da caratteri, umori e tendenze differenti, eppure sempre più umano...
Ciò che fu Orfeo e come lui Eracle e altri, fu poi Orlando, in minor quantità ma alla stessa maniera, in epoca cortese, e poi nessuno... Nel Ventesimo secolo abbiamo i supereroi: prendetene uno a casa, leggetene la pagina di Wikipedia, la storia, e scoprirete le innumerevoli vite da ciascuno vissute, le discordanze - come pùò esistere Superboy se Clark Kent diviene direttamente Superman?- un universo parallelo incontrollabile dove spesso i tentativi di mettere in ordine non fanno altro che aggiungere materiale, sfaccettature, mondi...
I film sono molti meno, ma anche in essi si può facilmente scorgere discordanze irrealistiche, che fuor da comprensione non son altro che giochi di surrealtà dettati dal genio creatore in forma diversa a seconda della sensibilità dell'autore.
Un esempio cinematografico per i tantissimi fumettistici.
Bruce Wayne vede uccidere i suoi genitori da piccolo, rimane orfano, e questa ferita, questo shock farà di lui Batman. Nel primo lungometraggio del 1989, di Tim Burton, l'assassino è colui che poi diverrà Joker; in Batman Begin, 2005, di Christopher Nolan, è invece un balordo qualsiasi, Joe Chill, che muore e tra lui e il Joker presente ne "Il cavaliere oscuro" non v'è relazione alcuna.
Rispetto a Bob Kane e Bill Finger, creatori del personaggio di Batman, è la seconda ad essere più attinente, e se per i personaggi dei fumetti, a differenza di quelli mitologici nati in chissà quale chiaccherata, un creatore accertato esiste, è evidente che esista un Autorità da rispettare.
Molti aspetti non sono stati però chiariti, aggiunte sono sempre possibili, inevitabili e dopotutto anche ben accette, a seconda della qualità artistica dell'autore, e così i paradossi esistono, le contraddizioni pure.
Qual è la verità?
Tutte: anzi,
quella che ci piace di più.

martedì 8 luglio 2008

Il giorno dopo

Il giorno dopo
Wimbledon avevo un esame, passato, era ieri: ho concluso la mia sessione estiva. Oggi è
il giorno dopo
l'esame, sì, quello della liberazione, quello della leggerezza: perchè per quanto la si viva bene, per quanto non si cada nel panico, il peso dei libri diventa corporeo, è indubitabile, sebbene poco comprensibile per i non inziati. In una mezz'oretta ci si gioca due settimane o un mese di preparazione, ma molti di più di pensieri, lezioni e nozioni. Nel momento del trapasso dal pre al post, si perde di colpo un numero di chili proporzionali al sudore speso nello studio, tra fatica e paure, ma non si sta subito bene: come una cura dimagrante smodata, rimaniamo deboli, l'adrenalina che ci ha salvato piano piano se ne va, e al suo posto giunge la stanchezza, che controllata finora, è libera di essere sfogata...
Il giorno dopo,
si aprono gli occhi, l'alba di un nuovo giorno: la scrivania è vuota, i libri riposti tra gli altri, quelli assimilati, quelli passati, quelli amici, che se ci hanno fatto male era per il nostro bene, e adesso hanno pure una faccia simpatica. Quanto siano grossi non conta più, ora è solo la leggiadria del sapere che rimane, non più il numero delle pagine.
Il giorno dopo
si apre non solo con la scrivania vuota ma anche con un senso di vuoto, e di colpo tutte le cose che dovevi fare dopo l'esame, a cui pensavi mentre studiavi maledicendo l'impossibilità di farle, scompaiono: Wimbledon è finito e poi... Boh, cosa dovevo fare? Niente. Nel mio caso, lavoro in un camp estivo tutto il giorno,
il giorno dopo,
ma a testa alta, il groppone libero.
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah.
Fatemi lavorare, massì, oggi di nuovo il tutto è limpido, dopo un tempo in cui era in ombra, offuscato dal pensiero dominante.
Non è che si riesca a studiare e basta, si gira, si esce, si vive: ma è nel fianco, lì, che punge, quella spina ben dentro la carne, che in ogni secondo ti ricorda che in quel momento
invece di mangiare,
invece di dormire,
invece di uscire
di scrivere
di messaggiare
di guardare la tv
di navigare in internet
di telefonare
di lavorare anche,
di pulire
di mettere in ordine
di litigare:
invece di perdere tempo in ogni tua azione, la tua unica azione dovrebbe essere studiare.

Ma il giorno dopo:
libertà, estate, leggerezza, limpidezza, soddisfazione, vacanze, spensieratezza, autocompiacimento.
Fino ai pensieri per il prossimo esame: but now

Summer 2008 Begins.

