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giovedì 14 maggio 2009

L'inadeguatezza della sineddoche come strumento di interpretazione della realtà

Preambolo.
So bene che con un titolo così, perdo lettori.
So altrettanto bene che ogni testo va costruito a seconda del target e del mezzo tramite cui verrà diffuso.
In questo specifico caso, in un blog, è necessario un testo breve, essendo la lettura verticale e digitale ben più faticosa di quella orizzontale e cartacea.
Inoltre, questo processo di semplificazione e di velocizzazione dei testi è presente ormai in tutti i mezzi di comunicazione: ovunque la velocità, la concisione e la sensazionalizzazione dominano.
Ovunque lampi di notizie senza approfondimento, chè la capacità di concentrazione dei lettori è sempre più breve.
L'unica possibilità è l'adattamento servile ai bisogni del lettore?
Sì, quando è commercio.
Sì quando c'è lo share, insomma, quando ci sono i soldi in ballo.
Ma qui, in un blog sperduto nella incommensurabile quantità di dati presenti nella rete, qui sono libero.
Non solo voi siete liberi, di leggermi o meno: io sono libero di scrivere e no, di adeguarmi alle sacrosante legge della comunicazione oppure...no.
Il numero dei lettori, mi è indifferente. Un titolo più difficile e apparentemente più noioso potrebbe inoltre servire come sbarramento per gli indifferenti e invece operare una selezione di interessati.

