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lunedì 19 dicembre 2011

L'aldiqua

Un mese e mezzo dopo la partenza ho scritto un post... di commiato.
Rileggendolo ora, trovo ancora curiosa l'assenza totale di esaltazione:
solo una nota romantica sul finire,
mentre forte l'accostamento spontaneo alla morte di fronte a un avventura che poi si è rivelata il più grande sì alla vita che io abbia mai detto. Del resto l'aldilà cristiano è la vita vera, e quindi forse non dovrei sorprendermi: non nego che sia stata una scelta di fede, nel prossimo in particolare, che spesso è stato in qualche modo il mio dio.
Ma andiamo oltre.
La mia predisposizione all'analisi e allo svisceramento rischia talvolta di trovare qualcosa che è presente solo in piccola parte, l'ingrediente ultimo, finendo per confondere un pizzico per una manciata. Forse il funereo inizio d'avventura era solo conseguente agli addii degli ultimi giorni.
Ma no, non era solo questo.
Nell'ultimo mese in Italia ho montato un video della mia vacanza in Sicilia 2009 e l'ho mostrato ai miei sventurati amici nella serate del saluto. Non era solo il gusto dell'insolito, o uno sterile e quanto di più da me odiato artisticismo: era un autentico segnale di chiusura di un periodo, o meglio, il mio tentativo di favorire la fine di una fase.
La mia priorità in questo viaggio è sempre stata, come ho spesso risposto ai più che mi hanno offerto la regina della domande, il perchè, "osservare la mia vita da un altro punto di vista". Questa posizione ha permesso di lasciarmi totalmente indifferente all'isolona lontana, alla sua natura, alle sue peculiarità. Non era mia priorità l'università, la lingua inglese, non lo era il turismo, nè tantomeno una postadolescenziale voglia della classica iperfestosità da exchange.
Volevo l'altro: quale altro fosse era indifferente, ma "il più altro, il meglio".

[Questo aldiqua è un'isolona grande e vuota, con una natura di primordiale memoria, ma un nuovo popolo d'infantile identità e, non troppo raramente, anche d'ingenua istintualità.]

In ogni parentesi ti senti al sicuro, come in un sogno o un videogioco, con l'idea che se muori hai la seconda vita, o che ti risvegli. Con lo stesso principio delle Vacanze, per i più e per LE più, le regole morali sono sospese, perchè ciò che accade qui è un gioco.
Non si fa mica sul serio.
Siamo tutti amici, ma anche non me ne curo e non mi aspetto nulla da te.
Ci amiamo, ma si fa per dire.
Si sia educati, ma con un livello di sfrontatezza incontrollato.
Se non cinici o stoici si può sempre essere passivi gaudenti, che tanto ciò che succede qui non importa, come quando sei in matrix: se muori in matrix non muori nella vita reale.
Ops.
Come automi ben programmati, moltissimi si sono rivelati capaci di cambiare modalità del vivere: o se ne sono obbligati, o si sono mostrati come tali. Innalzate sono state difese più o meno spontanee in una situazione in cui si cammina sul consueto filo del vivere ma senza una salda rete sociale a salvarci dalle cadute. E allora alcool e superficialità come piovesse. Pare che davvero si possa spegnere il cervello: però, "ogni tanto", cantava...

Ma se sei particolarmente dotato nel tesserla, perchè ami e ti doni e non ti proteggi, (dopotutto pochi sparano ad un uomo nudo), allora puoi permetterti anche IL LUSSO DI SOFFRIRE, e di evitare di dover ridurre le tue percezioni del vivere o di dover cadere e scadere in una triviale necessità di "girarti dall'altra parte", di di-vertere, finendo a percorrere il tunnel che Caparezza illuminò, e che passo dopo passo diventa sempre più buio.

La metafora, o meglio, l'espressione che in questo momento mi si offre alla mente per descrivere il momento della partenza da casa sarebbe la pausa: ho messo la mia vita in pausa per poi tornare, premere play e continuare da dove ero rimasto.
Temo del resto che stessi andando al rallentatore, e che quindi ora, a velocità normale, non ci vorrà molto prima di iniziare il capitolo successivo.

giovedì 14 maggio 2009

L'inadeguatezza della sineddoche come strumento di interpretazione della realtà

Preambolo.
So bene che con un titolo così, perdo lettori.
So altrettanto bene che ogni testo va costruito a seconda del target e del mezzo tramite cui verrà diffuso.
In questo specifico caso, in un blog, è necessario un testo breve, essendo la lettura verticale e digitale ben più faticosa di quella orizzontale e cartacea.
Inoltre, questo processo di semplificazione e di velocizzazione dei testi è presente ormai in tutti i mezzi di comunicazione: ovunque la velocità, la concisione e la sensazionalizzazione dominano.
Ovunque lampi di notizie senza approfondimento, chè la capacità di concentrazione dei lettori è sempre più breve.
L'unica possibilità è l'adattamento servile ai bisogni del lettore?
Sì, quando è commercio.
Sì quando c'è lo share, insomma, quando ci sono i soldi in ballo.
Ma qui, in un blog sperduto nella incommensurabile quantità di dati presenti nella rete, qui sono libero.
Non solo voi siete liberi, di leggermi o meno: io sono libero di scrivere e no, di adeguarmi alle sacrosante legge della comunicazione oppure...no.
Il numero dei lettori, mi è indifferente. Un titolo più difficile e apparentemente più noioso potrebbe inoltre servire come sbarramento per gli indifferenti e invece operare una selezione di interessati.

Corpo del testo
La sineddoche è una delle innumerevoli figure retoriche dal nome ermetico che popolano l'analisi poetica, stilistica e appunto retorica della letteratura italiana.
"Dal greco συνεκδοχή, «ricevere insieme», consiste nell'uso in senso figurato di una parola al posto di un'altra, mediante l'ampliamento o la restrizione del senso; la sostituzione può essere:
- la parte per il tutto ("l'Olanda " al posto di "Paesi Bassi");
- di una qualità/caratteristica per il tutto ("il ferro" al posto della "spada")
- del singolare per il plurale e viceversa ("l'Italiano" -inteso come persona- "all'estero" per "gli Italiani all'estero");
- del genere per la specie e viceversa ("il mortale" per "l'uomo")
[fonte: wikipedia. Non particolarmente autorevole, ma particolarmente comoda: e del resto qui non siamo mica in una rivista di letteratura].
La sineddoche che mi interessa è la prima, e cioè "la parte per il tutto".
Come artificio del discorso non si discute.
Il problema nasce quando invece viene utilizzata come strumento di analisi della realtà.
Leggendo queste parole, il senso potrebbe rimanere ancora oscuro: in verità vi dico, a tutti noi è capitato di cadere in questo errore.
Quando si pensa al tifoso come a un pazzo violento, quando si pensa all'uomo di sinistra come a un comunista, e a quello di destra come a un fascista; quando si pensa al leghista come ad un fanatico xenofobo; quando si pensa ad un cristiano come ad un convertitore bigotto;
in tutti questi casi, noi eleviamo la sineddoche della "parte per il tutto", un innocuo artificio retorico, a valido strumento di interpretazione della realtà, compromettendo l'obiettività del nostro giudizio.
I miei esempi non erano casualmente politici: siamo in vista di elezioni e essendo io candidato alle amministrative comunali, ho sentito la necessità di ripresentare la mia visione. Ripresentare in quanto proprio nel mio ultimo post politico, datato poco meno di un anno fa, scrivevo esattamente a riguardo di ciò che io ritengo davvero dannoso: non una parte politica o l'altra, ma la superficialità, la stupidità, il pregiudizio, e queste sono caratteristiche ritrovabili dietro ogni bandiera.[vai al post]
Scrivevo, per esempio:
Troppo spesso si sguazza nella stigmatizzazione dell'avversario, o meglio, della parte degli italiani che votano dalla parte opposta a noi. Così, se per il PdL solo dei "coglioni" voterebbero Democratico, per le Sinistre i votanti del PdL, ma non solo, tutti i votanti avversi, sono dei furbi, loschi, di poca cultura, egoisti quando non stupidi e ciechi"
proprio questo è l'aspetto che più mi importa sottolineare.
Esclusi gli estremi o le formazioni politiche territoriali, un po' demagoghe come la Lega, il paese è diviso in due grandi giganti moderatoni, che si è sottolineato più volte, sono simili anche nel nome: "il Pd e il Pd con la L" oppure "il PdL e il Pd senza L" (la prima definizione più corretta cronologicamente, la seconda migliore tenendo in considerazione l'attuale maggioranza).
L'anno scorso, alle politiche, alla Camera,
Il "Popolo della libertà" ha preso 13.629.464 voti
il "Partito Democratico" ha preso 12.095.306.
Come si può creare uno stereotipo dell'elettore dell'una o dell'altra parte?
Quanti saranno i fideisti, i credenti coi paraocchi così presenti nell'immaginario collettivo?
Quante saranno invece le persone normali?
Immensamente la maggioranza, che ritrova in entrambi i partitoni i valori fondamentali dell'uomo.
Come scegliere dunque?
Leggendo tutto il programma?
In entrambi ci sarà qualcosa con cui saremo in disaccordo:
e poi chi ce l'ha il tempo, e la voglia?
Le brave persone sanno però che votare è un dovere: e allora?
Si voterà secondo pragmatismo o idealismo, seguendo lo stomaco o la testa, per partito preso o a ragion veduta; qualcuno voterà i colori, i più voteranno la persona. La persona. Ci saranno gli egoisti, i machiavellici e i moralisti, ci sarà chi vuole votare per la lista che vincerà, per salire sul carro del vincitore, e a chi piace criticare e farà un voto di protesta. Anche se questo post diventasse un libro, non potrei ugualmente presentare tutti gli esempi, nè le motivazioni più o meno presenti, più o meno profonde, più o meno corrette che stanno dietro ad ogni singolo voto.
Scrivo per sostenere ciò che desidero, le premesse necessarie per una società pacifica. Tutti davanti ad una persona abbiano la curiosità e il desiderio di conoscerla, di amarla, di viverla. Oppure ne siano disinteressati, istintivamente lontani: ma quel punto,non trattino di questa persona. Informarsi, analizzare la situazione, comprendere le scelte, accettare il prossimo: queste sono pratiche importanti, necessarie ai fini di un'esistenza consapevole.
Ma il giudizio, diamine, il giudizio!
Una pratica così difficile, che è da lasciarsi ai giudici.
Neanche divertente.
Un onere alle volte necessario, ma non tutti siamo nati Salomone.
Il pregiudizio, poi, quello è un'autentica calamità.
Leggiamo le persone, viviamole, esploriamole, percorriamole.
A che pro giudicarle?
Ancora peggio: a che pro giudicarle per il colore della bandiera o della tifoseria: "gli interisti sono così, i milanisti invece..."
"I democratici sono in questo modo, e i repubblicani invece..."
Tracciare un orizzonte di riferimento ai fini di un'analisi approfondita è comprensibile e utile.
Ma incollare sopra una persona REALE una figurina IDEALE è fuorviante.
Abbiamo amici dell'altra sponda, amici tifosi di un'altra squadra, amici votanti altrimenti; e invece persone dalla nostra parte che non stimiamo, con cui andiamo meno d'accordo.
Se una sintesi infine può essere necessaria, non dovrebbe esistere senza un'analisi!
Quest'ultima invece sì che è necessaria e sufficiente, che può concludersi senza una sintesi, senza un giudizio, ma con la sola consapevolezza di aver indagato un campo che ora si conosce meglio.
Un campo, una cosa, una persona.
Non importa cosa si guarda, l'importante è come!
Educare gli occhi, ricordandosi che non esiste una sola Verità, ma neanche due o tre: esiste una verità per ogni occhio che guarda, e neanche questo basta! Una verità per ogni singolo momento in cui un occhio guarda!
Questo è il pensiero, questa è la situazione: e noi, che facciamo?
Giudichiamo?
Diamo una sintesi senza analizzare, adattandoci comodamente allo stereotipo precostituito, mollamente adagiati su una qualche certezza a cui cerchiamo e troviamo rapidamente conferma in qualche luogo comune, in qualche sentito dire?
No grazie.