domenica 6 luglio 2008

Piove sulla finale di Wimbledon, ed è acqua benedetta

La partita inizia in ritardo per la pioggia e i due rivali, i due titani del tennis, giocano bene, ma non esprimono al meglio le potenzialità: sia un po'di tensione, di rispetto reciproco, sia il doversi abituare ad un altro tennis, quello che possono giocare solo tra loro due, quello semidivino, a cui gli altri non hanno accesso. Federer subisce un break, Nadal vince il set 6-4. Dei due quello che sta deludendo di più è il 5 volte campione di Wimbledon, ma nel secondo sembra sentirsi altra musica: Federer breakka Nadal, e sale 4-1. Il set sembra in archivio, tutt'altro: perchè Roger è malato, da tempo, checchè lui ne dica. È affetto da "nadalite": inizia a sbagliare tutto, ad entrare in una trance che gli offusca la mente e blocca gli arti. Gioca malissimo, perde 5 game di fila perdendo il secondo set. Nel terzo set il numero 1 del mondo ricomincia a giocare, l'altro non aveva mai smesso: sul 3-3 Federer al servizio, 0-40, 3 palle break per Nadal, che le gioca male, quasi impietosito dall'avversario malato. Si arriva al 5-4 Federer, senza break, e ritorna la pioggia: sospensione della partita.
Quando i due tornano in campo, si scorge immediatamente la novità: Roger Federer è guarito.
Abbiamo trovato la cura per la nadalite: l'acqua piovana!
Il livello di gioco si alza incredibilmente -finalmente- e si giunge al tie break in cui Federer mette a segno 4 ace e vince 7-5.
Abbiamo un quarto set, abbiamo la partita vera.
Lo scontro tra giganti è iniziato, dopo la pioggia, e adesso si riparte da zero. I due fenomeni giocano un set semplicemente stellare e raggiungono di nuovo il tie break: questa volta è Rafael che si issa 5-2 con due servizi avanti a sè, sembra fatta. Invece no, due punti di Federer ed è:
5-4 Nadal, 2 servizi per Federer;
6-5 Federer, 2 servizi per Nadal;
7-6 Nadal championship point ma con due servizi per Federer, che lo annulla ma perde il secondo punto, o meglio, Nadal se lo prende, sfoderando uno strepitoso passante lungolinea -"il colpo che vale il torneo", fu il mio commento al rovescio- che lo lancia verso un secondo championship point, ma da giocare col servizio:
87 Nadal, championship point: servizio esterno da sinistra, rovescio corto di Federer, attacco stretto arrotato sempre sul rovescio di Federer che tira un passante lungolinea forse ancora più bello di quello poco prima tirato da Nadal!
Pan per focaccia, 8-8, 2 punti di Federer, 10-8 e si va al quinto set, per la gioia degli spettatori presenti e dei telespettatori, altrettanto!
Il gioco continua a essere quello irraggiungibile per tutti tranne che per loro, uno spettacolo da lustrarsi gli occhi, il tennis perfetto, dove quando uno dei due sembra spacciato, gioca oltre ogni immaginazione. Una breve interruzione per pioggia non toglie concentrazione, e si arriva al 6-6: ma come molti sapranno, nei tornei dello slam, tranne agli U.S. Open, al quinto set non c'è tie break, e si va avanti ad oltranza.
La luce piano piano diminuisce, e fin dal 4-4, ma anche prima, ogni game è decisivo, ogni punto è decisivo, tutti coloro che stanno guardando la partita sanno che stanno guardando un nuovo pezzo di storia del tennis.
Federer nei suoi turni di servizio fa più fatica,e si salva tante volte col servizio: troppe volte.
7-7: break di Nadal.
8-7 si raggiunge un nuovo championship point sempre per il maiorchino: mette una gran prima, ma gli ritorna un rovescio incrociato strepitoso, assoluto, incredibile, e Federer si salva ancora. Ma il momento è giunto, e su un errore di dritto si chiude la partita, con Nadal in lacrime sdraiato per terra a guardare il cielo, a sentire l'erbetta sotto la sua schiena. Quando si alza non sente la terra rossa appesantire la sua maglietta, e si accorge di aver vinto Wimbledon. Contro tutti e contro tutto ha dimostrato che lui, non è soltanto un terraiolo, ma un vero e proprio fenomeno. Federer mantiene eleganza e classe nell'intervista finale, ma è deluso, e ha la faccia di chi teme l'inizio del declino, nonostante il bianco pantalone lungo e il delizioso cardigan.

Io non ho mai tifato per Rafa, fino all'ultimo colpo, ma da un po' di tempo, non gli tifo più contro: non perchè vince, ma perchè ha dimostrato di non essere solo lo stereotipo assoluto del terraiolo tutto gambe e cuore, quantità e solidità, ma decisamente qualcosa di più, migliorando ogni suo colpo, trovando soluzioni nuove, dimostrando di avere tocco, di poter giocare il back di rovescio, ecc.
Un bellissimo articolo su Nadal che racconta bene quelli che sono stati i miei pensieri e i miei errori di interpretazione su di lui, miei e di moltissimi è questo, che vi consiglio vivamente, scritto prima di oggi, e quindi privo di quell'esaltazione esagerata che caratterizzerà ogni scritto su di lui da domani.
Nadal non stava vincendo Wimbledon nel terzo set: era Federer che lo stava perdendo. Poi invece, se l'è vinto, anche quando Federer guarito con l'acqua piovana è tornato lui e ha giocato un tennis magnifico, sublime, che comunque amerò sempre più di quello di Nadal perchè più vario, più creativo, ma anche semplicemente per i gesti perfetti, da manuale che muovono ogni suo colpo, per l'eleganza di ogni sua movenza. Rimane il giocatore che gioca il tennis più bello e completo della storia del tennis: sarà anche il più vincente? Ciò che fino a sei mesi fa era una scontata certezza, ora è in frantumi: quest'anno Federer non ha ancora vinto nè uno slam, nè un Masters Series, solo il torneo di Halle, che tra l'altro non aveva Nadal in tabellone.
Appare invece all'orizzonte un certo ragazzo che vince il suo primo Wimbledon a 22 anni, come Federer 5 anni fa, con l'unica sottile differenza, che Nadal ha già vinto 4 Roland Garros, mentre a pari età Wimbledon 2003 era il primo torneo dello Slam per lo svizzero. Davanti a colui che sembrava essere destinato a rimanere eterno numero 2, e numero 1 solo sulla terra rossa, che 3 anni fa chiese a Federer di potersi allenare con lui sull'erba per imparare a giocare sulla superficie di Wimbledon, si apre una carriera dalla lunghissima prospettiva.
Il record di 5 vittorie consecutive di Borg uguagliato da Federer l'anno scorso non è stato superato; ma è stato uguagliato Borg nella doppietta Parigi-Londra.
Questa è la tabella dei vincitori del singolare di Wimbledon, e questa di quelli del Roland Garros, per capire meglio la straordinarietà dei due fenomeni che hanno acceso il campo centrale nella finale di oggi.
L'anno prossimo ci sarà il tetto mobile sul campo centrale di Wimbledon, ma la pioggia nella sua ultima apparizione in finale, è stata acqua benedetta: ci ha regalato il vero Federer, la vera partita, un autentico vincitore, uno spettacolo indimenticabile.

