domenica 27 aprile 2008

Torna Brenda Blethyn. Sì, ma da dove?



Ho amato tanto "Little Miss Sunshine", tanto da avere il dvd e da averlo visto più volte. Quando ho visto questa locandina mi sono chiesto: ma Brenda Blethyn, che ruolo aveva in Little Miss Sunshine? Pur ricordandola ne "L'erba di Grace", non riuscivo proprio ad associarla a nessun personaggio della splendida commedia del 2006. Non ci riesco ancora: e ho scoperto che non ci riuscirò. Infatti, l'attrice non fa parte del cast di Little Miss Sunshine! Checchè ne dica il trailer, la locandina e le pubblicità radiofoniche: non c'è!
Qualche fenomeno si è fatto distarre dal giallo della locandina? Oppure qualche geniaccio del marketing ha fatto la furbata? Non so, ma questa è una bufala bella e buona...

P.S. Naturalmente, inoltre, il titolo originale del film suona "Clubland" o "Introducing the Dwights"...

"21" e il sogno americano al cinema

Astuto specchio del masochismo cinematografico italiano (di cui ho parlato due post fa)  è l'ineguagliabile capacità del cinema "made in USA": farci sognare.
"21" è un film dalle classiche battute statunitensi, con una trama piuttosto prevedibile in tutti i suoi sviluppi, dai personaggi stereotipati e dalle emozioni facili, senza alcuna complessità (se non il meccanismo fondamento del film grazie al quale il protagonista riesce matematicamente a vincere a black jack....).
Anche questa volta, una trama dallo schema hollywoodiano classico.
La sala era gremita, le persone ridevano alle battute e sono uscite discretamente soddisfatte.
Io sono andato a vederlo consapevole che fosse un'opera d'intrattenimento ma sperando che avesse qualche colpo di genio, qualche sferzata da opera d'arte.
Niente da fare, ma, e questo è il punto, anch'io sono uscito sommariamente soddisfatto. Non ho provato sensazioni forti, non sono scaturite profonde riflessioni, il film non entrerà nella mia lista a causa di battute e situazioni ridicole nella loro scontatezza.
Di nuovo a Las Vegas, di nuovo tentando di vincere al casinò, di guadagnare nel posto creato per spendere: questa volta a Black Jack.
La premessa era anche buona, ma gli sviluppi scontati e prevedibili; anche il più accanito comunista, tuttavia, almeno una volta nel film non avrebbe saputo trattenere un brividino di piacere.
In questi film americani infatti, viene realizzato qualsiasi viscerale desiderio, e almeno uno ci appartiene:
sia la ricchezza,
le donne,
una vita all'insegna dell'eccesso,
la vittoria,
il piacere di fottere il sistema,
la voglia di cambiare se stessi,
lo shopping senza limiti,
il potere,
la violenza,
l'astuzia,
l'amore...

Il XX secolo e soprattutto gli ultimi 50 anni sono proprio segnati dall'ascesa e dal trionfo del modello di vita americano, che, pur tra mille problemi e difetti, è stato esportato e presentato con convinta magnificenza: il sogno americano appunto. Il cinema, grazie alla sua globalità, molto prima e molto più efficacemente di altri mezzi di comunicazione, è stato e continua ad essere il veicolo primario, la vetrina dell'America sul mondo.
Grandi film sono stati realizzati in un senso diverso, ma rimane ancora oggi una grandissima parte di film, dal grandissimo successo, che "puntano allo stomaco più che al cervello": come Berlusconi, per capirci. Las Vegas è il modello per eccellenza: nel nulla del deserto, un insieme luccicante in cui troviamo la torre Eiffel e Venezia e New York (i miei amici che l'anno scorso l'hanno vissuta e chiunque ci è passato saprebbe sicuramente spiegarla meglio...). Il paese dei balocchi per grandi: infatti l'unica necessità per poter giocare sono i soldi, se non hai i soldi non giochi, se non hai i soldi, non esisti, ma nel film i soldi li hai, naturalmente.
Sarebbe facile mostrare il lato negativo della cosa, ma gli USA sono maestri nel mostrare solo ciò che brilla, e si esce da questo film complessivamente contenti; il protagonista ha sistemato ciò che doveva sistemare e  in qualche modo il cerchio si è chiuso; ho passato 2 ore tra oro, belle ragazze, gioco e soldi, con contorno di buon cuore e onesti sentimenti: nessuna malattia, nessun grigiore, nessun lavoro.
E la sala è piena,
naturalmente.

mercoledì 23 aprile 2008

Brancolando...

Amo la semplicità.
Comprendo la priorità del contenuto sulla forma,
amo le emozioni così come sono, così come vengono.
Amo la natura, e l'essenzialità.
So che l'apparenza inganna,
e che i valori sono ciò che più conta,
vado oltre ciò che gli occhi mi presentano.
Non amo la disocoteca
dove tutti sono vestiti uguali
e la musica è sempre la stessa,
dove si è tutti in vetrina e
l'un l'altro ci si squadra fighi o torvi.
Odio i bodyguard e il tono che si danno(senza motivo).
Considero uno spettacolo dal vivo,
un concerto, un museo
tutte forme di arte che mi riempiono,
più di quanto possa fare un film grottesco o comico.
Negli scritti ho fortemente odiato la forma,
galera dell'arte libera,
costrizione del genio creativo.
Trovo la moda, e l'arte troppo lontani dalla realtà,
dall'essenziale, dalle cose importanti di una vita:
i sentimenti, gli affetti,
la risata dell'analfabeta sulla caduta del manager dal passo spedito.
Mi commuovo spesso per gli assassini e gli stupratori,
se non sanno quello che fanno e ancora più se lo sanno,
perchè allora non hanno valori, e la loro vita è misera.
Odio la "maniera", il barocco e
tutto ciò che si allontana,
dalla bellezza che non necessita di orpelli.
Penso che ognuno debba vivere come vuole,
e che nessuno di noi abbia la chiave della vita giusta.
Odio la cultura e il benessere,
quando allontanano dalle pulsioni vitali,
quando rendono tutto complesso
tutto difficile, tutto più falso.
Avrei voluto vivere in un'epoca senza tecnologia.
Amo la natura e la selezione naturale,
amo la parte animale dell'uomo che sento più vera.
Amo camminare a piedi nudi sull'erba,
i fiori e gli animali,
odio il cemento i grattacieli e le città.
La comodità, l'utilità, l'essenziale.