Corpo del testo
La sineddoche è una delle innumerevoli figure retoriche dal nome ermetico che popolano l'analisi poetica, stilistica e appunto retorica della letteratura italiana.
"Dal greco συνεκδοχή, «ricevere insieme», consiste nell'uso in senso figurato di una parola al posto di un'altra, mediante l'ampliamento o la restrizione del senso; la sostituzione può essere:
- la parte per il tutto ("l'Olanda " al posto di "Paesi Bassi");
- di una qualità/caratteristica per il tutto ("il ferro" al posto della "spada")
- del singolare per il plurale e viceversa ("l'Italiano" -inteso come persona- "all'estero" per "gli Italiani all'estero");
- del genere per la specie e viceversa ("il mortale" per "l'uomo")
[fonte: wikipedia. Non particolarmente autorevole, ma particolarmente comoda: e del resto qui non siamo mica in una rivista di letteratura].
La sineddoche che mi interessa è la prima, e cioè "la parte per il tutto".
Come artificio del discorso non si discute.
Il problema nasce quando invece viene utilizzata come strumento di analisi della realtà.
Leggendo queste parole, il senso potrebbe rimanere ancora oscuro: in verità vi dico, a tutti noi è capitato di cadere in questo errore.
Quando si pensa al tifoso come a un pazzo violento, quando si pensa all'uomo di sinistra come a un comunista, e a quello di destra come a un fascista; quando si pensa al leghista come ad un fanatico xenofobo; quando si pensa ad un cristiano come ad un convertitore bigotto;
in tutti questi casi, noi eleviamo la sineddoche della "parte per il tutto", un innocuo artificio retorico, a valido strumento di interpretazione della realtà, compromettendo l'obiettività del nostro giudizio.
I miei esempi non erano casualmente politici: siamo in vista di elezioni e essendo io candidato alle amministrative comunali, ho sentito la necessità di ripresentare la mia visione. Ripresentare in quanto proprio nel mio ultimo post politico, datato poco meno di un anno fa, scrivevo esattamente a riguardo di ciò che io ritengo davvero dannoso: non una parte politica o l'altra, ma la superficialità, la stupidità, il pregiudizio, e queste sono caratteristiche ritrovabili dietro ogni bandiera.[vai al post]
Scrivevo, per esempio:
Troppo spesso si sguazza nella stigmatizzazione dell'avversario, o meglio, della parte degli italiani che votano dalla parte opposta a noi. Così, se per il PdL solo dei "coglioni" voterebbero Democratico, per le Sinistre i votanti del PdL, ma non solo, tutti i votanti avversi, sono dei furbi, loschi, di poca cultura, egoisti quando non stupidi e ciechi"
proprio questo è l'aspetto che più mi importa sottolineare.
Esclusi gli estremi o le formazioni politiche territoriali, un po' demagoghe come la Lega, il paese è diviso in due grandi giganti moderatoni, che si è sottolineato più volte, sono simili anche nel nome: "il Pd e il Pd con la L" oppure "il PdL e il Pd senza L" (la prima definizione più corretta cronologicamente, la seconda migliore tenendo in considerazione l'attuale maggioranza).
L'anno scorso, alle politiche, alla Camera,
Il "Popolo della libertà" ha preso 13.629.464 voti
il "Partito Democratico" ha preso 12.095.306.
Come si può creare uno stereotipo dell'elettore dell'una o dell'altra parte?
Quanti saranno i fideisti, i credenti coi paraocchi così presenti nell'immaginario collettivo?
Quante saranno invece le persone normali?
Immensamente la maggioranza, che ritrova in entrambi i partitoni i valori fondamentali dell'uomo.
Come scegliere dunque?
Leggendo tutto il programma?
In entrambi ci sarà qualcosa con cui saremo in disaccordo:
e poi chi ce l'ha il tempo, e la voglia?
Le brave persone sanno però che votare è un dovere: e allora?
Si voterà secondo pragmatismo o idealismo, seguendo lo stomaco o la testa, per partito preso o a ragion veduta; qualcuno voterà i colori, i più voteranno la persona. La persona. Ci saranno gli egoisti, i machiavellici e i moralisti, ci sarà chi vuole votare per la lista che vincerà, per salire sul carro del vincitore, e a chi piace criticare e farà un voto di protesta. Anche se questo post diventasse un libro, non potrei ugualmente presentare tutti gli esempi, nè le motivazioni più o meno presenti, più o meno profonde, più o meno corrette che stanno dietro ad ogni singolo voto.
Scrivo per sostenere ciò che desidero, le premesse necessarie per una società pacifica. Tutti davanti ad una persona abbiano la curiosità e il desiderio di conoscerla, di amarla, di viverla. Oppure ne siano disinteressati, istintivamente lontani: ma quel punto,non trattino di questa persona. Informarsi, analizzare la situazione, comprendere le scelte, accettare il prossimo: queste sono pratiche importanti, necessarie ai fini di un'esistenza consapevole.
Ma il giudizio, diamine, il giudizio!
Una pratica così difficile, che è da lasciarsi ai giudici.
Neanche divertente.
Un onere alle volte necessario, ma non tutti siamo nati Salomone.
Il pregiudizio, poi, quello è un'autentica calamità.
Leggiamo le persone, viviamole, esploriamole, percorriamole.
A che pro giudicarle?
Ancora peggio: a che pro giudicarle per il colore della bandiera o della tifoseria: "gli interisti sono così, i milanisti invece..."
"I democratici sono in questo modo, e i repubblicani invece..."
Tracciare un orizzonte di riferimento ai fini di un'analisi approfondita è comprensibile e utile.
Ma incollare sopra una persona REALE una figurina IDEALE è fuorviante.
Abbiamo amici dell'altra sponda, amici tifosi di un'altra squadra, amici votanti altrimenti; e invece persone dalla nostra parte che non stimiamo, con cui andiamo meno d'accordo.
Se una sintesi infine può essere necessaria, non dovrebbe esistere senza un'analisi!
Quest'ultima invece sì che è necessaria e sufficiente, che può concludersi senza una sintesi, senza un giudizio, ma con la sola consapevolezza di aver indagato un campo che ora si conosce meglio.
Un campo, una cosa, una persona.
Non importa cosa si guarda, l'importante è come!
Educare gli occhi, ricordandosi che non esiste una sola Verità, ma neanche due o tre: esiste una verità per ogni occhio che guarda, e neanche questo basta! Una verità per ogni singolo momento in cui un occhio guarda!
Questo è il pensiero, questa è la situazione: e noi, che facciamo?
Giudichiamo?
Diamo una sintesi senza analizzare, adattandoci comodamente allo stereotipo precostituito, mollamente adagiati su una qualche certezza a cui cerchiamo e troviamo rapidamente conferma in qualche luogo comune, in qualche sentito dire?
No grazie.