Risultato finale: Nadal batte Federer 6-4 6-4 6-7 6-7 9-7.

sabato 5 luglio 2008

[Doppio post:2] Io, sul pianeta dello studente

Con la riforma del sapere a punti, la cultura è diventata roba per grandi. A me le robe da grandi fanno schifo, e solo quando li dimentico, quei numeri che tutti mi urlano, guardo col cuore e vedo l'essenziale, vedo dietro la Storia gli uomini che l'hanno fatta, nei saggi i Saggi che li hanno scritti: e allora sono interessato, e allora mi appassiono, perchè non vedo più soltanto il mero dato, il numero, gli ridò vita. Alle volte non è più tanto facile, sarà il crescere, sarà che sto diventando grande: ma quando ci riesco, quando riesco a dimenticare quanti esami mi mancano, quanti ne ho fatti e dunque che numero di esame è quello che sto preparando, quanto vale -come se il valore di un esame, del sapere, è dato dai CFU assegnatogli, assurdo, ma nell'uso comune si dice proprio così- allora, immerso nel contenuto, ritrovo la curiosità della scuola elementare, delle medie... Poi al liceo tanti bambini diventano grandi in fretta, e già iniziano a sommare e dividere, fare medie, calcolare i numeri della cultura, del sapere: già lì si comincia, perchè solo ai bambini delle elementari si chiede cos'hai imparato oggi, a quelli del liceo si chiede quantidebitihai, quantiesamihai, chemediahai, conquantoseiuscito. Però al liceo io ero ancora ingenuamente bambino, coglievo l'essenziale di ciò che imparavo, pur colla mia pigrizia e la mia distrazione, pur con un'altalenante passione. Ma i numeri, mi interessavano solo in matematica. Poi la vita ti cresce, le esperienze, e quando tutti parlano per numeri, poi sei tu che ti senti sbagliato, perchè un po' di razionalità in più ti ha fatto perdere la sfrontatezza con cui rifiutavi l'importanza dei numeri. Quando l'amore cede il passo alla relazione amorosa, la programmazione prende il posto all'improvvisazione, il futuro è l'argomento, e non più il presente, la vacanza un intervallo tra due numeri, ben calcolati: allora capisci che tutto è più equilibrato, più giusto, e pian piano l'accetti. Non è che sia tutto sbagliato, perchè è solo la purezza dei sogni che si scontra con la concretezza solida della realtà: l'amore non scompare mica nella relazione e la programmazione permette cose che l'improvvisazione impedisce. Tuttavia, alle volte, le dinamiche del vivere prendono il posto del vivere stesso, e ci si ritrova a parlare di sè davvero coi numeri, come se la carriera universitaria potesse essere compresa solo con quanti anni quanti crediti quanti esami, e mai quali! Quantità per qualità...
Comunque il mondo dei grandi non è poi così grigio, ma alle volte ricordarsi di esser stati bambini e magari far anche i bambini, è davvero importante!

"Ma i grandi non capiranno mai che questo ha importanza."

[Doppio post:1] Se il piccolo principe atterrasse sul pianeta dello studente...

"Se voi dite ai grandi: «Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre e dei colombi sul tetto», loro non arrivano ad immaginarsela. Bisogna dire: «Ho visto una casa da centomila euro», e allora esclamano: «Com'è bella»."