Eppure.

Trovo irresistibile il virtuosismo e il creare.
Mi entusiasma la forma anche quando è fine a se stessa,
l'arte quanto più è inutile.
Amo il dettaglio, e il capo ricercato,
mi lascio terribilmente influenzare dall'apparenza.
Mi piace stare nei locali, quando tutti si mettono belli
e ognuno ha pensato almeno una mezz'oretta cosa mettersi.
Amo i maglioncini di tessuto fine,
non amo le felpe,
nè tantomeno i jeans.
Amo la leggerezza e la risata di un film senza pretese,
di una festa sulla spiaggia
del dj che dice stronzate,
mi diverte entrare "con il tavolo" e quindi senza fare la coda
e andare nella zona vip;
mi affascina la serità dei bodyguard che
convince che entrare è una cosa importante.
Trovo la moda e l'arte
magnifiche espressioni di umanità,
esaltazioni della
"scintilla d'eternità" che ci differenzia dagli animali.
Mi commuovo per gli uomini buoni
per le vittime senza colpa
per quelli che pagano le tasse
e vanno in ansia se non dichiarano
tutto tutto al cent, che rispettano le leggi.
Amo gli orpelli e i dettagli
che regalano fascino alla realtà.
Penso che il popolo sia una massa informe
che necessita di essere guidata,
supportata, giudicata e punita.
Amo la cultura e il benessere, perchè senza di esse
non ci sarebbe la filosofia, l'arte,
perchè sono i passi dell'umanizzazione:
"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtute e canoscenza"
(Dante, Inferno XXVI, 118-120)
Mi piace vivere in un'epoca di pace
e vivere la rivoluzione informatica
e l'avvento del nuovo millennio.
Amo l'umanità, che è ciò che siamo
e cerco di sminuire le caratteristiche più animalesche dell'uomo
brutali e istintive
perchè la nostra mente deve saper controllare il nostro corpo;
la nostra coscienza guidare i nostri istinti.
Amo le architettire futuristiche e
camminare a piedi nudi sul parquet che è bello liscio;
considero un progresso le città
con i loro ospedali e le molteplici,
umanissime attrattive.
La bellezza, l'inutilità, il superfluo.

Seppur immagino sembri un inutile elenco di contrari senza scelta, in realtà è tutto vero. Un dissidio che sono io, che mi arricchisce ma mi sconquassa, che rende poco monotona quanto difficile la vita di chi mi sta accanto. C'è il giorno che ho bisogno di bellezza e di forma, quello in cui una comoda serata è il mio più grande desiderio.
Immagino, del resto, che per tutti sia un po' così, giornate diverse hanno umori e bisogni diversi, e ognuno colla sua complessità è un piccolo grande mondo da esplorare e conoscere. ("la più grande offesa è dire ad un'altra persona: ti conosco, ora so chi sei, come sei fatto", mi disse una riflessiva suora). D'altra parte, qualcuno è più lunatico di altri, qualcuno più visceralmente indeciso, mentre molti hanno scelto, hanno ben chiaro cosa piace e cosa no. Il partito, i valori, gli obiettivi: insomma, idee chiare.
Io, nel frattempo, senza troppi affanni, agiatamente,
brancolo...

martedì 22 aprile 2008

"La ragazza del lago" e il masochismo del cinema italiano contemporaneo.

"La ragazza del lago" ha vinto 10 David di Donatello, "premio cinematografico italiano, assegnato dall'Ente David di Donatello dell'Accademia del Cinema Italiano in diverse categorie e può essere considerato come l'equivalente per il cinema italiano del premio Oscar" (dice wikipedia).
Quest'anno questo film interpretato dal sempre bravo Toni Servillo ha trionfato aggiudicandosi tutti i premi più importanti: l'elenco è qui.
L'ho visto ieri sera: gran bel film, ottima opera cinematografica MA non entrerà nella mia lista (del resto ha già preso i david, non può mica avere tutti gli onori...). Considero infatti la pellicola un'eccellente opera d'artigianato, ma io ho bisogno del genio creativo, dello slancio, del poter dire: senza questo film, sarei diverso, impercettibilmente, ma diverso. Certo, ogni esperienza comunque lascia qualcosa, ma "qualcosa" può essere tanto o poco.
Questo film è un giallo, molto ben studiato e poco prevedibile, con la qualità di essere ambiantato vicino a casa nostra e questo ce lo rende estremamente più vero, rispetto ai milioni di omicidi (ecc...) che vediamo in un mondo altro, l'America spesso, che rimane il nostro mondo di finzione. Quando succede qui vicino, riporta alla mente le notizie del telegionale ed è... diverso.
Peccato, e molto mi dispiace, è che anche questo film non riesce a sfuggire al clichè del cinema italiano contemporaneo; c'è una ragazza morta e un'investigazione: benissimo. Perchè corredare il tutto con malattie varie sparse per i vari personaggi secondari? Siamo inevitabilmente un paese malato? O di malati? E qui non si sta parlando di una malattia psichica del possibile assassino che tra l'altro sarebbe poco originale, prevedibile ma comprensibile: no, malattie, tumori, autismi, malattie degenerative, di tutto un po'. Perchè io mi chiedo, perchè?
Poi ci si lamenta che la gente non va a vedere un film italiano... Se ogni volta bisogna armarsi di anti depressivi, allora mi spiace ma urlo "evviva De Sica a Natale". Se per avere un'opera d'arte, uno spessore (o per darselo...) siamo schiavi delle calamità e delle situazioni più tragiche, del gusto morboso di presentare situazioni malate, non per far tragedia, ma per stimolare empatia e il "piacere di piangere" alla "programmi del primo pomeriggio Rai o Mediaset" allora, niente supponenza, nessuna presunzione di esere migliori della tv.
E non ci lamentiamo se i cinepanettoni fanno 18 milioni al botteghino.
Ernesto Rafael Guevara De la Serna si chiede, nei suoi diari, perchè fare film tristi, pieni di malattie ed episodi tragici: non ne abbiamo abbastanza nel mondo reale?
I Greci risponderebbero "catarsi", ma loro in questo erano maestri. Oggi in Italia è puro gusto masochistico.
Le persone vivono nella realtà, cha ha già i suoi bei difettoni, quanti accettano di passare la loro serata di svago a martellarsi nei coglioni?
Pochi.
E io non riesco proprio a dar loro torto.