Epilogo
Evviva la sospensione del giudizio,
evviva il giudizio se consapevole:
per un'apertura di visione,
per una profondità d'analisi,
contro la superficialità e l'ostinata chiusura.
Lasciamo la sineddoche alla retorica.

lunedì 8 settembre 2008

Viaggio semantico in due episodi: il compleanno e l'aggettivo imprigionato

Avete mai sentito quanto è denso il significato di alcune nostre espressioni? Pensiamo a "compiere gli anni": compiere, cioè portare a termine, concludere. In effetti il giorno del nostro compleanno chiudiamo un cerchio, anche se a dirla tutta è la Terra che lo conclude, che si riporta nella stessa posizione del giorno in cui siamo nati (gli astronomi perdoneranno la mia approssimazione...). Così la Terra compie i giri e noi gli anni: eppure in alcune esressioni sembriamo non avere l'esatta percezione del tempo. Quando compio 24 anni per un anno risponderò "24" alla domanda "quanti anni hai". Così quei dodici mesi si associano al 24, sebbene è chiaro che siano i mesi del mio venticinquesimo anno. Più precisamente quindi, sarebbe da chiedersi "in quale anno sei?". Alcune lingue avranno formule più simili a questa, ma anche nella nostra qualche scappatoia c'è: "vado per i 25" è già più congruo.
Questo era un esempio di quanto precisa possa essere un'espressione comune, molto più di quanto si sia mai avvertito utilizzandola abitualmente. Le parole sono uno strumento necessario a tutti, ai fini del rapporto col prossimo, e se naturalmente si diventa più abili nel maneggiare ogni strumento con l'allenamento, altrettanto importante è lo sviluppo della CONSAPEVOLEZZA nell'utilizzo della singola parola. Alcune, chissà poi seguendo quali improbabili strade, assumono significati e associazioni impondeabili.
Ecco un esempio.
Parliamo di escrementi, anzi, più precisamente, di puzza di merda. Ero a Santorini, sulla stradina a zig-zag che porta da Fira al porto, scendendo la scogliera. Quant'è caratteristico farla a dorso di mulo! Così, decine e decine di muli salgono e scendono la strada ininterrottamente, giorno dopo giorno, per la lunga estate greca. Sarà che a Bellusco siamo tutti muli, come il dialetto ricorda divertito, sarà stata la coda di turisti in attesa del mulo, ma io e la sventurata in vacanza con me l'abbiam fatta a piedi, a scendere, ma soprattutto a salire. Posso assicurare che SCENDE e soprattutto che SALE. Passeggiata accompagnata da un bel paesaggio è da un odore molto forte di escrementi di mulo. Non mi si venga a dire che è tutta natura, perchè la densità di cagate di 50 muli che fanno la stessa strada tutti i giorni tutto il giorno, produce un odore ben diverso dalle caccone di mucca sparse per i pendii di montagna; e certo il leggero sole di Santorini non rendeva la situazione migliore. Dalla grammatica alla cacca, dalla cacca alla grammatica. Mi trovai a definirlo acre, molto acre, molto molto acre, insomma, acerrimo. In un secondo la mia mente fu portata verso "nemico", come forse sarà accaduto anche a voi leggendomi, perchè questo superlativo latino ce lo siamo beccati sempre e solo come attributo dela suddetta parola. Ma perchè? Semplicemente perchè il significato originario, figurato, ha portato da aspro a malevole, ma in particolare per il superlativo è stato un viaggio di sola andata. E io posso forse permetterlo? A me che tanto piace restituire alle parole il significato originario, pur consapevole dell'inevitabile universo semantico in cui galleggiano e dal'eveoluzione che subiscono? Posso davvero esimermi dall'invitare il mio prossimo ad evitare le formule trite? No. Quindi ricordate: se avete appena compiuto l'anno, quale che sia, e volete farvi un regalo, andate a pure a Santorini (Phira): ma attenzione, perchè la stradina dei muli ha un odore acerrimo.