Antoine De Saint-Exupéry, ne "il Piccolo principe", col candore e l'eterea bellezza che ritroviamo in ogni pagina, riassume con questo semplice quanto efficace esempio il suo pensiero.
E conclude:
"Sono fatti così. Non c'è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi".
I grandi, che poi mica è una questione d'età: bè, un po' sì in realtà, e infatti a inizio libro l'autore non ci invita a essere bambini, ma a ricordarci di essere stati tali..
"Tutti i grandi sono stati bambini. (Ma solo pochi di essi se ne ricordano)"
Messaggi simbolici e semplici, a smascherare una realtà difficile e un po' falsa. Quante volte caschiamo anche noi nel'errore, e guardando cogli occhi non scorgiamo che il superfluo? Accade spesso anche sul pianeta degli studenti: e dire che non siamo poi così grandi...
Due ragazzi si incontrano: dopo la domanda cosastaifacendo introduttiva, si passa subito alla seconda acheannosei, alla terza quantiesamitimancano, all'ultima cosavuoifaredopo, che poi è la più divertente, perchè colei che sta studiando psicologia vorrà fare l'ingegnere ovviamente, e lo studente di biotecnologia non vede l'ora di diventare avvocato: oltre tutto parlando del futuro comunque incerto, con un pizzico di scaramanzia e un po' di sfiducia si otterrà un sempre vero e sempre vuoto vedremo.
Il peggio lo si raggiunge sull'argomento esame.
Alle volte, ma molto raramente, si incappa, quasi per sbaglio, a chiedere il nome dello stesso: ma poco importa; le domande sono quantohaipreso e daquanticrediti era. Così, dopo aver totalizzato le risposte che tranne quella iniziale sono solo numeri, ci si avvia verso altri lidi avendo constatato che Marco è un Ingegneria-terzo-5-ingegnere, e che ha appena dato l'esame 28-6.
Il ragazzo se ne va, ha inquadrato Marco.
Io me lo immagino il piccolo Principe, chiedere
che materia stai studiando,
di che cosa tratta,
qual è la cosa che ti ha colpito di più,
di che colore è il tuo libro,
alla ricerca di un dono,
"regalami, su, una briciola di quello tuo sapere lontano..."
E gli studenti un po' grandi, rimanere sbigottiti:
"cosa ti vengo a spiegare, l'esame?
L'argomento, il contenuto, una curiosità, la scoperta?
È un 30 da 5, non capisco cosa vuoi sapere..."

Lui però non se ne farebbe un grosso problema, e salterà su un altro pianeta, nel continuo viaggio delle miopie dei grandi, che pure da studenti, parlano di numeri, tranne forse quelli che i numeri li studiano, i matematici, perchè loro volano con la fantasia, usando i numeri come strumento di comprensione del mondo: loro i numeri li rispettano, sono entità, li venerano, mica li maltrattano...

martedì 17 giugno 2008

Il monolite nero

Scimmioni, ominidi in una Terra primitiva. Un gruppo viene scacciato da un altro con botte e pestoni. Vige la legge del più forte. Poi, di colpo, appare un monolite nero.

Lo incontra il gruppo appena scacciato, lo toccano.

Da quel momento tutto cambia, diventano consapevoli di poter usare la Natura per i propri fini, di poter usare un osso come clava e quindi divenire più forti.

Tornano e a suon di bastonate cacciano il gruppo rivale, nasce una nuova era: da quel giorno vige la legge del più intelligente.

Stanley Kubrick, in "2001: Odissea nello spazio" raffigurò così nei primi silenziosi 40 minuti del film, con un monolite nero, il "salto ontologico", il "balzo in avanti" che l'uomo ha fatto rispetto all'animale. Uno degli enigmi fondamentali della vita, insieme all'origine della vita stessa. Perchè è evidente che l'uomo è altro dall'animale, non soggiace all'istinto e alle normali leggi della Natura, o meglio, non a tutte. Anello di congiunzione tra animale e Dio, con la consapevolezza della propria condizione, con la capacità di cambiare la Natura e non solo adattarsi ad essa.
"Di certo ai nostri antenati, in una fase collocabile tra 150 e 45 mila anni fa, succede qualcosa di sbalorditivo: gli ominidi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciano a realizzare pitture rupestri, a seppellire i cadaveri secondo un rituale, ad abbellire i propri corpi, a fabbricare oggetti ornamentali. In breve, producono cultura" così inizia un interessante articolo del "Corriere della sera" che vi consiglio: lo potete trovare su Corriere.it, in particolare qui.
In esso è citato anche un altro articolo, molto biochimico (é tutto tuo Uncle H) sulla vita: la sua origine, la via percorsa e da percorrere...

sabato 7 giugno 2008

[Doppio post: 2] La parabola della Terra piatta

Riferito al post precedente.

Si potrebbe commentare:
cambia i tuoi toni, altrimenti "passi dalla parte del torto".
L'ora è giunta, di fare chiarezza anche su questa idiozia.

Alcuni saggi dicevano che la Terra era piatta, lui no, per lui era rotonda.
Iniziò a spiegare ma gli risposero no, i calcoli saranno errati.
Lui rispiegò, e ancora e ancora e ancora ma lo accoglievano tra i sorrisini e gli sfottò. Ad uno di questi incontri c'era anche il popolo ad ascoltare. All'ennesima bassa considerazione dei suoi calcoli, delle sue teorie, e dopo accuse di egocentrismo e di secondi fini, l'uomo se ne andò riempendo di insulti tutti i saggi, rovesciano il tavolo e le sedie, maledicendoli sbattendo il portone.
"Siete dei pezzi de merda, incompetenti, vecchi pazzi impotenti del cazzo!"
SLAM.
Una signora del ceto borghese commentò: "così è passato dalla parte del torto!"
Un contadino non sapeva che pensare, ma percepiva un'ingiustizia, perchè lui sempre a contatto con la natura, sapeva che niente succede per caso, che c'è sempre un motivo; l'aristocratico istruito aveva gli strumenti per giudicare, aveva capito dove stava la ragione, ma sorrise: era più comodo, avrebbe continuato la sua vita di ozi e agi, letterari e no.
Era quell'uomo passato dalla parte del torto? Noi sappiamo che aveva ragione, indiscutibilmente. Era stato impulsivo, iracondo, volgare, maleducato, inelegante e anche un po' incivile. Insomma non si era fatto onore con quei gesti, ma era passato dalla parte del torto?
Assolutamente no.
Il concetto è: si può avere ragione o torto nel contenuto, si pùò usare come strumento una forma adatta o meno, ma i due campi non devono e non possono essere confusi. Sono sbagliate le intercettazioni: forse, forse no, ma cosa dicono?
Grillo è un demagogo populista, urla troppo e insulta troppo con sfottò idioti, d'altra parte ERA un comico. Il nostro giudizio deve rivolgersi però a ciò che dice, anche in disaccordo, ma senza perdere di vista la questione. Travaglio e gran parte della Sinistra mostrano sorrisini snobistici e spesso non tengono conto dei pareri opposti: ma dicono cose sbagliate?
Berlusconi fa le corna, mette i tacchi, si fa la tinta: ma i suoi atti di governo, quelli son da valutare.
Ma attenzione, anche la forma va presa in considerazione, anch'essa può guidare il nostro giudizio.
Tanto che per esempio, come ho espresso in un post precedente, mi trovo d'accordo con Moratti sul licenziamento di Mancini che oltre a vari aspetti contenutistici -partite decisive giocate male- si è basato su un vizio di forma, cioè il comportamento fuori luogo, il "cinema" che fatto dopo l'elimazione dalla Champions.