domenica 20 aprile 2008

Citare. Iniziando dal buon vecchio Gandalf

Citandomi sulle citazioni.
"Le citazioni superflue, a sproposito, sono male in quanto tali: a sproposito.
Ma di per sè, le citazioni sono tutt'altro che male.
Dobbiamo essere responsabili di chi prima di noi ha detto e pensato certe cose:
esiste la letteratura, esiste la storia, e non si può far finta di nulla."
E poi:
"Le citazioni non sono sempre e solo inutile sfoggio di sapienza. Quando sono necessarie, sono gesti di rispetto verso chi ha detto e ha scritto prima di noi, verso chi ha formato ciò che noi siamo."
E infine:
"Qualcuno prima di noi ha trovato un'espressione particolarmente favorevole nell'esprimere un concetto, tanto che sia inutile crearne una nuova: ecco quando si cita."
Si parlava della necessità o meno delle citazioni all'interno di una trattazione: come spesso accade, la soluzione sta nel nostro gusto, la scelta rimane dello scrittore.

Ho riportato queste citazioni sulle citazioni per introdurre il primo post dedicato ad una citazione che io amo molto, che spesso ho riportato, ma con qualche inesattezza semantica: ecco la versione originale, in italiano e inglese.
Siamo nel film "Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello", i 9 sono nelle miniere di Moria, Gandalf si ferma per ricordare la strada da percorrere. Frodo gli si avvicina per comunicargli di essersi accorto che qualcuno li sta seguendo; lo stregone grigio gli spiega che è Gollum. Frodo ha un umanissimo dubbio: non sarebbe stato meglio che Gollum fosse stato ucciso quando ciò era facile?
Traslato: è davvero sbagliato eliminare il male, uccidere il malvagio?

Gandalf:

"Many that live deserve death.
Some that die deserve life.
Can you give it to them, Frodo?
Do not be too eager to deal out death and judgement.
Even the very wise cannot see all ends."


"Molti di quelli che vivono meritano la morte e
molti di quelli che muoiono meritano la vita:
tu sei in grado di giudicare, Frodo?
Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi,
anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti."

Poi Frodo ha una debolezza, e altrettanto umanamente asserisce che avrebbe preferito non avere l'anello, e che non fosse successo niente di ciò che sta succedendo.
Certo, risponde Gandalf, tutti quelli che vivono in tempi bui non sono felici di viverli, ma non sta a loro decidere, e sentenzia:

"All we have to decide is what to do with the time that is given to us."

"Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso."

Già...

sabato 19 aprile 2008

"Volver", 49: nonostante il diluvio. Grazie e arrivederci!

Ho postato qui l'intera scheda che ieri è stata consegnata a tutti gli spettatori come esempio della scheda che ho preparato per ogni film, e perchè in questa penso di poter dare qualcosa anche a chi ieri non c'era.
Il diluvio ha sicuramente influito sulla minore affluenza, che ci permette comunque di raggiungere la media di 53 spettatori per film, ed essendo inizialmente il nostro obiettivo il pareggio del bilancio tra spese e ricavi (una trentina di spettatori), siamo andati ben oltre. Grazie a tutte le persone che sono uscite di casa, anche ieri con la pioggia ed il vento, per venire a trovarci.
La discussione post film ha avuto come principale tema il una presunta inverosimiglianza della trama. Eppure, nei suoi eccessi, seppur filtrata dal giuoco dell'arte, trovo la trama, il racconto, verosimile, perchè no: e dopotutto qualsiasi opera di finzione si basa sulla "sospensione dell'incredulità", come insegna l'estetica e la semiotica. Nel pormi di fronte a un libro, a un film, a uno spettacolo teatrale o televisivo, insomma di fronte ad un'opera di finzione, si realizza un meccanismo inconscio in cui accettiamo ciò che ci viene dato come vero, all'interno della situzione in cui ci troviamo. Il racconto di queste donne spagnole, autentiche, tra drammi e la leggerezza di chi è fortemente nella realtà e molto poco nell'iperuranio, pur coi suoi eccessi e le destabilizzazioni provocateci da reazioni mancate, o dalla facilità nel trattare argomenti scottanti (urlando ad alta voce la parola "cancro", per esempio) è figlia di una realtà di paese, superstiziosa e semplice, ma reale. Non è un'opera di fantasia: il fantasma, fantasma non è. Tutto quadra e se ciò che è lontano e diverso da noi dal nostro modo di pensare ci appare fin troppo strano, bè, dovremmo guardarci intorno nel mondo vario e assurdo e pazzo che ci circonda.

E la realtà si avvicinò all'uomo e un sussurro dolce sfiorò il suo orecchio...
Uomo, guardami: pensi ancora di avere una grande immaginazione? Riesci ancora ad esaltare il tuo genio creativo?


Il mio commento ha anche sottolineato la divisione del fim in due parti, tragedia e commedia, separati dall'apparizione della madre defunta (o considerata tale...). Con lei, la commedia entra nel film, cogli imbarazzi, le coperture, le incomprensioni; e Sole, la sorella della protagonista Raimunda, viene chiamata per la prima volta con il nome intero, Soledad (solitudine): e da quel momento non sarà più sola. Il tornare della protagonista ha cambiato gli equilibri e le situazioni di tutti i personaggi.
Un altro aspetto di cui si è parlato è la trama; qualcuno ha cercato il giallo nel film e l'ha trovato non così intricato, non così difficile: questo perchè non è un giallo. Alcuni aspetti del film rimangono irrisolti, piano piano capiamo sempre più cose, ma questo è necessario ai fini della godibilità di un'opera narrativa.
Il regista omaggia il film italiano del dopoguerra, e in particolare i personaggi femminili interpretati da Sophia Loren, Claudia Cardinale e Anna Magnani: quest'ultima viene citata esplicitamente quando la mamma della protagonista si ritrova davanti a un televisore che trasmette "Bellissima", film di Luchino Visconti del 1951, che ha proprio la Magnani per protagonista.
Fin dalla prima volta che ho visto "Volver" mi sono innamorato di istanti che sono memorabili: quando a metà della proiezione sentiamo la canzone che dà il nome al film, gli occhi lucidi di Penelope Cruz e l'interpretazione vocale di Estrella Morente mi commuovono, e mi ritrovo a sentire che amo e vivo il cinema proprio per quei momenti.