venerdì 1 agosto 2008

Se fossi un tempo verbale, sarei il congiuntivo presente.

O forse sarebbe giusto dire "se POTESSI essere...mi PIACEREBBE essere":
ma il concetto è quello...
Quello, certo...
Quale?
Che mi piacerebbe essere così,
raro ma non obsoleto,
di nicchia ma non snob,
piacevole all'udito anche perchè non complesso,
sebbene ricercato;
il congiuntivo presente
ha l'eleganza del congiuntivo,
ma l'umiltà del presente,
il tutto senza la ripetitività dei tempi composti,
l'opulenza del congiuntivo imperfetto,
la ruvidezza del condizionale,
la basilarità del presente,
l'indefinitezza del passato prossimo,
la stanchezza dell'imperfetto indicativo,
senza la pesantezza del passato remoto, vecchio aristocratico.
Inutile aggiungere quanto sia (ma sentitelo, "sia", aaaaaah) bello il tempo verbale giusto al momento giusto: queste considerazioni non mi spingono certo a rifiutare la ricca grammatica verbale italiana.
Potrò d'altro canto avere un favorito?
È permesso?
Un tempo verbale in cui immedesimarsi?
È chiedere troppo?

Pronunciai "se fossi un tempo verbale, sarei il congiuntivo presente" durante un'ora di tennis, tra le chiacchiere con cui abitualmente accompagno la raccolta palline: non ricordo con precisione gli/le sventurati/e che se la beccarono, ma mi piacque molto, e finalmente oggi ho deciso di regalarla anche a voi, con tanto di spiegazione, fortunelli...

Così adesso sapete qualcosa in più di me:
quale tempo verbale mi piacerebbe essere.

domenica 30 marzo 2008

Pronunziamento

... e poi ci si ricadeva.
Anche quel giorno, anche quella volta.
Fino a quel momento si era riso, scherzato, parlato, una giornata come le altre:
poi, ad un certo punto, qualcuno aveva la sventura di dire una parola così, senza pensarci, di nessuna importanza.
Eppure.
I discorsi si fermavano e tutti si cominciava a balbettare ripetutamente, impazzendo, cercando adepti, sbeffeggiando i detrattori:

tònno o tónno?

e via di

giostra
moto
lecco

e davvero non so quanti altri...

Ora, per l'appagamento della vostra curiosità...
basta fare un giro qui!

Avrete tutte le risposte per una pronunzia corretta.
Come insegnano i manuali di storia della lingua italiana, dopo secoli di libri e teorie, la diffusione dell'italiano è stata permessa solo dall'avvento della televisione e dalla rai (che all'inizio era la stessa cosa...), chi meglio avrebbe potuto mettere online tale dizionario?

Quindi sbizzarritevi pure e prendetevi rivincite e cocenti delusioni.

Anche se poi, come dicevate e dicevamo tutti per concludere ciò che dopo un inizio divertente cadeva nella noia e nella minuzie:

"Forse il modo giusto è il tuo, però è troppo brutto:
continuerò a dirlo come l'ho sempre detto io!"

Dei quattro sopra citati io ne "sbaglio" uno:
se vi capita, fatemi partecipe delle vostre scoperte!

CIAO (questo lo azzeccano tutti...)