Basta non fare confusione tra i diversi aspetti:
dialettica e retorica sentitamente ringraziano.

[Doppio post: 1] Filippica contro la piattezza e il "ben pensare"

Rabbia.
Ci sono giorni che sono arrabbiato, proprio arrabbiato: questo aggettivo che le maestre elementari ti spiegavano errato da usare, "perchè non sei mica un cane che ha la rabbia".
Che tristezza.
Ma sono anche incazzato, adirato e mi infurio.
Quali sono i motivi validi per avere uno scoppio d'ira?
Mi dicono quelli importanti, e si dimenticano che "importante" è "ciò che importa", pregno alla base di un'inevitabile soggettività: che viene, a torto o ragione, oggettivata traducendolo in "ciò che importa ai più".
Peccato che siano tutte cazzate, perchè l'ira è uno dei sette peccati capitali qualunque sia la causa scatenante, e può esserci solo una maggiore comprensibilità a seconda di quanto la causa sia più generalmente accettata.
Io mi incazzo per l'ipocrisia, e mi incazzo per la verità, per difenderla, per non accettare con un sorrisino una stronzata: e mi sa, che lo farò sempre più, a costo di divenire più antipatico. Quando sarai lì davanti a me dunque, homo oeconomicus, con la tua boria da arrivato perchè stai fabbricando denaro, non aspettarti il mio plauso: stai umiliando il genere umano, con le tue basse pretese, la villetta e il SUV.
"In Italia troppa gente pensa solo a gudagnare e a fare i soldi perchè è troppo stupida per fare dell'altro nella sua vita": non l'ho detto io, ma quanto mi piace.

Ci vuole moderazione. Sì? Finora sono stato moderato, ma io, dentro, non lo sono affatto. "Non eccessivo, contenuto o ridotto entro i limiti imposti dalla convenienza o dalla tollerabilità". Me ne fotto dei limiti, mi dispiace solo risultare inelegante: "in una situazione del genere non ci si comporta così", vaffanculo.
Ecco, questo post è inelegante, e non è moderato: io non lo sto moderando, non sto ponendo limiti alla mia espressività. Non che di solito sia stato così difficile non cadere nella scurrilità più banale, semplicemente non era necessario. Ma un vaffanculo al punto giusto è insostituibile, chiedetelo a Grillo.
Ma moderato non è anche un po' frenato? Un po' meno puro, un po' più falso?
Diplomazia è civiltà, ma non anche paura? Solo saggezza o anche un po' lavarsene le mani rimanendo passivamente senza una posizione?
Troppo spesso accetto tutte le posizioni, almeno in via teorica: anche quelle inaccettabili, e anche basta.

A questo punto una filippica può iniziare.
Contro tutti voi che non avete un cazzo da dirmi nè da darmi
di nuovo;
che non perdete tempo a teorizzare perchè bisogna agire;
perchè pensare è inutile, e non fa utili;
perchè quando la fate, non abituati, siete banali e noiosi,
già visto, già sentito, dalle posizioni già considerate;
perchè ho bisogno di stimoli,
di idee nuove che seppur tali non siano mie:
e non me ne date;
voglio un punto di vista che non ho considerato,
una posizione inesplorata;
regalatemi una risposta imprevista,
un'obiezione non pensata:
ve ne prego;
non insegnatemi le vostre cazzate che già so e spesso ho rifiutato:
perchè dovete obbligarmi davvero a riconsiderare quel mio destino di cadere in una lettura continua per avere qualcosa di più?
Io vi amo cazzo, infine, coi vostri occhi e il vostro esistere, con la vostra vita e tutto ciò che quelle parole sapienti non potranno mai essere, essendo lì, inchiostro nero su foglio bianco, senza colori nè movimento: ma amo la purezza del villaggio, del buon uomo che lavora da sempre e che paradossalmente spesso, con la sua coscienza popolare e il suo spirito autentico, ha pure qualcosa da dirmi.
Ma tu, "quello che ben pensa",
falla finita:
di gridare allo scandalo ad ogni piè sospinto,
di rispettare la forma più del contenuto,
eppure senza avere alcuna percezione della bellezza.
E poi, che fai?
Insegni pure?
Naturalmente, certo.
Insegnami ciò che ho già disimparato, riportami indietro dai mille chilometri che ho fatto innanzi a te, certo. E io ti dirò hai ragione, dopotutto, lo dicono tutti...
Sarà però che "quando sono in tanti d'accordo con me, ho sempre la percezione di essere nel'errore" (Wilde)
Sei semplicemente ridicolo.