Questa esperienza del cineforum è stata: questo è già qualcosa. Realizzando alcuni sogni mi rendo sempre più conto di quali realtà preferisco, che è un passo in più rispetto ad un quotidiano aggionamento della classifica dei sogni più grandi.
Sono contento che sia stato fatto qualcosa di buono, qui, nel mio paese, e di aver contribuito.
Probabilmente l'esperienza si ripeterà in autunno:

grazie e arrivederci!

"Volver", la mia scheda del film

VOLVER
Regista: Pedro Almodóvar
Sceneggiatore: Pedro Almodóvar
Data di uscita: 19 maggio 2006 (Italy)
Durata: 121 min
Nazionalità: Spagna
Lingua: Spagnolo
con Penélope Cruz

Intro
Lo stesso Almodóvar ha definito questo film una tragicommedia, perché pur parlando di cose brutte, lo fa con uno stile leggero e con un ineffabile senso dell’umorismo che trasforma un dramma in un irresistibile e gioioso inno alla vita.
Il titolo del film (che significa “tornare”) è preso da un’indimenticabile canzone di Carlos Gardel, una delle più importanti figure nella storia del tango; ascoltiamo durante il film la sua opera, trasformata in un flamengo e cantata da Estrella Morente dietro le labbra della protagonista.
“Volver”, tornare, è sicuramente un ritorno alle origini per l’autore, alla sua Mancha, in una atmosfera di paese, autentica, con le tradizioni, le usanze e la genuinità di una Spagna non così lontana da noi, e in partcolare è un film di donne.
Il regista che in questi anni meglio ha saputo rappresentare le donne, con le loro fragilità e la loro forza, rende loro omaggio di nuovo in questo film, alla donna bambina, alla donna ragazza, alla donna matura, alla donna anziana e a quella timida e a quella estroversa: a tutto l’universo femminile, quello reale, perché reali sono le donne dei suoi film e ancor più in questo film. Non a caso la pellicola ha conquistato al Festival di Cannes, oltre al premio per la miglior sceneggiatura, anche il premio per la miglior interpretazione femminile, esteso eccezionalmente a tutto il cast: Penélope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, Chus Lampreave, Blanca Portillo e Yohana Cobo.
In particolare la protagonista, una bravissima Penelope Cruz ,è magnifica, florida, piena di vita e sempre attiva di fronte alle situazioni più difficili, ma anche capace della malinconia dalle lacrime dolci.
In questo film il regista non punta più a irridere o scandalizzare, come successo in passato: semplicemente racconta una storia, di donne e di Spagna e di paese, mettendoci di fronte divinità terrestri, concrete e sensuali;
con questo film Pedro Almodóvar raggiunge il rango di Maestro.
Buona visione.

Il commento scelto dall’autore del film
Lo stesso regista ha più volte citato un estratto di un entusiasta commento al film di Gustavo Martìn Garza, scrittore spagnolo.
Si parla dei personaggi femminili del film, appartenenti alla classe degli umili.
“È strano che ci facciano ridere perché la loro vita è piena di oscurità: stupri, incesti e crimini si susseguono senza sosta. In realtà, nei film di Almodóvar, abbondano i santi. Sono santi senza religione, senza il peccato dell’orgoglio, forse perché il suo cinema fa appello, come diceva Conrad, a quella parte di noi che è un dono e non qualcosa di acquisito, alla capacità di godere e meravigliarci, al senso della pietà, della bellezza e del dolore”.

venerdì 18 aprile 2008

Maiorca 2005: mas que nada.

Agosto 2005, una bella settimana di vacanza, noi quattro amici e basta. Magalluf sembrava più inglese che spagnola, ma il contorno e il contesto ci interessava comunque molto poco: ciò che contava era"spaccarsi".   Era la vacanza in cui un sogno è divenuto racconto... Tra un hamburghesa e..un'altra hamburghesa, il cointreau-corrente, spiaggia sole mare, discoteche che regalavano teli mare, palle gonfiabili, marsupi e quant'altro, la settimana passò rapida, ma il ricordo del mio stato fisico al ritorno non mi permette di aggiungere "indolore"... Ci siamo divertiti, abbiamo fatto nuove conoscenze, giretti in barca, finchè giunse il momento di tornare. In aeroporto, ancora a Maiorca, nell'attesa dell'aereo, era sera, giocavamo con la palla e la memoria riportava alla pubblicità della nike e alla sua canzone, "Mas que nada"... Ecco qui un nostro breve video-ricordo: il mio primo cortissssssssimometraggio.



P.S. Ho risistemato la lista dei miei film preferiti e quella delle traduzioni più divertenti di titoli.