Epilogo
Evviva la sospensione del giudizio,
evviva il giudizio se consapevole:
per un'apertura di visione,
per una profondità d'analisi,
contro la superficialità e l'ostinata chiusura.
Lasciamo la sineddoche alla retorica.

domenica 22 febbraio 2009

Sanremo 09: panoramica finale e sull'alchimia della bellezza

Partiamo dalla fine.
3 premi: vincitore, premio della sala stampa, premio della critica.
Sia per gli Artisti che per le Proposte.
Nelle Proposte ha fatto man bassa Arisa: in effetti prevedibile, già a metà della prima esibizione ha conquistato tutti, di ogni strato sociale e culturale.
Tra gli Artisti ha vinto Marco Carta; il premio della critica è andato agli Afterhours e quello della sala stampa a Povia.

Facciamo un passo indietro.
La quarta serata è stata sotto le aspettative: le reinterpretazioni degli artisti sono state poco originali, sorprendenti nè interessanti, tanto quanto le canzoni e i cantanti stessi, del resto.
L'ultima serata è l'ultima serata: necessariamente più sobria, più classica, più usuale.

Panoramica del Festival di Sanremo 2009.
Pregi.
Il presentatore e la sua spalla: allegramente dinamici; sembra poco, avercene.
Le proposte: ognuna con un suo carattere e con un suo timbro, con un suo modo. Certo, tre o quattro hanno puntato tutto sull'esibizione della capacità di canto, con troppi urli e poca personalità. Bravissime a cantare, poco cantanti: manca a prima vista il fattore x. Ma almeno la metà aveva da dire e l'ha detto bene.
I modelli: una buona idea.
Difetti.
Gli Artisti: su 16 sì e no 6 erano buone canzoni, ma i tre che hanno provato davvero a fare dell'arte sono stati eliminati immediatamente.
Ieri in finale di accettabile c'era Patty Pravo, lei più che la canzone, Alexia, forse Masini, ma insomma: tre giornate a capire chi fosse il meno peggio, nessuno che mi sia piaciuto davvero.
Le ospitate di attori e simili: non un granchè. Punto più basso toccato da Bonolis che canta Imagine a Kevin Spacey, di quest'ultimo canzone preferita, il quale non aveva voluto cantarla per il troppo rispetto per John Lennon. In tutta risposta s'è visto il canappione di Bonolis che gliela cantava, malino, tutta, a dieci cm di distanza.

Il format, alcune idee, i giovani e i presentatori l'hanno reso un festival molto bello, ma la sostanza, le canzoni degli Artisti, erano e rimangono brutte. Normale dunque che da molte parti si senta la proposta, inattuabile ma significativa, di trasformare Sanremo in un festival totalmente al servizio dei nuovi cantanti. Arisa, Simona Molinari, Malika Ayane, Irene Fornaciari, Iskra Menarini mi sono proprio piaciute, e anche gli altri 5 non erano male.

In definitiva, dunque, posso dire che Sanremo mi piace sempre come evento in quanto rito, e i riti mi piacciono.
"...Ci vogliono i riti".
"Che cos'e' un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa e' una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e' un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".


Questo Sanremo non è stato particolarmente entusiasmante, ma molto godibile; e soprattutto, ha avuto la sua stella: Arisa.
Quando assisto ad un'esibizione come la sua, mi si infonde nuova fiducia nell'arte.
Come davanti a un film bellissimo, che mette d'accordo tutti.
Prende nuova forza l'idea, magnifica, che esistano cose BELLE, direi oggettivamente: che toccano tutti, più o meno addestrati esteticamente, dai gusti più diversi, più o meno profondi, più o meno pazienti.
Non è detto che lei sarà questo fenomeno sempre: ma in quel momento, su quel palco, così vestita e con quella canzone, ha trovato l'alchimia giusta per accendere il fuoco dell'arte e far splendere la Bellezza.
Esistono opere riflessive e profonde e pesanti.
Anche quelle frivole e stupide.
Parafrasando Oscar Wilde, in tutti i casi, l'arte si divide in opere ben fatte e opere fatte male.
Evviva quei casi in cui non c'è spazio per il genio incompreso, ma spontaneamente la bellezza è da tutti riconosciuta e apprezzata: quando il televoto e la critica decretano lo stesso vincitore. Quella è la massima, più completa e tonda espressione artistica. La bellezza per tutti: non stupida, nè superficiale, anzi intelligente e squisita.
È così difficile riprodurre la bellezza oggettiva, che averne anche un solo esempio in un festival lo rende unisco, speciale, lo impreziosisce, anzi, lo illumina della sua luce.
Ci sono tantissime declinazioni dell Bellezza: eppure è difficilissimo ricreare l'opera bella a tutto tondo. Di canzoni ben cantate, di disegni ben fatti, di articoli o libri ben scritti ce n'è un mare: lavori fatti con cura. Il capolavoro è qualcosa di più.
Tanti aspetti che si fondono per realizzare qualcosa allo stesso tempo nuovo eppure classico, in cui tutto è montato ad arte tanto da apparire spontaneo, leggero ma non inutile.
Fattezze e movenze della cantante, la sua voce, il testo della canzone e la musica devono fondersi, essere tutti fatti l'uno per l'altro in un vortice d'amore unico, in cui gli spicchi riformino la mela perfetta a cui tendere...
La misteriosa alchimia della bellezza.

sabato 7 febbraio 2009

[4di4] Nadal eroe, ma quanto mi piacciono gli antieroi

Come un altro amico mi disse, "le grandi storie di sempre hanno come protagonisti le donne e gli eroi: Nadal è l'eroe del nostro tempo".
Si parla di tennis, è chiaro.
Lui sa che non ha i colpi di altri. Conosce la fatica e la ama, perchè è sua amica, è ciò che più lo rende forte, che lo rende vincitore, che gli regala la gloria. Ama la bellezza, come tutti, si diverte a vedere il tennis sicuramente, e sa di non nessere divertente, spettacolare come altri.
Però attenzione: a differenza di un David Ferrer che raggiunge i Top Ten in carriera per poi tornare nelle seconde linee, questo è numero 1 nell'era di Federer, ancora da tutti considerato il giocatore di tennis più bravo, più capace e completo di tutti i tempi.
Qualcosa di più c'è.
Nadal non è mancino.
È destro.
Molto probabilmente, con la sua mano dominante avrebbe giocato stilisticamente meglio, magari sarebbe diventato un talentuosissimo genietto incompreso. Invece scelse la fatica, e il risultato. Non la bellezza lo guida, nè la creatività: ma la vittoria. Per chi crede alla teoria degli emisferi, non poteva essere mancino, effettivamente. Peraltro è un ragazzo simpatico davvero, guardate questo video Nike in cui si parla del suo passaggio da destro a mancino.
Rafael Nadal - From Right to Left
Si deve sacrificare qualche colpo memorabile per diventare da genio a campione. Come Federer insegna.
Si deve tenere a freno i tentativi di colpi mirabili e memorabili a favore dei colpi normali, perchè nel tennis la quantità vince, ci insegna Nadal: a pari quantità, allora, la qualità può dire la sua (si parla tra giocatori di una stessa macrocategoria).

L'anno che ho capito come si vince, ho vinto. Ho ottenuto diversi risultati, ho vinto il mio primo torneo. Quando ho alzato la coppa, non ho sentito molto però. I giorni dopo, adesso se ci ripenso, sono SODDISFATTO. La soddisfazione però non mi accende il cuore, non mi fa sentire vivo, non mi emoziona: il godimento di una creazione, di un colpo di classe, di un tocco di magia, quello mi riempie! Ovviamente, la magia ha molti costi, e per un colpo fenomenale, se ne perdono 10. Hai voglia a vincere.
Da piccolo mi dissero, forse anche un po' per ridere: gioca per lo spettacolo. Un po' questa cosa mi è rimasta dentro: per questo pur con simpatia e stima fatico a tifare per lui.
Ha scelto la vittoria ad ogni costo, ha scelto la fatica, ha scelto la lotta: io sono per l'arte, per il gioco del tennis e la sua creazione, per disegnare il campo con traiettorie sempre più imprevedibili: amo il colpo di scena, il fronzolo, il dettaglio, lo spettacolo. Non quello fisico, se no guardo le olimpiadi. Se giocare come mi piace mi porta a perdere, pazienza: quando invece vorròe vincere, seguirò un'altra strada. Pur consapevole, ormai cresciuto, che tra l'una e l'altra scelta ci sono infinite gradazioni.
Per concludere: onore al tennis, che troppo spesso nella vita ho vituperato e che invece mi tiene incollato al video 3, 4, 5 ore regalandomi emozioni fortissime; onore a Nadal che ha vinto; una pacca sulla spalla a Federer.
Nella speranza che non entrando più come favorito contro Nadal possa giocare al meglio, come dopo l'interruzione della pioggia a Wimbledon, e a quel punto:
fate il vostro gioco, vinca il... migliore. (?)