giovedì 5 giugno 2008

Con la bombetta nel boschetto

Il signore con la bombetta passeggiava per il bosco.
"Incredibile, non avrei proprio pensato di rivedere un signore con la bombetta nel XXI secolo", pensò un acero -il signore era appena passato- e sbuffò, muovendo tutti i rami come, come dire, ecco, come se fosse stato sferzato da una folata di vento.
Questo signore naturalmente era vestito di marrone, la giacca intendo: i pantaloni infatti erano più chiari, e le scarpe eleganti, tanto che non si notavano. Il colpo forte del vestiario erano in realtà le calze, davvero incredibili: ma coi pantaloni lunghi non si vedevano. Però lui, lui lo sapeva e camminava compito anche per quel motivo. Camminava per questo bosco, che era un po' anche una foresta o una selva, ma non di quelle oscure, no, perchè il signore era più giovane! Questo boschetto, un boschetto era in effetti, aveva molta luce filtrata dagli alberi, molta luce ma anche un po' di buio: un boschetto chiaroscuro insomma. Quell'uomo colla bombetta camminava e sorrideva di tanto in tanto: poi scuoteva la testa e ripartiva, con passo lento, non stanco, e senza fretta. Per qualche momento diveniva serio, si vedeva che rimuginava, calciando qualche sassolino per la strada: poi di colpo, cambiò direzione e
via di là,
a fianco di quel cespuglio dalle bacche rosse di quelli che si colorano da bambini, con le bacche così rotonde che si capisce che non si possono mangiare. Poi uno di quei sassolini che calciava andò a incastrarsi in un posto buffo, rimase in equilibrio su un sasso più grande, così: non era assurdo, però faceva un po' ridere. Si guardò in giro, e voci di altri erano lontanissime, si tolse la bombetta e lo calcio fortissimo e lo inseguì e poi ancora ancora ancora, a zig zag per il boschetto; non solo a zig zag, ma proprio come gli veniva, a caso, così. Col fiatone e un altro sorriso con scuoti-testa incorporato, si rimise la bombetta e riprese a camminare, guardando in alto, a volte accecandosi nella luce, oppure guardando nell'ombra quasi a sforzarsi di vedere lo stesso: le cose c'erano, lo sapeva, com'è che non si facevano vedere...
Impensierito, un passo dopo l'altro riprese a camminare, e ogni tanto, chissà poi perchè, a sinistra e poi indietro: mah. Gli alberi del boschetto iniziavano a infastidirsi, tanto che buttavano giù delle foglie un po' stizziti. Lui lo sapeva, e un po' li capiva anche, il suo peregrinare folle dava adito a proteste: così ad un certo punto si sdraiò in una piccola radura in mezzo al boschetto.
Tirò un urletto, poi un altro: si sentiva poco poco l'eco.
Chissà dove andavano quelle parole poi.
"Avete ragione. Avete
proprio
assolutamente ragione.
In questo bosco però non c'è la strada, un sentiero, una via! Io vi capisco anche, ma voi avete le vostre radici, e ve la mangiate e bevete e respirate e grazie tante! Non potete neanche muovervi, facile la scelta! Invece io, io, da qualche parte devo pur andare: non è che sono obbligato, quello no, però ho le gambe, posso e quindi vado vado e vado. E quando c'è una strada la seguo volentieri, lastricata, asfaltata o anche solo un sentierino: ma qui tra voi alberi e l'erba bassa, si può girare a zonzo liberi liberi liberi. Allora non vi disturbate se io giro, e se non capite le mie scelte, è facile: quando mi va di girare, giro, quando voglio tornare indietro lo faccio e così via. Eh eh. Non vado da nessun parte così dite? Forse avete ragione, forse è vero, ma la strada, la via: dov'è?
Dunque?"
L'uomo chiuse gli occhi, non era rabbia la sua, nè disperazione: non più. Poi, nel silenzio farfugliante della natura
SLAM
un ramo si ruppe, il nido era troppo pesante. Lo portò su, appoggiandolo su un ramo un po' più grosso, poi salì salì fino in cima all'albero, come una scimmia, a vedere dall'alto il bosco. Ma la cima era ancora poco, quando un turbinio molto strano lo prese e lo tirò su, come una minuscola tromba d'aria lo faceva volare. Non era tipo, lui, con la bombetta, da chiedersi perchè o com'era possibile: annusava le nuvole e assaggiava il vento, finchè guardo giù. Ciò che vide era davvero ridicolo e un po' pazzesco. Il boschetto non era molto folto, ve lo spiegai prima: infatti anche da lì si vedeva il terreno. Al momento si stupì, poi rise, finchè si ritrovò su una fronda a gustarsi il tramonto.
Scosse la testa:
"oh, finalmente. Adesso c'è!"
E scoppiò in una fragorosa risata.

Cosa aveva visto di tanto strano?
Bè, quella foresta, quel boschetto, quella selva chiara non aveva stradine, era solo erba, terra e sassolini. Ma i sassolini, quelli li aveva calciati, e dove era passato non c'erano più! Così, ora, una strada c'era in effetti, quella che il signore colla bombetta aveva disegnato, e tracciato, girando a caso: ma non assomigliava a un gomitolo o a una pastellata da bambino: no. Dall'alto si vedeva chiaramente, ricordava proprio, seppur ancora abbozzata e non finita,
la figura di un signore con la bombetta...

mercoledì 23 aprile 2008

Brancolando...