giovedì 17 aprile 2008

Scrutando i risultati e sul federalismo

La prima reazione dopo i risultati delle elezioni, escluse le dichiarazioni politiche che devono sempre sottostare al gioco della diplomazia e della politica, da parte di noi comuni mortali, votanti vincenti o perdenti è stata: non pensavo tanta distanza.
In realtà, tanta distanza era molto probabile, ripensandoci:
nella storia d'Italia ha sempre vinto il partito che era all'opposizione; che ci piaccia o meno, l'unico governo che è rimasto in piedi per tutta la durata del suo mandato è stato lo scorso governo Berlusconi, che tra l'altro è quello che è andato più vicino alla riconferma, se pensiamo alla vittoria risicata della Sinistra di due anni fa; Berlusconi gode dello stesso consenso, anche perchè se non ci si scandalizza per le sue stronzate all'inizio, non si cambia certo in corsa.
La novità di queste elezioni è stato e rimane il Partito Democratico. Certamente è stato sconfitto, ma la scelta, forte, di correre da solo, ha ridisegnato gli equilibri politici italiani e trovo il panorama attuale migliore del precedente, tutto è decisamente più chiaro:
- il PD, sinistra moderata, sfrondato dei nomi di ideologie più o meno apprezzabili in quanto tali, ideologie, ma ormai sempre più sconfitte, (comunismo e socialismo) è un movimento compatto, nuovo, lanciato verso il futuro: creato per le prossime elezioni;
- L'Italia dei valori (che raddoppia i suoi consensi, grazie a politiche inflessibili per esempio contro l'indulto, e all'impressione che ha dato di accorgersi di essere nel 21esimo secolo: quindi internet, interventi su youtube, sul blog di Grillo, ecc), ala più intransigente del PD;
- l'UdC, centro, con il suo ruolo, lì dove deve stare;
- il Pdl, Destra moderata (anche se u po' meno della Sinistra);
- la Lega Nord.
Grazie dunque al PD, abbiamo fatto un po' di pulizia.
Io votante Idv ho perso, ma il mio inguaribile ottimismo mi evita di gridare alla catastrofe: dopotutto la larga maggioranza darà la possibilità di governare, e tra qualche cazzata, credo che uscirà anche qualcosa di buono (spero di non dovermi accontentare come la scorsa volta del divieto di fumo nei locali a fronte di una minore libertà d'informazione, o di una concezione della società e dell'istruzione schiava del profitta e cieca di fronte ad arte e cultura ecc). Vista la situazione, sono contento del successo della Lega, che non lascia io Berlusca libero di agire senza vincoli e verso cui ho sicuramente ho più simpatia che per l'astuto Silvio: infatti il partito di Bossi, chiudendo due o tre occhi sui vari eccessi o su manifesti degni di una battuta di Zelig, ha le idee chiare, e in particolare punta al federalismo fiscale, verso il quale non sono decisamente contrario, ma combattuto. A riguardo mi interrogo e rifletto: lasciare il Sud a se stesso suona come abbandonare il lato debole del Paese, certo, e ciò è male; d'altra parte, nel 1861, Unità d'Italia, si è aperta la questione meridionale, e dopo 160 anni la situazione è sì un po' migliorata, ma è ancora uno dei principaili problemi per il nostro Stato: che sia il momento di dare una possibilità al federalismo? Inoltre esclusi gli evidenti squilibri economici, idealmente io sono fautore di un maggiore potere alle regioni che da nessuna parte come in Italia presentano tra loro differenze assolute: ogni regione ha una sua splendida identità, risorse, qualità e difficoltà diverse, e popolazioni distantissime tra loro, dal siciliano quasi africano al trentino praticamente austriaco.
Vedremo.
Credo riguardo ai risultati che la Sinistra sia crolata perchè apparsa lenta, assente, vecchia, e i suoi voti si siano riversati nell'Italia dei Valori, nella Lega, e negli astenuti (a questo proposito Grillo ha aiutato non poco la coalizione di Berlusconi continuando nel suo demagogico e impulsivo insulto a tutto e tutti, perchè tanto tutti sono ladri e tutti sbagliano, e tutti sono uguali, Veltroni e Berlusconi. E allora via i partiti via tutto perchè tanto tutto fa schifo: continuo a credere che se Al Gore avesse vinto contro Bush, la Storia non sarebbe stata la medesima, ma certo, io non sono Grillo, dunque sbaglio). Riguardo ai progressi dell'IdV mi sono già espresso; riguardo al trionfo della Lega, che dire, io lo comprendo, e comprendo le ragione dei votanti. Quando si divide l'umido dal secco dalla plastica dal vetro dalla latta dal Tetrapack e poi come italiani si fa la figura nel mondo di quelli coi sacchetti dell'immondizia per le strade, girano i coglioni; quando in giro per il mondo sei italiano dunque mafioso, girano i coglioni; quando mandi più soldi di tutte le regioni a Roma e ne tornano meno che a tutti, quando per ogni spazzino milanese ce ne sono 25 a Napoli, e la situazione è quella che é; gli anni passano, la Lega nasce, la rabbia cresce, la Lega trionfa. Ci vogliono anni, ma accade, ed è normale. Io so che non è colpa del meridionale singolo, che abbiamo una storia diversa alle spalle, che abbiamo una cultura diversa, che non dobbiamo lamentarci perché in fondo noi viviamo tra strade pulite e loro nella merda, e non credo gradiscano, che noi abbiamo un milione di servizi più efficienti (sebbene il lamento è proprio di tutti gli italiani); però un altro dato forte è che conosco molti "terroni" (termine che non trovo offensivo come non trovo negri dispregiativo, è il modo che conta) stabiliti al Nord che hanno votato Lega.
Inoltre da segnalere la vittoria schiaccciante di Lombardo in Sicilia col suo Movimento per l'Autonomia del Sud.
Forse i tempi sono maturi, forse sarà un bene, forse un disastro, ma la decisione finale, comunque non dipende dalle mie riflessioni ne tantomeno da me: dunque, vedremo...

mercoledì 16 aprile 2008

Scrutando gli elettori.