[3di4] La finale degli Australian Open 2009

Federer vuole, può e deve vincere.
Tutti lo danno favorito, i bookmakers danno Federer vincitore a 1.30, Nadal a 2.25.
Tutto lo stadio tifa per lui. Infatti gioca contro la storia, contro per vincere il quattordicesimo Slam, e raggiungere il record di Pete. Nadal parte sfavorito: perchè è sul cemento, ma soprattutto perchè un giorno e mezzo prima aveva giocato più di 5 ore. Federer ha un giorno di riposo in più e una partita più comoda sulle spalle.
Nelle interviste appena prima dell’entrata in campo Federer appare rilassato, sicuro di sè.
Troppo sorridente per essere vero.
Nadal con una smorfia ammette di essere un po' affaticato.
Lui è vero: tanto lo sanno tutti che non mollerà comunque una palla.
Primi punti, serve Federer: accenna un attacco a rete poi, INDECISO INSICURO e IMPAURITO, torna indietro, sui suoi passi. Quando lo fa qualche ragazzino al tennis gli tiro una pallata tra i piedi.
Con un po' di scaramanzia, ma con triste realismo, siamo al terzo punto del match e scuoto la testa: è andata, mi dico, anche stavolta.
[La mia professoressa d'italiano una volta disse a mia madre che io partivo dal sette senza aprire libro: grazie alla parlantina, alla dialettica o chissà. Era un’iperbole, utile a spiegarle che se in pagella avevo sette, non significava che qualcosa avevo studiato o che avessi un merito.
Al liceo mi ci sarebbe voluto grandissimo impegno per essere bocciato.
Oppure, problemi psicologici. Quelli mischiano tutto.]
Federer é così in forma che nonostante tutto gioca bene: il rovescio, il colpo tra i suoi due meno efficace solitamente, va benissimo. Col dritto fa male. Il servizio non va come al solito, ma comunque nei suoi turni di servizio fa meno fatica del maiorchino. Peccato che quando si procura le palle break non le sfrutta. Perde occasioni, e a differenza di Wimbledon, non per meriti del suo avversario.
È proprio colpa sua e della sua nadalite.
Pensa di dover lottare contro la storia, contro le pressioni dei record, lo pensiamo tutti: quello di là pure. Secondo me pure Nadal tifa Federer, ne sono troppo sicuro. Lo svizzero però sembra che incredibilmente si sia dimenticato, di nuovo, di chi ha di fronte. Oppure invece lo sa troppo bene, e trema. Nadal vince il primo set, visto che Federer non lo vuole; Roger il secondo, però il terzo sembra non essere di suo gusto e perde un mare di occasioni che gli rimango in testa durante il tie break: Nadal ringrazia e va sopra due set a uno.
[Precisazione: non è che solo Federer fa e disfa, di là l’altro c’è, eccome! La partita, a tratti, è uno spettacolo! Però allo svizzero manca l’istinto del killer, la freddezza nei momenti fondamentali. Nulla toglie che i due stanno nel terzo e quarto set giocano un tennis spaziale, colpi vincenti vengono recuperati e ribattuti con altrettanta violenza. Insomma, OTHER PLANET MODE ON.
Il quarto set è di Federer e io sono lì, aspetto un quinto degno del 9-7 di Wimbledon (ricordo che negli slam al quinto set non è previsto tie break e si continua ad oltranza).
Sul punteggio di due game pari, Federer si fa brekkare facile, così senza lottare, perde il game dopo e via, lisci come l'olio, 6-2.
Partita finita.
Che desolazione, io sono sempre più nel divano. Nadal sembrava giocatore solo da terra rossa. Ah no, poi s'è visto, è anche da erba. Sul cemento ha vinto già l'olimpiade, ma agli Us Open ha faticato e Federer era tornato a vincere.
Con la partita di cinque ore sulle spalle e Federer in forma sembrava impossibile che ce la facesse, soprattutto per noi, tifosi speranzosi e ingenuotti, dimentichi di chi è ora il numero uno, e della ancora viva nadalite di Federer.

[2di4] Tra genio e bellezza, intanto vince la sostanza.

In tutto ciò, esistono però due variabili incontrollabili, tra loro vicine ma comunque distinte: la bellezza e il genio creativo.
Quanto alla bellezza in ambito sportivo, la si ritrova nel gesto atletico coordinato e spontaneo, sinuoso e senza strappi, fluido ma allo stesso tempo forte e vigoroso, non goffo, FACILE.
Il genio creativo si mostra invece in quei colpi, quelle invenzioni che vanno oltre la bellezza: infatti, pur avendo le caratteristiche sopra elencate, esso si materializza in quelle cose che, parafrasando un mio buon amico, "non solo non riusciresti a fare, ma nemmeno ti passerebbe mai per la mente di provare", riguardo alle quali rimani a bocca aperta a chiederti: "amico, ma questa, da dove l'hai tirata fuori?"
Dallo sport si può partire per analizzare la realtà tutta, in cui la sfida è sempre la stessa: idea contro fatto, qualità contro quantità, colpo di genio contro sostanza, potenziale contro risultato, talento contro fatica, lo scavino su rigore all'europeo di Totti contro i gol di Inzaghi capocannoniere di Champions....
Federer contro Nadal.
Partiamo da quello che ormai nel mondo del tennis è un postulato: Federer è il tennista perfetto.
[Piccola precisazione: la perfezione non va a passeggio con la genialità, ma i confini tra le due Virtù non sono ben definiti. Anche perchè la genialità si manifesta a corrente alternata, mentre la perfezione, la bellezza è decisamente continua.]
In questi anni avrei voluto esser qui a descrivere i fuochi d'artificio nati dal cozzare tra la bellezza di Federer e la genialità di un Safin, di un Gasquet: eppure la loro sregolatezza impedisce loro di competere ai massimi livelli. Federer da genio si è fatto bellezza: questo accade nel rarissimo caso in cui un talento puro ha anche la capacità di far fatica. È così che nasce la bellezza, è così che si fa quadrare il cerchio. Quello che ne esce, sono i campioni memorabili, sono le opere d’arte purissime. Nel farsi bellezza tuttavia, il genio deve accettare il compromesso della quantità e della ripetitività -che istintivamente lo ripugna- e allora è chiaro che nel passaggio non solo si guadagna, ma anche si perde: in follia, in furore, in magia.
Di questo avrei voluto parlare.
Peccato.
Perchè invece i fatti sono che il numero 1 del mondo è un ragazzo che non pare nato con la racchetta in mano. Nadal ha dei gesti tennistici che io non insegnerò neppure al mio peggior nemico. Ha un dritto PESANTE, un rovescio SOLIDO, una volée in giudicabile perchè vicino alla rete forse ci sta solo quando va a pescare in quel della nativa Maiorca, un servizio per nulla speciale. Però ha una testa e un fisico ECCEZIONALE, IMPRESSIONANTE, DISUMANO. Bellezza? Genio? Idee? No, sostanza.
Ora è il numero 1 delle classifiche e vince tantissimo e potrebbe vincere in quantità da record: ma io mi chiedo, non avrebbe avuto altrettanto successo in qualsiasi altro sport? Queste due qualità, importantissime per un tennista, non sono prettamente tennistiche, sono sportive, umane, ma riguardo al Gioco del tennis?
Al Roland Garros è il re, gioca bene il tennis su terra rossa, che favorisce la quantità, appunto: basti pensare che Pete Sampras, attuale detentore del record di Slam vinti, non solo non ha mai vinto a Parigi, ma ogni anno si faceva due buone settimane di vacanza durante lo Slam su terra rossa, uscendo sempre nei primi turni. Stiamo parlando di colui che detiene anche il record di settimane al numero 1 della classifica.
A Wimbledon Nadal ha invece stupito: ha inventato un suo gioco da erba, un nuovo rovescio, utilizzando un servizio tagliato. Sempre lontano dalla tradizione, ha portato qualcosa di nuovo, un tennis spagnolo, dai colpi arrotati, ma sull’erba: non corrisponde ai canoni classici, ma ha vinto la finale.
Sul cemento, almeno per quanto ho visto a Melbourne, gioca male, anzi, non gioca proprio. Partiamo dal presupposto che questa affermazione detta del vincitore del torneo è volutamente esagerata. Eppure in semifinale ha stabilito il record di lunghezza di sempre -5h 14m- del singolare maschile di Melbourne, ed ha passato la partita a parare i tiri di uno sfavillante Verdasco. Se un profano si avvicinasse al tennis dubbioso e guardasse Nadal, troverebbe confermata la sua idea superficiale di tennis come noiosa rincorsa della palla. Ovviamente, a differenza di un pallettaro di quarta categoria, la palla la rimanda di là forte e profonda, ecc: ma il gioco non lo fa, lo subisce; non attacca, si difende; non crea, distrugge. Per i calcio fili si pensi a Brasile-Italia stereotipata, insomma. La finale, più che vincerla, l’ha persa il suo avversario.
Ecco come.

[1di4] Della relatività ristrettissima

Tutto è relativo.
È una bella frase, e per spiegarla il buon Albert prendeva il tempo come esempio. Proprio l'esempio più semplice:
un'ora, quando ti diverti, vola,
ma la stessa ora, se ti stai annoiando, dura, terribilmente, dura.
Tutto è relativo anche nello spazio, tutto dipende dal sistema di riferimento. Così, a prima vista, se siamo sul treno il paesaggio si muove davanti ai nostri occhi, allo stesso modo diciamo che il sole sorga e tramonti mentre siamo noi che sorgiamo e tramontiamo.
Crescendo si cambia: e cambiando noi cambiano le nostre percezioni sulla realtà. Così, quello che appariva enorme da piccoli, rivisto da grandi appare decisamente ridimensionato: e a rivederlo si pensa "Toh!".
Non solo la percezione dello spazio ma anche quella del tempo cambia notevolmente: quanto erano lunghi i film della Disney, quanti accadimenti, quante emozioni! Quando da grandi li si riguarda, con le membra adagiate nelle terme della nostalgia, ci si accorge che durano poco più di un'ora. Eppure sembravano due almeno, al ricordo.
Conseguentemente le percezioni delle giornate, delle settimane e dei mesi sono di conseguenza differenti: così, un mese passa come passava una settimana, e un anno come una stagione.
Questa introduzione perchè?
Per motivare il fatto che è arrivato venerdì, e non ho ancora scritto della finale degli Australian Open di domenica.
NO, NO un momento non andate via!!!!
Troppo tardi?
Volevo solo confortarvi:
la mera cronaca non mi interessa, e questo non sarà uno di quei post informativi sulla punteggistica del tennis che scrivo io e legge...io.
Fidatevi.

Quella che si sta consumando nel tennis negli ultimi anni è una di quelle rivalità che lo rendono unico. Gli sport che mettono di fronte due individui non sono poi così tanti: a parte le varie lotte, che appunto tali sono, più che giochi o sport, ed oltre ai vari derivati tennistici (tennis-tavolo, squash, badminton) non me ne vengono in mente altri. Gli scacchi forse. Ecco. Il tennis è una sfida mentale tra due individui: è una lotta in cui ognuno cerca di mettersi in condizione di sferrare i colpi migliori, ma il tutto, in modo squisitamente umano, senza contatto fisico, mentalmente. La scherma è associabile, ecco un altro esempio.
Come in tutte le lotte e le sfide, gli aspetti che portano alla vittoria e alla sconfitta sono i più diversi: certo la capacità tecnica, ovviamente la capacità fisica, ma più di ogni altra cosa, la forza mentale. Questa vale ovviamente negli scacchi, ma anche quando si calcia un rigore: la capacità tecnica conta, ma se Baggio ne ha sbagliato uno decisivo, si capisce chiaramente quanto questa non basti.
Il sangue freddo, la lucidità, poi la grinta e soprattutto la voglia di vincere.
Che però dev'essere tantissima ma controllata: bisogna raggiungere il livello di tensione ideale che sia massima concentrazione ma non giunga a sfinire i nervi. [Evidentemente lo sport, che sia una sfida contro l'altro, contro il tempo o contro lo spazio, è l'invenzione umana per sfogare l'istinto senza versare del sangue.]

Qui finiscono le premesse, perdonate le ovvietà disseminate.

domenica 18 gennaio 2009

Il Filmone

Incute timore, merita rispetto.
Aggiungendo la desinenza accrescitiva più comune, effettivamente tutto cambia.
Tanti minuti,
numerosi personaggi,
spazi sconfinati
svariati svolgimenti della storia.
Negli anglofoni troviamo come corrispettivo il meno casereccio Kolossal, eppure il concetto rimane lo stesso, quello impressoci nella mente dalla zampona di Godzilla:
le dimensioni contano.
Allora, questi filmoni, possono essere paragonati solo tra loro: l'unico rischio è cadere nel classico rito del +.