Amo la semplicità.
Comprendo la priorità del contenuto sulla forma,
amo le emozioni così come sono, così come vengono.
Amo la natura, e l'essenzialità.
So che l'apparenza inganna,
e che i valori sono ciò che più conta,
vado oltre ciò che gli occhi mi presentano.
Non amo la disocoteca
dove tutti sono vestiti uguali
e la musica è sempre la stessa,
dove si è tutti in vetrina e
l'un l'altro ci si squadra fighi o torvi.
Odio i bodyguard e il tono che si danno(senza motivo).
Considero uno spettacolo dal vivo,
un concerto, un museo
tutte forme di arte che mi riempiono,
più di quanto possa fare un film grottesco o comico.
Negli scritti ho fortemente odiato la forma,
galera dell'arte libera,
costrizione del genio creativo.
Trovo la moda, e l'arte troppo lontani dalla realtà,
dall'essenziale, dalle cose importanti di una vita:
i sentimenti, gli affetti,
la risata dell'analfabeta sulla caduta del manager dal passo spedito.
Mi commuovo spesso per gli assassini e gli stupratori,
se non sanno quello che fanno e ancora più se lo sanno,
perchè allora non hanno valori, e la loro vita è misera.
Odio la "maniera", il barocco e
tutto ciò che si allontana,
dalla bellezza che non necessita di orpelli.
Penso che ognuno debba vivere come vuole,
e che nessuno di noi abbia la chiave della vita giusta.
Odio la cultura e il benessere,
quando allontanano dalle pulsioni vitali,
quando rendono tutto complesso
tutto difficile, tutto più falso.
Avrei voluto vivere in un'epoca senza tecnologia.
Amo la natura e la selezione naturale,
amo la parte animale dell'uomo che sento più vera.
Amo camminare a piedi nudi sull'erba,
i fiori e gli animali,
odio il cemento i grattacieli e le città.
La comodità, l'utilità, l'essenziale.

Eppure.

Trovo irresistibile il virtuosismo e il creare.
Mi entusiasma la forma anche quando è fine a se stessa,
l'arte quanto più è inutile.
Amo il dettaglio, e il capo ricercato,
mi lascio terribilmente influenzare dall'apparenza.
Mi piace stare nei locali, quando tutti si mettono belli
e ognuno ha pensato almeno una mezz'oretta cosa mettersi.
Amo i maglioncini di tessuto fine,
non amo le felpe,
nè tantomeno i jeans.
Amo la leggerezza e la risata di un film senza pretese,
di una festa sulla spiaggia
del dj che dice stronzate,
mi diverte entrare "con il tavolo" e quindi senza fare la coda
e andare nella zona vip;
mi affascina la serità dei bodyguard che
convince che entrare è una cosa importante.
Trovo la moda e l'arte
magnifiche espressioni di umanità,
esaltazioni della
"scintilla d'eternità" che ci differenzia dagli animali.
Mi commuovo per gli uomini buoni
per le vittime senza colpa
per quelli che pagano le tasse
e vanno in ansia se non dichiarano
tutto tutto al cent, che rispettano le leggi.
Amo gli orpelli e i dettagli
che regalano fascino alla realtà.
Penso che il popolo sia una massa informe
che necessita di essere guidata,
supportata, giudicata e punita.
Amo la cultura e il benessere, perchè senza di esse
non ci sarebbe la filosofia, l'arte,
perchè sono i passi dell'umanizzazione:
"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtute e canoscenza"
(Dante, Inferno XXVI, 118-120)
Mi piace vivere in un'epoca di pace
e vivere la rivoluzione informatica
e l'avvento del nuovo millennio.
Amo l'umanità, che è ciò che siamo
e cerco di sminuire le caratteristiche più animalesche dell'uomo
brutali e istintive
perchè la nostra mente deve saper controllare il nostro corpo;
la nostra coscienza guidare i nostri istinti.
Amo le architettire futuristiche e
camminare a piedi nudi sul parquet che è bello liscio;
considero un progresso le città
con i loro ospedali e le molteplici,
umanissime attrattive.
La bellezza, l'inutilità, il superfluo.

Seppur immagino sembri un inutile elenco di contrari senza scelta, in realtà è tutto vero. Un dissidio che sono io, che mi arricchisce ma mi sconquassa, che rende poco monotona quanto difficile la vita di chi mi sta accanto. C'è il giorno che ho bisogno di bellezza e di forma, quello in cui una comoda serata è il mio più grande desiderio.
Immagino, del resto, che per tutti sia un po' così, giornate diverse hanno umori e bisogni diversi, e ognuno colla sua complessità è un piccolo grande mondo da esplorare e conoscere. ("la più grande offesa è dire ad un'altra persona: ti conosco, ora so chi sei, come sei fatto", mi disse una riflessiva suora). D'altra parte, qualcuno è più lunatico di altri, qualcuno più visceralmente indeciso, mentre molti hanno scelto, hanno ben chiaro cosa piace e cosa no. Il partito, i valori, gli obiettivi: insomma, idee chiare.
Io, nel frattempo, senza troppi affanni, agiatamente,
brancolo...

martedì 8 aprile 2008

Elogio del buonuomo

Di bene ce n’è tanto, molto più bene che male nel mondo:
eppure ogni giorno sentiam malefatte, perchè?
Un amico mi ricordava:
il male si fa sempre sentire, è chiassoso,
il bene è invece educato, e silenzioso…
Su 80000 200 spaccano tutto,
tra qualche bestemmia e qualche rutto,
di loro si parla e il calcio è violento:
79800 stanno al loro posto
su di loro ogni faro è spento.