Quando ci si trova in un seggio ci si imbatte nella burocrazia, e dopo gli inevitabili perchè, si capisce che è inutile farsi domande, la macchina dello Stato funziona così.
Ci si guarda intorno e ci si ritrova in una classe delle medie tra timbri, biro, matite, scotch, pastelli colorati bicolori, elenchi di nomi dalle mille pagine, buste bustine bustone ,lavagna e gesso; fortunatamente vibra un cellulare, tranquillità: non siamo tornati indietro di 15 anni.
Bene, o forse male: comunque, non siamo impazziti.
Elezioni politiche 2008.
Allora però, qualche pazzo c'è, da qualche parte: perchè non sto usando un pc?
Perchè la tessera elettorale non ha un chip per collegarla alla banca dati del Comune? Perchè ci sono ancora le schede elettorali da piegare mille volte? Non esiste altra soluzione? La tecnologia è rimasta fuori dal sistema delle elezioni con un enorme spreco di denaro e tempo per lo Stato.
Pazienza.
E via, timbri e sigle e annotazioni e conteggi e riconteggi e la ricerca manuale del nome del votante sull'elenco, in un oggi in cui neanche i dizionari usiamo più cartacei.
Un aspetto positivo c'é: le schede nulle e le X dei votanti sulle schede. Dalla X sulla scheda ti dirò chi sei.
Già.
Gran parte sono X normali, naturalmente, ma in molti casi sono uno speechio del votante; e allora se la scheda con scritto "C'HAVETE ROTTO I COGLIONI" parla da sola, anche le X dicono molto: c'è quella piccola piccola che non osa turbare le parole e le figure del simbolo in questione, educata e quasi timorosa, e c'è quella invece calcata mille volte, che diventa spessa spessa, mica che non si veda bene (95% Lega, non so se interpretarlo come voto senza dubbi, voto di rabbia o voto di protesta...)che ha risposto alle nostre perplessità nate dalla continua necessità di temperare le matite copiative per il voto; poi ci sono i geniacci che votano 4 o 5 partiti, chissà se consapevoli e con volontà d'irridere oppure no, e quello che invece, astuto o astuta, ha messo il segno colla biro per essere sicuro/a: infatti non ci sono stati dubbi, nell'annullarla (magari pensava che la penna non si cancella mentre la matita sì, mentre si usa la matita copiativa proprio perchè non può essere cancellata da nessuna sostanza mentre esistono in commercio dei solventi per gli inchiostri delle penne).
Poi si trova qualche insulto, qualche segnaccio e messaggi per la classe politica che però non arriveranno che a noi scrutatori in cui la rabbia del messaggio si risolverà in una fragorosa risata, in un grazie implicito per aver movimentato un lavoro che fa della ripetitività e della noia le sue principali caratteristiche, e infine scomparirà, lasciando segno della sua presenza solo nel numero delle schede nulle.
Sono esperienze che ho vissuto io in prima persona, ma un mio amico ha trovato anche uno splendido messaggino sgrammaticato all'interno di una scheda, che riporterei volentieri se solo me lo ricordassi bene (ritrovarlo in un commento a questo post sarebbe un'ottima sorpresa...).
Dietro a X normali, piccole o clacate, dietro schede nulle e schede bianche, ci siete voi, ci siamo noi, cittadini, popolo, laureati e semianalfabeti, dottori e contadini, vecchi e giovani, informatissimi che esercitano il diritto e disinformati disinteressati che svolgono un dovere, con dignità o con fatica.
Quello con la battuta pronta, quello che riferendosi a una ragazza prosperosa mi suggerisce ridacchiante: "ghem un bel senato a belusc!"; e quello invece che impazzisce e urla e s'incazza perché gli è stato messo un timbro in più sulla tessera elettorale per errore, finchè all'arrivo del carabiniere si ammansisce, capisce che basta una firmetta del presidente di seggio che annulla un timbro e non c'è problema, e smette di attaccare il diciottenne colpevole, urlandogli di sentirsi in colpa, di chiedere perdono, e accetta le scuse.
Del resto, l'umanità è varia, e non tutta civilizzata.
Ogni ora, ogni minuto passato nel seggio, permettendo di votare, mi chiedo in continuazione: è giusta la democrazia? È normale che il voto del docente di Scienze politiche valga quanto quello del votante che no riesce a capire in che sezione deve andare a votare? Non sarebbe possibile e mettere qualche limitazione, qualche mini-test d'ingresso? Alla fine, mi ritrovo umile, nell'impossibilità di trovare una soluzione adeguata, un'alternativa valida.
Troopo spesso ci si trova in questa condizione emotiva dopo gli esiti: "se la maggioranza della popolazione vota come ho votato io, la verità sta nella natura, nelle persone semplici, nella non-cultura; altrimenti me la prendo con la democrazia perchè votano in troppi che non sanno nulla, e invece dovrebbe votare un elite intellettuale".
Nel frattempo, io rimango incantato dalla varietà degli esseri umani, dei miei concittadini, che in questa situazione ho visto al 90%, perchè c'è più varietà umana che ad uno stadio di calcio, più che alla festa del paese, più che a messa: perchè a votare sono venuti quasi tutti.
E io, mi diverto a guardarci.

martedì 15 aprile 2008

Sull'amore per il mondo dello scrutatore e sulla malinconia del finito

Sei, sette di sera, un saluto, si torna a casa.
Non si vedeva l'ora, si è cercato di fare più in fretta possibile.
Quindi è finita, bene!
Bene...
Bene?
Perchè allora io sento questa sensazione di vuoto, questa malinconia...

"Melanconia,
ninfa gentile,
la vita mia
consegno a te.
I tuoi piaceri
chi tiene a vile,
ai piacer veri
nato non è."

(da "La melanconia", Ippolito Pindemonte).