[Aperta parentesi. Il rito del + prevede una sfida tra due individui o gruppi di individui o cose in cui il vincitore è o ha di più: questo rito, presente in natura, è una delle dimostrazioni più importanti della selezione naturale. Chi è più colorato, feroce, forte si accoppia e sopravvive. Invece nell'homo sapiens - che per inciso, sapiens se l'è detto da solo, quindi sai che valore!- la selezione naturale è stata superata, e di naturale rimane ben poco, ma sulla non naturalità dell'uomo ne parlerò a tempo debito. Dicevamo...ah sì! Non c'è più la selezione naturale, c'è ancora il rito del +, ma che ha perso la ragione della sua esistenza: e allora? Semplice vanagloria: si vuole essere più, anche quando la caratteristica non è una virtù; solo l'uomo sapiente poteva apportare una simile degenerazione. Quanti amiconi mangiavano le cose più schifose per risultare + disgustosi? Oppure le più disgraziate volgarità per essere i + sboccati, i + irrispettosi? Ma anche, che bello fare una cosa insolita per risultare i + scemi... Il tutto è ridicolo, naturalmente: l'unica salvezza sta nel prenderlo come tale, cioè per ridere, e non come unica possibilità di avere posto nel mondo -anche se in quel caso sopraggiugerebbe la compassione per lo sventurato in questione e non me la sentirei di sparare sulla croce rossa. Dopo questa frase, chiusa parentesi.]

Appunto: se prendiamo i filmoni e cadiamo nel metterli a confronto sulle cifre, come se quelle fossero il vanto, il valore aggiunto, evidentemente sbagliamo, confondendo quantità e qualità. Dall'altra parte, disinteressarsi completamente della quantità, far finta che un gigante non lo sia, sarebbe un altro punto di vista miope. Come nella boxe e nella varie arti marziali, i film sono divisi in categorie di dimensione, (oltre che naturalmente in genere): a quel punto si valuta. Mettiamo a paragone Il signore degli anelli( che peraltro io non amo particolarmente) e Juno: qual è più bello? Quale il migliore?Certi paragoni non vanno fatti e basta, non portano a niente di buono. Se si è costretti, come nelle cerimonie dei premi cinematografici, ogni festival seguirà le sue priorità: la novità dell'argomento, della forma, oppure l'impatto del film sulla società, per non parlare degli interessi economici o nazionalistici. Ma noi, che si parla di film e di arte per goderne e capirne, possiamo rimanere nella giusta e comoda prospettiva dell'analisi singola.

Cerchiamo di raggiungere la conclusione cominciando dalla premessa per la quale sento il bisogno di chiarire questi aspetti: se da un lato è sbagliato considerare migliore un filmone rispetto ad un film, è altrettanto sbagliato considerarlo peggiore pensando che l'attenzione per la quantità comprometta inevitabilmente la sostanza qualitativa. Un errore simile che si rischia di fare con i blockbuster: da una parte i profani con il loro -almeno incolpevole e inevitabile- "vende tanto= sarà bello" (anche in un saggio universitario veniva sottolineato, a proposito dei libri, come le classifiche siano gli strumenti più semplici e immediati e alle volte gli unici che l'acquirente incontri sulla sua strada); dall'altra parte ci sono i ben informati, gli snobisti intellettuali, per i quali la classifica va usata al rovescio: "vende poco=sarà qualitativamente migliore". Entrambe le posizioni sono mentalmente limitate: una in modo innocente una in maniera più colpevole. In medio stat virtus, dunque: ma anche questa locuzione è da prendere con le pinze, perchè dipendente dagli estremi che si prendono in considerazione.

Australia è un filmone, è un viaggio, di emozioni, culture e spazi spazi spazi. È un'avventura da vivere magari in un sabato sera d'inverno, per fuggire la vita piccola normale e tranquilla -serena anche, e non ho certo detto brutta- che si sta vivendo. La magia del cinema non finirà, almeno fino alla creazione del teletrasporto, ma anche dopo, perchè già oggi i voli costano poco e girare è molto più alla portata di tutti, ma in Australia oppure nel tempo, avanti e indietro, non si può mica andare con una decina di euro pepsi compresa...
Il filmone difficilmente sarà una prelibatezza, perchè non è un piatto: ma un pasto intero. Chiedergli di farci raggiungere le vette della sublimazione del gusto, è improprio: quindi se non abbiamo proprio fame, ma "solo voglia di qualcosa di buono", meglio dirigerci altrove. Altrimenti, il filmone è un'esperienza, se vissuto come merita. Non è una perla nè una chicca, ma se ci sediamo comodi, il pasto non sarà sempre indimenticabile, ma molto spesso risulterà soddisfacente. E con la pancia piena, potremo uscire, satolli ma non nauseati, dalla sala.

mercoledì 31 dicembre 2008

Godetevi la festa!

L'ultimo giorno dell'anno, come il primo, non è un giorno come un altro. I giorni come gli altri passano senza che nessuno se ne accorga. E nessuno sente mai il bisogno di dire che il 27 Luglio sia un giorno come un altro, perchè -escludendo compleanni- effettivamente lo è. Proprio i giorni che molti si affrettano con affettato cinismo a dichiarare qualsiasi, non lo sono, e il tentativo di definirli normali conferma il loro stato di giorni speciali. Che poi noi possiamo viverli come vogliamo, d'accordo: possiamo anche stare a casa la notte di capodanno a vedere uno speciale sull'evoluzione della musica elettronica del Novecento, o cenare e andare a dormire, semplicemente, come SE fosse un giorno qualsiasi, cosa che comunque non è e non sarà mai.
Quando si compiono 20 anni non è come quando se ne compie 19, e 30 fa un altro effetto che 29: eppure è sempre un anno in più, è solo una questione formale, verissimo. Ma se viviamo nel sistema decimale non possiamo rifiutarlo e seppur razionalmente un ventinovenne e un trentenne siano praticamente coetanei, effettivamente non lo sono ma soprattutto appaiono lontanissimi. Se anche razionalmente sveliamo l'illusione -tra 28 e 29 c'è la stessa distanza che c'è tra 29 e 30- non è lo stesso, altrimenti non ci verrebbe neppure il dubbio. La legge del decimale è così vera che coloro che in questo momento muovono il mondo, cioè i soldi, la conoscono e la applicano con precisione chirurgica: e le cose continuano a costare € 99, € 199, € 599,90. E non che ci considerino, noi acquirenti, stupidi ingenui e totalmente manovrabili: anche quando consapevoli e addestrati al linguaggio pubblicitario e ai mezzucci dei venditori, L'IMPRESSIONE CONTA.
Dicevo,
non si può dimenticare il sistema decimale.
E neppure si può fingere di non girare intorno al sole: cambiamo il calendario? Ma certo, quello è arbitrario: ma capodanno anche se lo spostassimo di un centinaio di giorni, così, per il gusto dell'anticonformismo, rimarrebbe sempre la testa di un anno, e il giorno prima rimarrebbe la fine di quello precedente.
Non si può dimenticare il sistema solare.
E neppure il sistema sociale.
Quando io tentai di rifiutare in toto la mia cristianità, mi scontrai con la struttura della società pregna di cultura cristiana: la mia settimana di 7 giorni con l'ultimo di festa (w la domenica = w il giorno del Signore); anche se i nomi dei giorni sono evidentemente rimasti da una cultura pagana. Le feste poi, quelle per cui si sta a casa da scuola, quelle in cui si festeggia davvero, sono inevitabilmente cristiane. Questo processo non porta evidentemente all'impossibilità di rifiutare una fede, ma alla consapevolezza che è impossibile per un italiano abbandonare la sua cultura cristiana, fondamenta della struttura della sua esistenza. Che poi le feste abbiano pian piano perso il loro autentico significato religioso, e che a Natale pensiamo all'albero e a Pasqua alle uova, questo è un altro discorso, che per quanto interessante se trattato con intelligenza, non è il punto di oggi.
Invece di continuare a cercare di rendere normali i giorni speciali, non sarebbe più importante impegnarsi affinchè i giorni normali diventino, a loro modo, speciali?
Non dimentichiamoci quando siamo, dove siamo e chi siamo. Sul perchè, possiamo continuare a pensarci su...

GODETEVI LA FESTA,
i miei più sinceri auguri
per un buon 2009
(che per concludere in tema, non fa l'effetto che ci farà l'anno prossimo sbarcare nel 2010...)

Un abbraccio.

giovedì 11 dicembre 2008

Sono fan di Facebook

Io nella vita non sono mai stato fan. Ho faticato anzi spesso a comprendere come si possa divenire fan di qualcuno, come si possa avere un idolo, venerare qualcuno. Ho sempre pensato che questo sia possibile solo in conseguenza di un insoddisfazione di sè, che si sfoga nell'idolatrare colui e colei che hanno la forza, la bellezza, il successo o qualsivoglia caratteristica che noi tanto bramiamo e non possediamo.
Qualcuno potrebbe dire che sono fan di me stesso.
Ma neppure quello è vero: non mi amo incondizionatamente, anzi alle volte mi sopporto. Ho fatto pace con me stesso.
Generalizzando trovo molto più utile e equilibrato avere dei modelli, persone degne di stima.
Eppure fan di qualcuno...
basti pensare all'etimologia del temine: fanatico.
Anche se, bisogna ammettere, nel passaggio molto cambia: fanatico è una parola molto più seria, dispregiativa in senso forte, in cui aleggiano arie di setta, follia, e soprattutto eccesso, estremismo. Fan invece è americanamente più leggero, colorato, un po'sciocco, e le urla delle ragazzine si sommano a incontri di persone con uno stesso amore.
Divenire fan di qualcosa o qualcuno in Facebook è ancora meno impegnativo e forte. Assomiglia più ad un gusto: mi piace il cioccolato, mi piace Faber, mi piace Opera Browser. Non sto prendendo alcun impegno però nel trovarmi con altre persone a parlare di quanto è buono il cioccolato. Non che ci sarebbe nulla di male, potrebbe anche essere interessante. Eppure un clic è lontano da un modulo compilato: siamo d'accordo.
Tra le svariate cose di cui in una notte insonne sono divenuto fan c'è anche lo stesso Facebook.
Finito il preambolo, ecco il succo della questione.

Se il fanatismo è qualcosa che non mi appartiene e che temo, il catastrofismo altrettanto. Negli ultimi tempi Facebook ha preso molto piede anche in Italia ma generalmente in tutto il mondo.
Mondo che per molti è dunque sull'orlo della fine, per questo.
Perchè non usciremo più di casa, perchè ci facciamo le serate a mandarci birrette telematiche o a ignorare le troppe richieste di cui siamo sommersi...
CHE STRAZIO.
Ogni volta che c'è del nuovo temiamo che il vecchio si perda: mi sa che abbiamo nel DNA la rivoluzione industriale come perdita del locus amoenus: che poi sia un'illusione perche nelle campagne congelavano e morivano di fame e peste tra i ratti ce lo dimentichiamo, ricordiamo solo alla Celentano i verdi prati dove poi hanno costruito le grigie mura dei palazzi.
Ma di questo ne parlerò una prossima volta.
Sta di fatto che si oscilla sempre tra la divinizzazione e le demonizzazione del nuovo.
IN MEDIO STAT VIRTUS!
Dovevano sparire i libri per gli e-book. Con Messenger ormai non si usciva più di casa. Tutti obesi senza nessuno sport. Poi squadre di calcio piene, corsi di tennis pieni, palestre piene, piste di sci piene.
Allora forse è il caso di rallentare con le sentenzine da quattro soldi che invadono il web, dove tutti sono sociologi e psicologi di massa.
Poi c'è il lamento su facebook.
Perchè "mi mandano troppi inviti" che "richieste assurde" e "che gruppi inutili".
Ed "è tutta una gara ad avere più amici"
e "la mia privacy è invasa".

