mercoledì 2 luglio 2008

Si parlava di responsabilità: "Gomorra"

Poi capita che così, scelta e un po' coincidenza, lo stesso giorno che hai scritto sulla responsabilità tu vada a vedere Gomorra. D'altra parte, se hai tenuto un cineforum e progetti di tenerne un altro, se cerchi in qualche modo di essere un umile punto di riferimento cinematografico, una responsabilità vera è l'aggiornamento sui fenomeni cinematografici e culturali, oltre che la ricerca del bel film. Un fenomeno, "Gomorra", che in quanto tale, mantiene la sua forza espressiva e di denuncia qualunque sia il mezzo espressivo, la carta stampata o la pellicola.
Roberto Saviano una bella responsabilità se l'è presa:
"Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità."
E non importa se questo comporti vivere sotto scorta dall'ottobre 2006; una scelta difficile, un bivio: non tutte le scelte sono definitive, non tutte le azioni comportano conseguenze, ma alcune, sì, quelle più importanti.
Il fuoco l'arse finchè non riuscì più a tenerselo dentro e dovette scrivere pagine di fuoco.
Non farò l'elenco dei premi che ha ricevuto, nè darò un giudizio al libro o al film, ma riporto solo due dati, noti ai più:
"Gomorra è stato tradotto in 43 paesi. È presente nelle classifiche di Best Seller in Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Svezia, Finlandia, Lituania. Il New York Times ha inserito Gomorra nella classifica dei libri più importanti del 2007. Anche The Economist ha inserito Gomorra tra i cento libri dell'anno. Unico italiano inserito sia per il NYT che per l'Economist."
Gomorra senza Sodoma non la si era sentita mai:
da oggi la parola avrà un nuovo aroma, com insegna Bachtin, perchè non si dirà più Gomorra senza che ci venga in mente anche quest'opera d'arte.
Nessun titolo sarebbe stato più adatto: Gomorra rima con Camorra, di nome e di fatto.

Quando esco dalla sala rimango sempre perplesso dopo un film di denuncia perchè, d'accordo, mi sono informato, è una vergogna che sia così come raccontato: dunque?
Ci si sente così impotenti, ci si trova davanti a un'organizzazione così complessa, così ramificata, così intrisa nella società e nelle menti, nella cultura e nella vita, che si ha l'impressione che nulla possa cambiare. Poi razionalmente si sa che questo non deve impedire di combattere, perchè passi in avanti si fanno e sono stati fatti.
Subito dopo mi chiedo qual è stato il mio merito per avere in dono la possibilità di essere nato qui: e a quel punto il problema esistenziale torna. Nascendo fortunato nell'emisfero boreale piuttosto che in quello australe, e in particolare insomma in una buona situazione, con la possibilità di studiare e decidere liberamente della mia vita, due sono i punti di vista:
1- ho la responsabilità di mettermi in gioco cercando di cambiare le cose, devo prendermi cura di coloro che stanno male;
2- ho la responsabilità di vivere libero e felice, senza affanni, per rispetto a coloro i quali non hanno questa possibilità.
In effetti anche questo secondo aspetto, meno onorevole, che nel post precedente non ho sottolineato, anche godersi la vita se si può, è un atto di responsabilità della propria condizione agiata e un atto di rispetto verso chi non può.
Naturalmente, però, a differenza di quanto io mostri spesso nel mio dialettico peregrinare, non sono poi così tante le scelte definitive, nè quelle assolute.

Per noi, per me,
insomma
si fa quel che si può,
nel continuo tentativo di evidenziare gli aspetti più importanti della nostra personalità, di attuare le nostre potenze, di far fruttare i nostri talenti.

A questo proposito, rinnovo l'attestato di stima per Saviano, ricordando che spesso le scelte più difficili sono anche quelle indiscutibilmente più giuste.

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