Spesse volte riesco a gustarla, quando è intrisa di nostalgia, quando è agrodolce retrogusto di vita.
Ieri sera però, no: è la terza o la quarta volta che lavoro come scrutatore, ogni volta la stessa storia.
Ogni volta, seppur faticando, lo faccio con grandissimo piacere: non per i soldi (145 euro per: 3 ore il sabato pomeriggio, 14 domenica, 8+3 il lunedì; 28 totali circa essendo i preparativi di sabato e gli scrutinii di lunedì variabili in termini di tempo a seconda di numerosi fattori) ma per il contatto con le persone, il rapporto interpersonale, perchè ritrovo persone che mi stanno a cuore, che mi divertono o mi affascinano e che non vedo mai, e conosco nuove persone che nella loro unicià hanno sempre qualcosa da darmi, un sorriso diverso, un modo di fare nuovo.
La vita, è la vita.
Ne sono dipendente perchè da solo, quando sono solo, la vita non la sento: col mio prossimo, grazie al mio prossimo, tramite il mio prossimo mi sento vivo vivo VIVO.
Non è però solo lo stare in compagnia: la vita diventa passione per la vita in me quando incontro una persona nuova e la conosco. La novità mi stimola, mi cattura e mi rende euforico e mi affeziono agli scrutatori al mio fianco e mi affeziono anche a quella specie di paesino che diventa il piano-terra della scuola media di Bellusco, con le sue sezioni come rioni, e i personaggi famosi, come il segretario che sa tutto, e gli avvenimenti che passano di bocca in bocca: la sezione in cui è è andato il militare, quella in cui hanno litigato...
Ritrovo una componente rurale che non trovo altrove. Perchè il mio seggio diventa la mia casa per 14 ore filate + 10 ore filate in due giorni, più una cascina cha casa, più cortile. Con le sue simmetrie, le sue alchimie, l'esultanza per un conteggio giusto, la disperazione per un conto che non torna, il problema, la sua soluzione, le battute e poi i cittadini, vecchi giovani dottori tamarri uomini donne conoscenti amici familiari, ognuno con il suo sguardo, il suo silenzio o la sua battuta. E quelli che non sanno in che sezione devono andare, quelli che "perchè non mettere entrambe le schede nella stessa urna?" e quelli che impazziscono per un timbro in più, quelli che fuggono con la carta d'identità sbagliata e quelli che come me votano solo alla camera e allora sono ancora giovani.
Alla sera, la domenica, un'affettuosa buonanotte a una dozzina di persone che fino al giorno prima, per te non esistevano. Un buon caffè e un buongiorno la mattina dopo e si ricomincia...
Forse si chiama lavoro, forse quotidianità, quell'equilibrio che mi faceva sentire felice quand'ero al liceo, con la mia classe, la mia scuola e che ora mia manca perchè all'università non l'ho più ritrovato. Giocando da sempre a tennis, non ho neppure una mia squadra ora, anche se al tennis per me è un po' così, tanto che sebbene sia un lavoro, io sono sempre contento di vedere le persone, e sono certo che loro se ne accorgono.
Forse è proprio l'aria della scuola, visto che il seggio altro non è che una classe!
Tant'è, quando torno a casa dopo le elezioni sono malinconico. Perchè si muore solamente se si vive...
Così quando è finito il liceo, persone che ogni giorno erano i tuoi compagni di vita, 5 anni, scompaiono: così, con qualche addio ma senza crederci troppo si saluta, e non ci si accorge che è davvero per sempre.
Quando andavamo in campeggio con l'oratorio, poi tutti si tornava, e io in casa ero intrattabile per delle buone 24 ore, me la prendevo con chi c'era perchè non era "tutti quelli che non c'erano più".
Così qualsiasi altro evvenimento terreno: spesso dunque la mia pigrizia, con le mie giornate in casa, un po' grigie, è una fuga dalla morte che deriva dalla vita.
Tutto il contrario di quanto credo giusto, di ciò che teoricamante credo il modo migliore di vivere la vita: eppure durante l'università mi sono invischiato in questo mondo, in questo modo, in questo mood.
Se razionalizzo sono felice di aver conosciuto persone nuove, di aver riso e fatto ridere per 2 giorni e mi accorgo che da rivedere è la mia vita di tutti i giorni: questo del resto, lo ben sapevo...
Un sincero grazie dunque a Giorgio, Lara, e Veronica, miei
co-scrutatori, ma anche un saluto affettuoso a presidente con figlio segretario alla prima elezione: la loro inesperienza non è stata del tutto un male, infatti da oggi posso candidarmi per il futuro come segretario e presidente.
Un saluto a tutti quelli che sono rimasti nella mia testa, con le loro espressioni gergali o facciali, e uno sguardo curioso a me, perchè ancora mi sorprendo di quanto io mi possa innamorare di tutto, quando è vita.

Per concludere, un ricordo...

Una suora un giorno chiese a noi tutti, adolescenti: che cosa vi piace nella vita?
Un po' per battuta, un po' per scherno, un po' per sincerità io risposi: mangiare!
Invece che ridere e passare oltre, lei mi fece due o tre domandine per capire, e poi sentenziò:
non è il cibo che ami, ma la convivialità.
Le diedi ragione, le dò ragione.

sabato 12 aprile 2008

"Le vite degli altri", 59: si sale...

Sia stato il film, il maggiore tempo per organizzarsi a venire, un soddisfatto passaparola dopo la prima serata: difficile scoprirlo.
Forse soltanto coincidenze, però: 8 spettatori in più, si sale!
Se prima dell'inizio del cineforum ci avessero detto che avremmo totalizzato 110 spettatori in 2 serate, non ci avremmo creduto.
Grazie a tutti i presenti per la fiducia: spero sia stata ricambiata.
E dai pareri sentiti qua e là dopo i titoli di coda, credo di sì. Il film è sicuramente l'opera di maggiore spessore dei tre che abbiamo presentato; Florian Henckel von Donnersmarck (nome che non è poi così difficile da dire e da imparare, ma l'emozione gioca brutti scherzi) ha scritto e diretto una bella storia, che se a tratti pesa del grigiore impostale dal contesto in cui è ambientata (Berlino Est, 1984) ripaga con la forza del messaggio e con la suspence del finale.
"Oggi diamo il benvenuto a Florian Henckel von Donnersmarck, e al suo lungometraggio di debutto come regista e sceneggiatore: una rivelazione.
Comparso nelle sale tedesche il 23 marzo 2006, in sordina -l’autore era quasi un perfetto sconosciuto- il film è stato un caso: ottimi incassi e una pioggia di premi, ultimo dei quali l’Oscar come miglior film straniero.
Friedrich Hans Ulrich Mühe ha raggiunto la fama internazionale proprio grazie al ruolo di protagonista in questo film. Per questa performance, nel 2006 Mühe ricevette, tra gli altri, il Beste darstellerische Leistung – Männliche Hauptrolle (Premio per miglior interpretazione di un attore protagonista) alla più prestigiosa manifestazione cinematografica tedesca, il Deutscher Filmpreis, e il premio per miglior attore agli European Film Awards."
Questa la mia introduzione, arricchita da un ripassino storico sulla situazione della Germania divisa.
Il breve commento finale si è soffermato sulla scelta di questo film: la straordinarietà delle opere d'arti narrative, film o libri, sta spesso nella possibilità di raccontare vite di uomini comuni che la Storia non ha il compito di raccontare; grandi gesti di piccoli uomini, piccoli perchè non importanti, non ricchi, non potenti, ma d'animo e moralmente addirittura enormi.
L'elogio al buonuomo scritto in settimana sarebbe calzato a pennello.

Un altro punto sarebbe stato splndido sottolineare: la bellezza e l'arte (nel film le poesie di Brecht e la "Sonata per gli uomini buoni" al pianoforte), la bellezza dell'arte come unica via per toccare l'anima delle persone; nel film, l'arte è arivata prima della Storia rompendo il muro di Berlino nell'anima del protagonista (uno strepitoso Ulrich Muhe) cinque anni prima della caduta del Muro di Berlino.

Ma il film era lungo ed era un po' tardi...