EHI, CICCIO.

Scegli con più cura i tuoi amici.
Rimuovi qualcuno se ti turba con troppi inviti.
Sistema per bene la pagina di privacy su facebook.

"Eh ma anche così poi loro tengono in backup le mie foto e anche rimuovendomi dal sito potrei rimarranno tracce del mio passaggio"

Guarda che sei tu che hai messo IN RETE informazioni e foto e stato ecc: non vorrai farmi credere tu sia così ingenuo da credere che in Internet e nell'informatica certe cose non sono ben sotto controllo?

"Un'altra cosa però. Dietro Facebook ci sono grandi magnati che lo usano per carpire i miei gusti e mandare pubblicità. Inoltre sono dei cattivoni con filosofie neopositiviste che vogliono distruggere tutto ciò che c'è ora, la natura l'amore gli affetti per trasformare l'umanità. (vedi qui,articolo di giornale interessantissimo e ben fatto, come in Italia abbiamo Report e Travaglio, ma che a mio modestissimo parere pecca appunto di catastrofismo e anche di sfiducia nelle persone, che anche quando ignoranti o sprovvedute sono ben consapevoli che "nessuno ti regala niente").

Una cosa per volta: se diventi fan di coca cola, poi sulla tua home a fianco arriva la pagina di coca cola, oppure ti arrivano altre possibili cose di cui è probabile ti potrebbe interessare diventare fan. Da qui all'obbligo di comprare la vedo lunga. Inoltre, anche se influenzassero inconsciamente i miei gusti, non sono forse bombardato dalla nascita da pubblicità ovunque? Tipo dalla televisione che mi teneva sulla poltrona mettendole nei momenti più belli di un film? Non era forse peggio? Inoltre, io da Facebook ho un servizio COMODO e GRATUITO di posta e di chat, di mostrare delle foto ad altri, di creare un evento senza spendere i soldi degli sms!
Sono SERVIZI!
Se poi uno perde troppo tempo su Facebook,
se diviene schiavo di quella vita telematica perchè incapace di mantenere dei rapporti nella vita reale,
è colpa di FACEBOOK?
O forse è nato in una famiglia disagiata, non ha avito un istruzione importante, non ha raggiunto una maturità intellettuale e psichica: problemi ben più gravi, ma Facebook è una componente marginale, un elemento qualsiasi che può migliorare o peggiorare la sua condizione, già però non buona.

Concludendo.
Finchè ridiamo sbertucciando i vizi dell'italiano medio, e le nostre debolezze, ottimo. Facciamoce 'sta risata. 
Quando la satire diviene critica seria e polemica, mi pare esagerato.
Non sono gli strumenti a essere buoni o cattivi:
è chi li adopera che può farne buono o cattivo uso.

domenica 9 novembre 2008

CASTORONI PIAGNUCOLOSI: sulla disillusione

Giocando a tennis, mi è capitato di vincere delle coppe: non così tante nè importanti quanto avrei voluto e forse potuto, ma qualcheduna sì. Un giorno, giocherellando con una di queste tra le mani, mi sono imbattuto nella vite e nel bullone sotto la base che tengono saldo il tutto. A quel punto, inevitabilmente, l'ho smollato e l'ho smontata.
Quanta desolazione a vedere i pezzi sulla scrivania!
Cioè, non è che proprio mi struggessi.
Però avevo distrutto la sacralità dell'oggetto, che si era mostrato in tutta la sua cosezza, il suo essere cosa.
In quel momento ho compreso che quando capisco com'è fatta una cosa, quella mi diventa più brutta, e insignificante; non è una legge universale, è una legge per me. Quando gli astronauti sono andati sulla luna, a confermare quant'essa sia un sasso rotondo bucherellato e nemmeno luminoso, essa ha perso definitivamente la sua aura di occhiodiddio. Spiegando la natura, come è fatta, come è costruita, ogni cosa diviene una somma di ingranaggi ben oliati, anzi perfettamente oliati, atti al miglior funzionamento possibile.
L'anima non è certamente nel cuore, eventualmente nel cervello;
le emozioni sono una risposta ad uno stimolo;
i sogni: manifestazioni, sfoghi oppure soddisfazione di bisogni inconsci.
(Perdonatemi o correggetemi riguardo a queste banalizzate pillole di scienza o psicologia: sono solo esempi esplicativi del concetto).
L'amore poi non è certo un ritrovamento dell'altra metà della mela: andava bene nei paesucoli, ma ormai siamo cittadini del mondo, se da ogni parte del globo è raggiungibile un'altra in un giorno (almeno teoricamente). Finchè la metà mela era una su cento, con un po' di fede, ci si poteva anche credere: quando è una su sei miliardi (non su tre, perchè anche l'omosessualità non è altro che un ulteriore possibilità) inizia a essere difficile. Così, anche l'ultima dolce magia infantile svanisce in un razionale adattamento ad un'altra persona che è un pezzo di puzzle che va bene con me, o almeno con un mio lato (e noi di lati mica ne abbiamo solo tre o quattro): già lì uno è soddisfatto.
Con queste sensazioni, dopo il liceo scientifico ho scansato ogni ipotesi di studiare il sapere scientifico, che mi appariva inevitabilmente parziale, e mi sono lanciato nell'ambito umanistico. Quello tecnico non l'ho neppure preso in considerazione, perchè l'obiettivo era la realizzazione piena della mia natura umana, e l'uomo si distingue dall'animale quantitativamente nella tecnica, molto più complessa, e qualitativamente nella scienza e nell'arte. Gli ingegneri mi sono sempre parsi dei castori cogli occhiali alle prese con dighe sempre più funzionali.
Quindi sono andato nell'ambito umanistico e artistico ma che cosa ho trovato? Molte discipline sono trattate scientificamente: la stessa filosofia sempre più specializzata e settoriale non è altro che una scienza del pensiero, scienza del linguaggio, scienza dell'arte, scienza della scienza; la letteratura una summa di opinioni autorevoli riguardanti la letteratura stessa o l'oggetto artistico: il quale, ben lungi dall'essere libera espressione istintiva e un po' folle di un proprio io nascosto, magico e un po' divino, è il più delle volte costruzione scientifica della cosa artistica, in cui i colori e le forme sono gli ingranaggi che la fanno funzionare.
Ecco l'ultima disillusione: la magia dell'arte, null'altro che montare i lego e guardare cosa ne viene fuori; almeno da bambini avevamo il buon senso di distruggerlo poi.
Quella scintilla d'eternità (Benigni ricordava...) insita nell'uomo, che lo rende anello tra animale e Dio, anche quella, s'è spenta: non possiamo più crederci.
Scusate ingegneri, mi sbagliavo, non siete dei castori SOLO VOI: lo siamo tutti, voi che costruite nidi dove abitare, quelli di scienza che montano medicine per curarsi, e infine gli umanisti, a metter insieme pezzi per stimolare le emozioni.
Solo che mentre i costruttori tecnici hanno l'orgoglio dell'utilità, e quelli scientifici lo slancio della curiosità e della scoperta, gli artisti, pittori scultori scrittori
subiscono il bisogno del lamento e sentono il diritto da dar voce alle miserie umane:
non siamo altro che
CASTORONI INERMI E PIAGNUCOLOSI, e guardiamo gli altri dall'alto
alimentando le acque del torrente con le nostre lacrime, così almeno serviranno le dighe.

EPPURE!

Capire la coppa ne toglie la sacralità ma non il valore di un obiettivo conquistato,
l'amore universale è ciò a cui tendere e una compagna per la vita è una simbiosi bellissima;
qualcosa in alcune opere artistiche rimane difficilmente catalogabile nell'umano, e la musica, quella pare proprio toccare le corde dell'infinito...
Poi c'è il sorriso: e quello me lo possono spiegare in mille modi, sia che muscoli si utilizzano e che stimoli sono ricevuti dal cervello per produrlo, eppure si sente qualcosa in più...
Le nostre spiegazioni sono sempre così incomplete, che alle volte L'urlo di Munch mostra l'angoscia molto più che un trattato esplicativo.
Rimontata la coppa, l'ho rimessa lì: non sarà mai più un'inarrivabile miraggio luccicante, ma rimane un semplice ricordo che si può anche vincere, che una meta è raggiungibile;
è qualcosa,
meglio di niente.

domenica 26 ottobre 2008

Scrivere e no.

Ho iniziato a scrivere qui quando proprio non ce la facevo più a resistere.
Perchè quando su ogni cosa rifletti,
quando per ogni domanda rispondi con la serietà e l'impegno di uno scienziato,
con la lunghezza e le delicate conclusioni di un saggio,
- perchè ormai hai capito quanto è facile contraddirsi,
e per la testa ronza anche quel dubbio di incomunicabilità cronica tra vari esseri umani, tra anime distinte-
quando il telefono si fa rovente dopo le tre chiamate consecutive
per esprimere la tua nuova idea
il tuo originale punto di vista
la tua ultima scoperta
e pesi sul prossimo che magari in quel momento non ha
la testa la voglia l'umore
di ascoltarti -ma perchè ti è amico o qualcosa di più, ti ascolta comunque-
quando poi hai ripetuto il concetto più volte così da averlo appreso, assimilato
e di colpo perde il tuo interesse
eppure
pensi che avrebbe potuto dare di più
e che meritava di rimanere:
allora,
SCRIVI.

Ho dunque scoperto che tutto quello che perde lo scritto:
le tue espressioni
il tuo gesticolare
ma soprattutto i tuoi occhi
e la passione che sprizza furiosa;
tutto quello per cui non lo usavo,
lo scritto ti sorprende.
Con il suo ordine e i suoi "a capo",
con le parole
proprio quelle
che tu vuoi e puoi usare per esprimere al meglio il concetto,
che riscopri diverso,
e sorprendentemente
agli occhi degli altri
anche più bello:
o almeno questo ti passa.
E scopri che scrivi perchè solo quello ti dà la sensazione di completarti e di realizzarti e di attuarti
-quello e l'abbraccio caldo dell'amata-
e scrivi perchè ti piace,
che poi piaccia agli altri,
è bene fa piacere
ma non basterebbe.

Il blog diventa la memoria e la lavagna
un luogo per ricordare e prevedere
dove la mente vive
si rapporta
con te stesso tra passato e futuro,
innanzitutto.

Poi sul più bello smetti di scrivere
perchè non scrivere è così facile:
se la stima di te stesso è equilibrata
tra autostima e autodisprezzo
non hai bisogno di dimostrare alcunchè;
e allora è facile,
perchè non scrivere
è come non fare
non parlare
non costruire
non distruggere
non vivere:
basta lasciarsi vivere
senza affanni
nè scopi
nè obiettivi,
tranquilli.

Solo il rispetto
mi riporta qui,
miei più o meno casuali lettori
cresciuti con me:
venti giorni
così
mi paiono un abbandono
e allora eccomi
col mio perchè teorico
e poi
col mio perchè contingente:

tanto tennis e una tesi
colla sua noiosa scrittura compilativa
hanno aiutato.
Se poi la tesi del libro su cui stai lavorando
è che in fondo
c'è ben poco da dire
e tu sei malleabile come la plastilina
e condizionabile come l'aria in ambiente chiuso
il gioco è fatto.
O quasi,
serve anche l'eco di Wilde:

Everyone who is incapable of learning has taken to teaching.
Tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi ad insegnare.