Così oggi volevo elogiare,
non l’eroe il guerriero né il capo
ma quell’uomo che nella sua vita
dona gioia e sorrisi, tutto se stesso
per rendere l’arida terra,
eden di margherita.
L’uomo che ogni mattina si sveglia e va a lavorare,
poi torna con qualche battuta a mangiare
sfotte un po’ ma quando poi serve
c’è sempre coi suoi bei consigli...
Lo si vede calciare un pallone
nel cielo in alto in alto
fino a quando il bambino lì a fianco
copre gli occhi cercando nel sole
quella palla che come una stella
cade poi sul prato di verde:
rimbalza e ha il sapore di nembo...

Crede nella giustizia, nella verità
l'uomo buono che è uno e tantissimi
lotta per rendere quel che vive migliore
con buon senso e umiltà,
impegno, equilibrio, onestà.

Ogni giorno l’uomo buono fa il bene,
nessuno lo vede ma se sei vicino
lo senti:
rende il mondo un posto migliore.

Curioso e per sempre fanciullo
si sorprende ogni giorno
dell’opera d’arte più bella,
della vita che quella madre
Natura ha donato alla terra.
Ama l’acqua che scorre e le fronde
le ninfee, il martin pescatore...
E poi l’uomo, ultima perla
se stesso ed il suo vicino
il nostro corpo forte e capace
e la mente così veloce.

Crea ogni giorno qualcosa di più
senza ledere alcuno dintorno:
fa del suo meglio ogni giorno

e ogni giorno "fa il suo".

Lo ringrazio perchè
rende merito a se stesso e felice chi sta accanto,
onora la vita, dono di tutti,
ed è orgoglio della sua razza.
Non guarda indietro tra rimorsi e rimpianti,
ma avanti verso nuovi traguardi,
emozioni, scoperte, sorprese e risate:
sii sempre fiero, buonuomo,
perché è beato chi ti sta accanto.
Quelle volte che vedi
i furboni i ladroni i ricconi
guarda bene, non t'ingannare
non staranno mai meglio di te:
a loro è preclusa per sempre
la dignità.

Grazie

mercoledì 19 marzo 2008

Uno zappatore a Montmartre

L'altro giorno ho rivisto Ratatouille, di cui ho comprato una gustosa edizione speciale 2 dischi da collezione. Il film è bellissimo, e il monologo finale di Ego, il severo critico culinario, è un vero e proprio capolavoro. L'avevo già visto e apprezzato: questa volta la mia mente è stata catturata da Parigi, e subito il ricordo ai tre giorni di Ognissanti 2005 passati col grosso e H.  
Tre mesi dopo, ripensando a un bonario sfottò sulla concentrazione nel cibarsi di uno di noi, scrissi...

Parca mensa

E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.


(Giacomo Leopardi, "Il sabato del villaggio")


Meglio una partenza fortunata che un atterraggio di fortuna.
Così, sessantaduenne in tre, ci ritrovammo con l'aurea scritta "Prima" davanti agli occhi tra le nuvole e i benestanti:
al ritorno saremmo stati in economy, nella stretta numerosità della massa, ma più ricchi di prima…
Quel contrattempo burocratico aeroportuale dell'anno precedente ci aveva regalato Parigi:
una città carica di quella spaziosa bellezza
forse tipica delle città fluviali;
un respiro di libertà e di gioventù gioiosa diede
aria ai nostri polmoni,
forza alla nostra curiositas,
vigore alla nostra determinazione.
Questo non è un resoconto dell'Attento Turista,
un elenco del visitato,
ma un elogio al dettaglio
-"la bellezza sta nelle finiture" disse la commessa al filosofo-
e qui è elogio al sciur M.
Non appena l'hotel tra i loschi parigini ci mise a nostro agio,
da Montmartre la sublime Parigi
nottambula e lucente
ci pose in imbarazzo
e la tentazione di baciarci romanticamente tentò orgoglio e virilità:
e fu la caduta negli sms mentre,
in uno spiraglio di cielo tra gli abeti sempreverdi,
la Francia della vertical ferraglia divenne di colpo
scintillio di suggestioni e ricordo di antiche magie.
Lo spiazzo davanti al Sacro Cuore era platea,
e col vento che ci ripuliva il palcoscenico,
eravamo spettatori estasiati di fronte
ai giganti attori d'ogni età,
immobili e lucenti,
che mettevano in scena la città più romantica del mondo.
Stella il monumento,
luna la Torre Eiffel,
via stellare il ciottoloso viottolo,
costellazione il cartomante:
Parigi era una notte stellata,
nitido riflesso del cielo elegantemente nero che la proteggeva.
Abbagliati da luci, suggestioni e sogni, elevato l'animo…
si fanno i conti colle membra.
Cenetta per tre sulla vietta tra i due fuochi:
quello gelido del vento e quello ardente della stufetta.
Per l'anglicano figlio del malto e della terra panino e birra,
tra una baguette e un'omelette
impreziosite dal grappolo rosa per noialtri due.
C'est la vie.
Aperto il fuoco d'Arte, 
io-mitragliatrice contro un artista,
l'ineffabile bellezza dell'unica divinità umana poeticamente giunse,
attraverso una mimica firmata M di soggetto H:
e furono di lacrimosi dolori per furori di risa giorni tre per i tre."