Poi ti ricordi che tu non insegni, anzi,
rifletti per imparare e se

Fatti non fummo a viver come bruti,
ma per seguire virtude e conoscenza.

Dante, Inferno, XXVI.

..allora ben ritrovati!

Mi dimentico spesso come rendermi felice,
e scrivere è sicuramente un modo,
anche quando serve a giustificare la mia innata
PIGRIZIA.

lunedì 6 ottobre 2008

Un bello spettacolo tributato ad una persona importante

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Un tributo ad una persona che per una dozzina d'anni è stata molto importante per la crescita di una generazione: un prete. Giunse giovane, tra i dubbi dei monoliti della fede, a mostrare come l'età della pietra fosse finita. Ragazzo tra i ragazzi e uomo tra gli uomini, senza un comportamento autorevole, divenne per noi una guida ed ebbe il nostro rispetto: e non c'è autorità più autentica di quella conferita dal basso, da noi, e non ho dubbi continuerà per la sua strada allo stesso modo nella parrocchia di Pagnano in quel di Merate che lo aspetta. Gli augurerei "buona fortuna", o "in bocca al lupo", ma non lo faccio, mica perchè non sia un tipo alla mano, tutt'altro, ma perchè sarebbe inutile, non crede alla fortuna, ma alla Provvidenza. Quanti hanno ricevuto il dono di "una vita piena di gioia piena", chè grazie a lui hanno trovato la vera fede, erano ieri sul palco a ringraziarlo, ogni gruppo con il suo stile, a suo modo, e ogni individuo nella massima espressione di sè che può nascere solo in un ambiente LIBERO. Tanti altri però, che pure alla fede non sono giunti, e tra questi il sottoscritto, hanno tratto giovamento dai suoi insegnamenti, e ancor più dalla sua disponibilità, dal suo ascolto, dai suoi abbracci e dai suoi sorrisi. Infine la fede è un fatto personale, alcuni dicono sia un dono, ma non credo sia questa l'ottica più genuinamente cristiana, che prevede l'impegno e e la fatica per raggiungere un obiettivo, e la fiducia di poterlo raggiungere: la fiducia altresì chiamata fede.
Lo spettacolo di ieri è il frutto maturo del suo lavoro, che spero abbia già messo radici per non finire con il suo addio. Se i preti, pian piano, assomigliassero sempre più a lui, il cristianesimo avrebbe nuova forza; ma soprattutto, l'ANTICRISTIANESIMO imperante avrebbe sempre meno armi e sempre meno voglia di combattere, perchè si accorgerebbero tutti che non c'è motivo di combattere una cosa buona. Io abbandonai un ambiente a me caro per coerenza con le mie idee: pensai di non avere altra scelta, moralmente inflessibile con me stesso come sempre sono stato; in verità, a distanza di anni, mi ritrovo pragmaticamente a constatare che con questa scelta ho perso molto, e guadagnato pochissimo; quantomeno son fiero di non essere mai caduto nell'odio tanto facile nei momenti di un rifiuto o di un tradimento, perchè questa è la posizione di quanti amano odiare preti, oratori e affini.
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Canti, video, foto, gag, balletti: un varietà nel vero senso della parola.
Amatoriale, coi suoi video scomparsi e qualche filo da rimuovere, l'ho amato innanzitutto per la gratuità di un gruppo di persone che si mettono insieme per fare qualcosa di bello, senza secondi fini, senza utili. Che poi a dirlo così sembra come quando presenti una ragazza ad un amico dicendogli che non è bella, ma davvero simpatica, e poi lei risulta bruttissima. Non è così. Chi cantava sapeva cantare, chi ballava sapeva ballare (o se maschio era molto divertente), chi presentava sapeva presentare e alcuni video-gag preparati erano ben ponderati, con momenti di genio. Forse un po' troppe canzoni, ma questo parere è sicuramente condizionato dalla brillante performance del presentatore senza copione che improvvisando stimolava risate senza far fatica, completamente a suo agio sul palco come ci fosse da sempre, mentre non ci sta mai; per esempio quando il prete è stato chiamato a suonare "Serafino", canzone dialettale che è divenuta leit motiv dei suoi anni qui da noi...

"Per fare Serafino serve la chitarra,
per suonare la chitarra serve il plettro,
per fare il plettro serve il fiore".

Oppure alla fine, tra i ringraziamenti -in cui è stato dimenticato solo colui che ha ripreso lo spettacolo e che quindi per ripicca non lo farà avere a nessuno- ha pensato proprio a tutti:

"Ringraziamo Nelson Mandela e Bono degli U2 per il messaggio di saluto al don".

Poi d'accordo, io sono anche di parte, essendo lui tra i miei amici più cari, ma spero vi fidiate della mia integrità critica: un FENOMENO, che certo queste due citazioni senza il suo camminare e la sua espressività non rendono a pieno. Tanto che alla fine del spettacolo c'erano due colonne di persone: una per salutare il don e l'altra per complimentarsi con la star, a cui tutti hanno consigliato di "fare qualcosa", di non sprecare il suo talento: a questo proposito permettetemi una personale considerazione. Se fosse stato a casa a vedere il milan, avrebbe sprecato il suo talento: stando lì, l'ha fatto fruttare. Perchè invece tutti quanti a chiedergli di farlo fruttare veramente, dove veramente è sinonimo di economicamente?
Perchè di colpo tutti a parlargli come se stesse buttando la sua vita, lui che è dottore in biotecnologia e studente magistrale perfettamente in corso, chè invece avrebbe potuto fare il vee-jay?
...
Il vee-jay.
...
Che nessuno si offenda, io mi diverto a rilevare l'istintività delle persone, che prese dal momento perdono la visione d'inseime, e chissà quante volte è capitato a me ma...
il vee-jay.
"forza ragazzi eccoci qua con la Santarelli e leggere i vostri cartelli e a presentare i Finley!"
cioè, parliamone.
Sì, parliamone un momento, in generale.
Dal particolare al generale, come sono solito pensare io.
Va così, più o meno.
Ti fai un culo quadro per studiare, con gli amici che ti dicono che non esci mai, con la ragazza che ti dice che non ci sei mai, con i genitori che faticano a dirti bravo perchè stai semplicemente facendo il tuo dovere: una stretta di mano il giorno della laurea, un mazzo di fiori e qualche "Congratulazioni!" di rito.
Poi vai sul palco per uno spettacolo amatoriale, senza aver preparato nulla, scherzi e ridi così ad istinto, e ti viene bene perchè è una cosa, parlare in pubblico, che ti è sempre venuta bene. Ti diverti, esci e le persone s'arrampicano per arrivare a te a dirti che sei un fenomeno.
Fin qui, la vita è strana, bene così.
Poi non si accontentano, e ci tengono a dirti che avresti potuto fare dello spettacolo.
Grazie gentilissimi...
Solo che poi si accorgono che non hai capito: avresti DOVUTO fare dello spettacolo!
Un momento storico strano:
dalla televisione in poi, ma anche prima col cinema, questa follia collettiva sulla star come più importante obiettivo raggiungibile è insita più di quanto crediamo, quindi piano a sfottere i ragazzini che vogliono fare i calciatori, che vedono dei GIOCATORI, gente che gioca, come massima aspirazione possibile; ci sono convinzioni da sradicare ben più profonde: che poi quando qualcuno sogna invece di prendere il nobel, non è mica capito.
Potrebbe fare il vee-jay...
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo,
e vi ringrazio per averlo allestito, per aver dato voce ai più disparati modi della gratitudine: e personalmente il timbro dello spettacolo mi era congeniale, tanto che l'espressione "dar voce" può splendere con tutto il suo significato, come se sul palco ci fossi anch'io, a guardare il festeggiato con occhi onesti per dirgli, grazie
grazie,
per tutto quello che mi hai dato.


P.S. Mi sono sentito in dovere di una precisazione post post,
cioè dopo il post,
che trovate nei commenti al post.
Ades sem a post.

lunedì 22 settembre 2008

Leggere poco

Con la lettura ho sempre avuto un rapporto contrastato: seppur ne tragga grand soddisfazione, non riesco a lasciarmi assorbire da essa; così ho letto finora, oltre ai romanzi "obbligati" dalla scuola o dall'università, non più di una dozzina massima di altri. Eppure, ogni volta che mi tocca leggere di nuovo mi sorprendo di quanto mi piaccia e mi riprometto di regalarmi volontariamente momenti così piacevoli.
Alle origini di questa mia condizione, che dico mia ma ritengo essere di molti altri -altrimenti non ne scriverei- trovo esserci innanzitutto il piacere -quasi un bisogno- per il rapporto sociale. Infatti è innegabile che la lettura sia solitaria e se c'è una condizione che non amo, è la solitudine; d'altro canto è altrettanto innegabile che la lettura, a differenza del pensiero, è tutt'altro che solitaria, essendo un dialogo tra autore e lettore in cui s'innestano parlanti d'ogni specie, dalle più disparate voci: un mondo intero, ma finito, che ci si presenta con le sue storie e le sue vite. Come possiamo definirla dunque? Fuori dal flusso vitale, e "al posto di leggere preferisco vivere", è il motto semplicistico di qualcuno; Ermanno Olmi nel suo "Centochiodi" conclude con più classe:
“Tutti i libri di questo mondo non valgono un caffé con un amico”. Su questo credo io ho fondato il mio vivere, eppure mi sento ad un punto di svolta. È così vero che l'esperienza reale, una conversazione, un dialogo con una persona viva sia necessariamente più vivo? Oppure il dialogo è più stimolante quanto più profondo è il pensiero del dialogante, che sia orale o scritto? Di solito tendo a proporre domande, questa volta mi sento di rispondere: la seconda che ho detto, ma rimango sospeso.
Mi viene un mente un esempio:
sei in metropolitana e vedi una persona che conosci. Sei seduto e stai leggendo un libro. Tu sai che quel quarto d'ora di libro ti darà molto di più delle quattro chiacchiere banali con quella persona che a tuo modo di vedere ha ben poco da darti, non la trovi stimolante nè brillante nè particolarmente divertente. Cosa fai:
1) continui a leggere, tanto non si è accorta che la stai guardando;
2) ti alzi e vai a parlare con lei, perchè quando parli con una persona senti la vita scorrerti dentro le vene, guardando nei suoi occhi, rapportandoti con lei ti senti parte del mondo e non più solo.
Da sempre porto questo esempio con la mia scelta, la seconda; adesso non è ancora diventata la prima, ma il dubbio c'è.
Nella vita, d'altra parte, c'è spazio per entrambi i momenti: e allora quale può essere un'altra motivazione che non mi (ci?) avvicina al libro?
L'assenza del momento della lettura, magari perchè c'è sempre l'invasiva televisione a prendere il sopravvento: il libro è discreto, aspetta in silenzio che qualcuno si interessi a lui, lo prenda dallo scaffale e lo apra, e quindi che inizi a leggere; solo allora si aprirà al lettore colle più diverse storie, solo allora. Non accadrà mai che passando qualcuno chiami: ehi, tu, leggi questa storia d'azione magistralmente raccontata, con una bellissima donna e un nomo virile che..." no. Mentre la televisione, quella sì, parte con il suo programma che tu sia pronto o no, ma grazie alla forza delle immagini, invece che offendersi, il fruitore ne viene accalappiato, sia il più ingenuo che, sebbene più raramente, quello meglio addestrato ai meccanismi estetici. Infine, è giunto il pc, con la sua lettura verticale rapida, poco impegnativa e soprattutto GRATUITA, che arriva a casa senza fatica ne patemi.
Tutto questo per dire cosa? Niente, se non per giustificare la pochezza dell'elenco dei romanzi "letterari" che ho letto, ancor più colpevole in quanto laureando in Lettere...
Giuro che migliorerò, perchè sebbene la mia lettura preferita rimanga quella della realtà, leggere altri lettori della realtà continuerà a essere un'esperienza importantissima.

mercoledì 17 settembre 2008

Gli esami qualche volta finiscono

...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...

C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.

[Novecento, Alessandro Baricco]

Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...

Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..

Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)

Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.

Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello

"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso

Ormai si conosceva bene

"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,

ma erano tutti contenti

e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.

sabato 2 agosto 2008

My way REDACTED

Pian piano si cresce, si matura, ci si conosce, ci si trova, il cerchio si stringe sempre più adeso alla nostra essenza.
È la nostra vita, siamo noi, e il dovere più grande è la ricerca di chi siamo, come siamo e il tentativo di rendere sempre più vicini
ciò che siamo e
ciò che vorremmo essere.
Così anche il proprio blog, soprattutto se visto come proiezione digitale d'io mentale...

Dopo quasi sei mesi dall'apertura di questo blog, assesto la direzione intrapresa: scrivere, almeno per ora, non è il mio lavoro, ma un piacere, e questo blog una palestra cogli specchi sulle pareti. Le mie riflessioni, ex nihilo o da qualche evento ispirate, sono la base e l'essenza del tutto: e di queste continuerò a cibarvi. sonosoloram è nato appunto con lo scopo di salvare dalla nebulosa fabbrica di un cervello in continuo e incessante movimento, le idee più interessanti, le coincidenze più assurde, le sinapsi più brillanti, perchè da troppo tempo andavano perdute nell'oralità che vola. Questo il fine, all'inizio, questo rimane. Di contorno, qualche immagine, qualche foto, i miei film, sempre nel continuo tentativo di sovrapporre per bene me al mio blog, come quando si prestava attenzione millimetrica nell'attaccare la figurina sull'apposito spazio dell'album. (Che tra l'altro nel 90% dei casi era mal stampato oppure era la figurina ad essere mal tagliata: e in effetti nessuno è perfettamente definibile...).
C'è però un aspetto in cui dubito del dispendio d'energie profuso: fare informazione d'attualità. Non che sia sbagliato o poco utile: semplicemente siamo pieni di informazioni, quotidiani telegiornali beppegrillo che fanno informazione di professione e blog di protesta che ci chiamano alle armi, ricordandoci che internet è la nostra unica salvezza. (Dimenticando che dietro alla pagine web, ci sono sempre gli uomini: colle loro avidità, con i loro egoismi, con la loro corruzione, e sono loro che devono cambiare, non semplicemente il mezzo. Sebbene la rivoluzione informatica che stiamo vivendo è straordinariamente positiva, non sono blog e blogger ad essere bravi giovani e rivoluzionari in quanto tali: non è l'avere un blog che identifica un gruppo del futuro, gli eletti che cambieranno il mondo, ma ciò che si pensa o si scrive, e i valori che si hanno). In questo universo ogni giorno più vasto di informazioni, chi stare a sentire? Quale la fonte più autorevole? Nel web, come tra i quotidiani, si sceglierà in completa libertà. Ma se avessi voluto fare il giornalista, e se lo vorrò fare, cercherò di farlo, non aprirò un blog perchè nessuno me lo fa fare. Poi non è neanche questo il problema, perchè va benissimo che ognuno parli, che dica la sua: "il modo pur m'offende", fastidioso è il fare profetico dell'oracolo detentore della Verità, quella Verità che giornali non dicono perchè corrotti, la televisione neppure, ma solo il tal blog ha. Io non capisco come si possa dare totale fiducia a qualcuno solo perchè proclama continuamente la sfiducia verso tutti gli altri. Non lo capisco, e per questo, lungi da me raccontarvi le Verità Nascoste, indagare, svelarvi gli aspetti reconditi "perchè c'è sempre qualcosa sotto". A meno di avere documenti inconfutabili -ammesso che esistano- ma no, neppure in quel caso: in tal caso mi sarei iscritto a Giurisprudenza. Mi informerò, da più punti di vista possibili, come tutti coloro che hanno tempo e desiderio d'informarsi, e trarrò le mie conclusioni. Mi rimane il dubbio se giusto informare o meno, qui e ora.
Per esempio avrei dovuto/voluto scrivere un post su Nadal nuovo numero 1.
Per quale motivo scrivere doppioni di miliardi di articoli nel web che parlano di questo argomento? Forse per evidenziare aspetti sempre diversi, per presentare un punto di vista nuovo: d'accordo, ma allora dovrei essere in un blog decisamente tennistico e avere un target di specialisti; mentre sonosoloram è per tutti. Ben vengano dunque i post "iniziatici" per non addetti ai lavori, per gli appassionati segnalo in home page un ottimo e autorevole blog/sito sul tennis. Giusto dunque che io taccia totalmente? In effetti no: semplicemente cercherò di sottolineare solo i momenti topici della stagione tennistica, e il cambio al vertice della classifica tennistica dopo il più lungo regno della storia del tennis dell'era Open è momento topico, domani ne parlerò.
Peccato che le mie decisioni siano sempre e solo mie, o meglio, che non abbia indicazioni dai miei lettori che so esistere e anche essere piuttosto fedeli.
Sarebbe utile ai fini dello scrivere i pareri di chi legge, i vostri FEEDBACK per sapere quali siano gli argomenti più graditi e la considerazione di ogni post: interessante, piacevole, fastidiosamente dettagliato, troppo prolisso. Lo spazio dei commenti è il vostro spazio, ma è altrettanto il mio, utile per migliorare la comunicazione tra di noi: se non ho commenti, se non ho risposte, vado avanti per la mia strada: significa che tutto va bene. Visto che però a me pare un po' strano, ogni tanto mi guardo indietro e mi perdo nelle possibili critiche, e cado in questo genere di post, fumoso e traballante, dall'incedere insicuro e dell'oscura conclusione.

Il problema non è fare informazione, ora ho focalizzato: è che mi sono sentito in colpa per alcune cadute nel tecnicismo tennistico in un blog che ha il tennis come uno dei possibili argomenti, non certo come fondamento.

Forse quest'oggi mi sono perso nelle più inutili e stanche seghe mentali, in assurde paranoie. Vi assicuro, d'altra parte, che scrivere senza mai avere commenti, pur avendo la certezza di essere letto, non è affatto facile. È come parlare in un'interrogazione ad un professore impassibile, che non fa un cenno d'assenso nè uno di dissenso, come parlare davanti ad un vetro oscuro, dove chi ti ascolta ti vede, che dico, ti scruta mentre tu non hai riferimenti, brancoli nel buio. Magari stai annoiando, magari divertendo, forse catturi l'attenzione, forse invece le tue parole cadono nella più totale indifferenza.
Infine ti ricordi, che il tuo blog come la tua vita valgono immensamente più per te che per gli altri, non per cattiveria o egoismo: e il tuo blog sarà probabilmente un momento di svago, più o meno piacevole, ma le cose importanti sono altre, e in effetti non ti senti proprio di dar loro torto, di darvi torto.

Allora sghignazzo del mio inutile peregrinare nei meandri dei problemi possibili.
E sottolineo le mie volontà.

Lascio agli altri ben pagati o più ligi,
calcoli, date e numeri:
io darò tutto per la bellezza,
per l'idea,
per il pensiero,
per la parola.
Perchè quando si cerca di fare tutto si rischia di non fare bene niente
perchè è importante focalizzare le energie verso ciò che ci piace di più e in cui sentiamo di poter dare il contributo più importante,
perchè la scelta umanistica è una scelta di vita.

domenica 27 luglio 2008

Vincere Vigevano giocando al Tom Tom: una madeleine inodore

La nostra generazione è davvero a cavallo di una rivoluzione. Da piccoli i primi giochini di macchine in sala giochi e a casa: guardi la freccina sul tracciato, e se il videogioco è di rally il navigatore al tuo fianco ti prepara alle curve. Poi siamo cresciuti e ci troviamo a guidare, nella realtà, guardando la freccina che segue il tragitto e con la voce femminile del navigatore che ci prepara alle curve. Ieri per la prima volta mi è capitato di usare il tom tom in macchina, e c'è stato un momento in cui mi sono accorto che mi stavo dimenticando di essere DAVVERO la freccina colorata che vedevo nello schermo. DAVVERO, ma davanti a me avevo un vetro, non uno schermo. In realtà, non so se la mia mente ne fosse davvero certa, se capissi a pieno oppure pensassi che "anche sbandando un po' non importa". Non che abbia sbandato, certo, ma la sensazione era davvero curiosa. La generazione 2000, nascendo col navigatore, non avrà questa discrepanza tra realtà e mondo virtuale: ma forse non tutta la nostra generazione ce l'ha, forse solo io coi miei grilli per la testa perchè gli altri ricordano, ma solo quando vogliono. A me succede il contrario, mi ricordo soprattutto involontariamente: dietro richiesta, mia o dell'amico o del professore, spesso vacillo...
Io che della memoria ho fatto fondamento e nome di questo blog, pian piano sto approfondendo la mia situazione di menomato mnemonico: Proust viene in aiuto. Egli distingue tra memoria volontaria e memoria involontaria o spontanea: se la prima richiama alla mente il passato in termini logici, la seconda lo fa in maniera alogica; secondo lui la memoria involontaria cattura con un'impressione o una sensazione l'essenza preziosa della vita. Qui mi fermo, sperando di non aver passato limite tra semplificazione e banalizzazione, forse il culmine dell'ignoranza.
Ai videogiochi non fui un fenomeno, ma certamente me la cavai discretamente: e così anche ieri sono giunto a destinazione. La piazza ducale di Vigevano è bellissima, effettivamente, con la torre del castello visconteo sforzesco che non a caso è la copia di quella del Filarete a Milano. A questo proposito ho scoperto che Filarete è un soprannome, "colui che ama le virtù", per l'architetto il cui nome di battesimo fu Antonio di Pietro Averulino, omonimo del leader de "L'Italia dei valori":
quanto amo questi cortocircuiti temporali, questi folli collegamenti sinaptici nell'intelletto del tempo...

venerdì 25 luglio 2008

[Doppio post:1] Il fumetto: la mitologia del ventesimo secolo

Che il fumetto sia la contemporanea mitologia, è ormai pressochè fuori discussione.
Tipico dei miti dell'epoca classica, greca e romana, era infatti il rimaneggiamento continuo, la continua evoluzione che i personaggi mitologici subivano. Continue iniezioni di vita, alcune volte contrastanti e irrealistiche, ma nel mondo della fantasia, dell'arte, il realismo spesso non è che un freno: la creazione non soggiace alla forza di gravità... Così, per esempio, nel mio corso per l'esame di Latino, protagonista era òrfeo -così accentato e pronunciato perchè parola d'origine greca, poi latinizzato nel diffuso orféo- e il materiale era costituito da tutte i documenti caratterizzati da quella parola o che alludessero al personaggio in questione, dai più sottili frammenti fino alle opere complete, per tutta l'epoca classica e poi i riferimenti a tutte le opere da orfeo ispirate nell'epoca moderna. Chiedersi quale sia la sua vera storia, è una domanda miope: perchè ovviamente, per quanto qualsiasi mito possa poggiare sulla realtà, per quanto un personaggio possa essere ispirato ad una persona, qualora diviene personaggio è finzione, non realtà, e ogni scrittore si sente in diritto di aggiungere dettagli al personaggio, sempre nel rispetto dei tratti fondamentali. Il personaggio vive mille vite, le mille vite che mille autori gli regalano, variegato da caratteri, umori e tendenze differenti, eppure sempre più umano...
Ciò che fu Orfeo e come lui Eracle e altri, fu poi Orlando, in minor quantità ma alla stessa maniera, in epoca cortese, e poi nessuno... Nel Ventesimo secolo abbiamo i supereroi: prendetene uno a casa, leggetene la pagina di Wikipedia, la storia, e scoprirete le innumerevoli vite da ciascuno vissute, le discordanze - come pùò esistere Superboy se Clark Kent diviene direttamente Superman?- un universo parallelo incontrollabile dove spesso i tentativi di mettere in ordine non fanno altro che aggiungere materiale, sfaccettature, mondi...
I film sono molti meno, ma anche in essi si può facilmente scorgere discordanze irrealistiche, che fuor da comprensione non son altro che giochi di surrealtà dettati dal genio creatore in forma diversa a seconda della sensibilità dell'autore.
Un esempio cinematografico per i tantissimi fumettistici.
Bruce Wayne vede uccidere i suoi genitori da piccolo, rimane orfano, e questa ferita, questo shock farà di lui Batman. Nel primo lungometraggio del 1989, di Tim Burton, l'assassino è colui che poi diverrà Joker; in Batman Begin, 2005, di Christopher Nolan, è invece un balordo qualsiasi, Joe Chill, che muore e tra lui e il Joker presente ne "Il cavaliere oscuro" non v'è relazione alcuna.
Rispetto a Bob Kane e Bill Finger, creatori del personaggio di Batman, è la seconda ad essere più attinente, e se per i personaggi dei fumetti, a differenza di quelli mitologici nati in chissà quale chiaccherata, un creatore accertato esiste, è evidente che esista un Autorità da rispettare.
Molti aspetti non sono stati però chiariti, aggiunte sono sempre possibili, inevitabili e dopotutto anche ben accette, a seconda della qualità artistica dell'autore, e così i paradossi esistono, le contraddizioni pure.
Qual è la verità?
Tutte: anzi,
quella che ci piace di più.

domenica 20 luglio 2008

Seefeld, un lustro dopo.

Era il giorno dell'esposizione dei voti della maturità, scientifica nel mio caso, l'unica volta che l'84 accanto al mio nome non fosse riferito al mio anno di nascita. Era un venerdì, il mio maestro di tennis mi chiamò e mi chiese: vuoi venire in Austria a Seefeld alla settimana tennistica che mi serve una mano? Alle 6.30 della mattina successiva fui in via S.Caterina ad Agrate pronto a partire, destinazione qui. Per i miei lettori tradizionali e non addetti ai lavori, la settimana consta di
sveglia colazione allenamento pranzo riposino allenamento piscina cena passeggiata letto.
Nel viaggio di andata di 5 anni fa un ragazzino, che scoprii essere piuttosto benestante, teneva nelle manine un oggettino, un lettore mp3 con uno schermo con delizioso joypad touch circolare che m'incuriosì, e mi spiegò che il papino dall'America glielo aveva portato, e che si chiamava I-Pod...
Quell'anno fu il mio primo Seefeld, sarei ritornato l'anno dopo, poi nel 2006, indi quest'anno, nel 2008, con una decisione a sorpresa.
Nel mezzo c'è un lustro,
in cui ho ripreso a far tornei, sono tornato 3.5 come a 16 anni, giocato un anno nella mia ex-scuole e poi ho smesso di nuovo di giocare tornei,
da studente lineare ho cambiato 3 università tra dubbi e ripensamenti,
ho sostenuto 20 esami arrivando a meno uno dalla laurea,
mi sono fidanzato,
ho fatto le vacanze casinare cogli amici e una Grecia in coppia,
visitato qualche città europea,
imparato di cinema e informatica e musica e un po' di politica,
ho visto calciopoli e l'inter vincere 2 campionati,
è morto un papa e se n'è fatto un altro,
l'Italia di calcio è campione del mondo;
se quel primo anno andai in Austria dopo la prima vittoria di Federer a Wimbledon, Nadal ha vinto il suo primo quest'anno;
se l'ipod era la novità, oggi è l'iphone;
con alle spalle un percorso scolastico immacolato e distinto pur senza troppi sbattimenti, mi sentivo un genio seppur ignorante:
ora so di non essere un genio eppure so qualcosa in più;
se quell'anno c'era Berlusconi al governo adesso...pure;
se prima dicevo e facevo un sacco di cazzate adesso ne dico di più;
i miei amici sono ancora loro e se anche alcuni sono già dottori, non sono ancora riusciti a curarmi;
5 anni fa lottavo per ingrassare, quest'anno sono stato dichiarato atleticamente sovrappeso: una battaglia vinta insomma;
se lo scivolo della piscina di Seefeld era piccolo e non molto bello, adesso è uno spettacolo e ci si fa male di brutto;
5 anni fa una petrelli cadde scendendo col bob e si fece male, quest'anno pure;
e il pub di Seefeld poi è sempre lo stesso, ma il fumo nei locali dà più fastidio che mai.
Un lustro dura tutto il liceo, e nel suo avere ogni anno così diverso, quelle tappe d'età ravvicinate 14 16 18, si entra fanciulli e si esce ragazzi: dai 18 non si cambia poi così tanto, e dai venti ancor meno, e le distanze si assottigliano, perchè bambini si è un attimo, adolescenti un momento e adulti un sacco di tempo.

Quest'anno è stata una settimana particolare, decisamente più agonistica, una sorta di ritiro calcistico per tennisti, essendo anche come numero simili alla rosa di una squadra: a differenza degli altri anni, in cui il mio ruolo di palleggiatore o istruttore si mescolava al tuttofare, quest'anno non mi sono praticamente mosso dal campo da tennis, come d'accordo. Una settimana di ripresa atletica dopo un anno e mezzo senza allenamenti: posto che in Austria i protagonisti fossero i ragazzi, naturalmente, il loro impegno e la loro voglia, la loro passione e l'entusiasmo hanno risvegliato i miei colpi dal torpore e soprattutto riacceso la mia voglia di giocare, già da un annetto in nuova ascesa.
Così mi ritrovo con anni 24, il mio numero, del mio giorno di compleanno e così ricorrente, ed era il numero di mio padre anche, chissà che sia l'anno della mia prima Laurea, e chissà dove mi porterà il prossimo lustro.

Volevo infine ringraziare i ragazzi che pur con qualche eccesso, mi sono apparsi simbolo di quell'adolescenza sana che spesso è veicolata non a caso proprio dallo sport: avete fatto casino, dormito poco alle volte, ma in generale, a mio modestissimo parere, siete rimasti nei limiti dettati dall'educazione e dal rispetto, e per questo sono contento, perchè la demonizzazione della gioventù è attitudine frequente e fin troppo diffusa, ma errato è far di tutta l'erba un fascio.
Buona estate a tutti
buon tennis
buona scuola
buona vita.

Tenendo sempre le spine iliache ben allineate.

venerdì 11 luglio 2008

La mia lettura preferita, quella della realtà: la storiella del camp...

Il bambino sveglio, quello simpatico, il bambino cicciotto, la bambina piccolissima: il più grande, il più piccolo, quello addormentato, e le bambine che troppo presto scimmiottano le grandi. L'universo dei piccoli è ben definito, lo si riscontra in una classe, o ancora meglio in quei grupponi di facce e personaggi che si ritrovano in un oratorio feriale o in un centro estivo. È la mia terza esperienza in un centro estivo, anche se questa volta breve, di una sola settimana, come al solito vestendo i sempre più indelebili panni del tennista...
Ogni volta è incredibile quanto dopo un giorno, ci si ricordi di tutti i bambini -vale anche per deboli d'hard disk come me!- e ognuno ti colpisce per una battuta, per una caratteristica, ma anche per i modi, sebbene alle volte magari vieni sorpreso dalla scurrilità dei suddetti, per cui inorridisci ma fatichi a trattenere le risate. Il tuo mondo cambia di nuovo, diventa quel mondo, con le sue dinamiche, un romanzo scritto dalla Realtà che con cura maniacale ha dettagliatissimamente descritto i personaggi, esteticamente e psicologicamente con la fortuna di non doverli spiegare: te li mostra, e uno sguardo, una vocina, un gioco, una corsa, raccontano il personaggio più di mille parole. In questi momenti capisco lucidamente perchè io legga così poche opere di finzione, pochi romanzi, perchè la lettura non sia mai stato il mio svago: è una necessità per crescere e migliorare, per imparare e poi la chiave al godimento estetico, e quello in quanto godimento non si discute. Ma la lettura di piacere, quella del romanzetto, non ha attrattive per me, a differenza di un filmetto "chè dopotutto un'oretta spensierata me la regalo anche": non sono un lettore accanito di libri, perchè sono un amante viscerale della lettura del reale, amo la fantasia e il genio creatore umano solo quando si erge, si eleva, quando mette le ali al terreno, non quando è copia della realtà. L'arte deve continuamente balzellare sulla corda tesa del possibile, tentare la realtà verso il limite, accanirsi nella ricerca dello Spirito: quando è racconto realistico di una storia, allora concordo con Platone, nulla di interessante nella "copia di copia". Per quanto sia bravo il narratore, l'essere umano è troppo ben tratteggiato, nessun personaggio potrà mai esserlo: e da bambini, si è come si è, non c'è ancora niente che ci obbliga ad essere un po' diversi, più così e meno cosà,
si vive, forte e chiaro.
SPONTANEAMENTE, cioè al meglio, come ci ha insegnato Erich Fromm.
Sarà per questo che amo tanto anche nei grandi i difetti di pronuncia, quasi ricordi di una spontaneità perduta? Non controllabili e così personali, non standardizzati e belli belli...

Un saluto cieco, ai bimbi che non mi leggeranno, ed uno miope agli altri educatori che magari passano di qui, di quella specie degli "Scienze motorie" alle volte vituperata per una vita che è sempre in bilico tra volontariato e lavoro, missione e divertimento; loro che per una settimana, che dico tre giorni e mezzo, sono stati il mio mondo, pieni di sorriso e buonumore, sentitamente ringrazio: la faccio lunga, esagero per 3 giorni, ma lo sapete, come diffusamente raccontai qui, la malinconia del finito è la mia malattia e il mio vezzo...
Da domani mattina sono in Austria a Seefeld in una settimana tennistica, immerso in un gruppo più ristretto e meno variegato, quantomeno come età, ma chissà come, ho l'impressione che tra una settimana potrei ritrovarmi qui a scrivere contento un post dall'aroma malinconico...
Non so se ci sarà la possibilità di scrivere nel frattempo, se no, leggete e rileggete tutti i miei post vecchi.
...
So che lo farete.