Alla prossima!

venerdì 11 aprile 2008

"Juno", onis

L'accoglienza della stampa internazionale ha creato in me grandi aspettative.
La notizia sta nel fatto che non sono state deluse. Sono poche le commedie che ricevono la nomination per miglior film agli Academy Award, e quando vincono il premio come miglior sceneggiatura originale il dubbio che ci si trovi di fonte a una PERLA si fa consistente.
Un altro "Little Miss Sunshine"?
Eccome.
Personaggi ben studiati, estranei a stereotipi fin troppo ricorrenti nel cinema americano, e una trama che semplicemente non ripercorre lo stesso schema collaudato delle commedie americane, riescono a darci quella particolare sensazione di soddisfazione. Mi chiedo se non siamo stati abituati malissimo, e un po' in effetti lo credo.
Tant'è, ho trovato Juno adorabile, il film e la protagonista stessa
che dà il nome al film, colle sue canzoni, semplici e belle, perchè la vita va vissuta senza troppe paturnie: ogni nuovo giorno è un dono e solo alla morte non c'è rimedio.
Tratta un tema, una gravidanza imprevista in una ragazzina di 16 anni, in modo delicato e squisitamente originale, armandosi di buon senso nel raccontare la storia e nel presentare personaggi del 21esimo secolo (niente padri-padroni, matrigne-nemiche, e invece ragazzi maschi sensibili e dolci, ragazze spigliate e attive): dopo milioni di film politically correct, in cui si rimedia più o meno drammaticamente a quella che è vista come una tragedia,
una manifesta ondata di leggerezza, consapevole seppur sbarazzina.
Nella traduzione italiana troviamo un tentativo necessario quanto non sempre efficace, di riportare nella nostra lingua la parlata gergale della protagonista: meno peggio di altre occasioni, ma qualche espressione, tra lo sfigato e il ridicolo -sfido gli inventori a trovare sedicenni che dicano "OCCA" per ho capito- genera prurito.
Eppure mi ritorna il dubbio.
Quando si vede un film come questo, viene da chiedersi: personaggi originale, trama interessante, dialoghi brillanti oppure semplicemente personaggi, trama e dialoghi non uguali a tutti le altre commedie americane?
Nel dubbio, rimangono le fresche, ottime sensazioni che questo film lascia, perchè come dice Hansel in Zoolander:

EASY...

martedì 8 aprile 2008

Elogio del buonuomo

Di bene ce n’è tanto, molto più bene che male nel mondo:
eppure ogni giorno sentiam malefatte, perchè?
Un amico mi ricordava:
il male si fa sempre sentire, è chiassoso,
il bene è invece educato, e silenzioso…
Su 80000 200 spaccano tutto,
tra qualche bestemmia e qualche rutto,
di loro si parla e il calcio è violento:
79800 stanno al loro posto
su di loro ogni faro è spento.

Così oggi volevo elogiare,
non l’eroe il guerriero né il capo
ma quell’uomo che nella sua vita
dona gioia e sorrisi, tutto se stesso
per rendere l’arida terra,
eden di margherita.
L’uomo che ogni mattina si sveglia e va a lavorare,
poi torna con qualche battuta a mangiare
sfotte un po’ ma quando poi serve
c’è sempre coi suoi bei consigli...
Lo si vede calciare un pallone
nel cielo in alto in alto
fino a quando il bambino lì a fianco
copre gli occhi cercando nel sole
quella palla che come una stella
cade poi sul prato di verde:
rimbalza e ha il sapore di nembo...

Crede nella giustizia, nella verità
l'uomo buono che è uno e tantissimi
lotta per rendere quel che vive migliore
con buon senso e umiltà,
impegno, equilibrio, onestà.

Ogni giorno l’uomo buono fa il bene,
nessuno lo vede ma se sei vicino
lo senti:
rende il mondo un posto migliore.

Curioso e per sempre fanciullo
si sorprende ogni giorno
dell’opera d’arte più bella,
della vita che quella madre
Natura ha donato alla terra.
Ama l’acqua che scorre e le fronde
le ninfee, il martin pescatore...
E poi l’uomo, ultima perla
se stesso ed il suo vicino
il nostro corpo forte e capace
e la mente così veloce.

Crea ogni giorno qualcosa di più
senza ledere alcuno dintorno:
fa del suo meglio ogni giorno

e ogni giorno "fa il suo".

Lo ringrazio perchè
rende merito a se stesso e felice chi sta accanto,
onora la vita, dono di tutti,
ed è orgoglio della sua razza.
Non guarda indietro tra rimorsi e rimpianti,
ma avanti verso nuovi traguardi,
emozioni, scoperte, sorprese e risate:
sii sempre fiero, buonuomo,
perché è beato chi ti sta accanto.
Quelle volte che vedi
i furboni i ladroni i ricconi
guarda bene, non t'ingannare
non staranno mai meglio di te:
a loro è preclusa per sempre
la dignità.

Grazie

sabato 5 aprile 2008

"Centochiodi", 51: buona la prima.

I pronostici si sono sprecati: meno di 20, almeno 65...
Il botteghino ha emesso il suo responso: nella sala del cineteatro San Luigi di Bellusco, ieri venerdì 4 Aprile 2008, ore 21, per la prima serata del cineforum, Centochiodi, si sono accomodati 51 spettatori paganti.
Buona la prima, dunque.

Questa è la mia introduzione al film, estrarta dalla scheda ieir disponibile contenente anche dati tecnici e citazioni di autorevoli critici; intro che propongo per amor di completezza ma anche come invito alla visione del film per chi non era presente.

"Ermanno Olmi è da quasi 50 anni una voce diversa, profonda, sincera e sensibile nel panorama del cinema italiano. Ci ha sempre regalato spunti di riflessione sull’uomo e anche questo che lui stesso annuncia come ultimo film di finzione (tornerà ai documentari, suo primo amore) si mantiene fedele allo spirito. Un Olmi che, nella serenità di quella che lui chiama “la sua età avanzata”, racconta la storia di un professore alla ricerca di un nuovo contatto con l’essenziale, in un oggi sempre più figlio del superfluo.
Più che discutere è un film che dovrebbe farci riflettere, che ci invita a recuperare la misura di una vita che le misure le ha perse, a riconoscere il gusto delle cose semplici e ci ricorda la bellezza di dividere il proprio tempo e la propria vita con gli altri.
Buona visione."

La mia introduzione orale è stata volutamente più programmatica riguardo gli stimoli e le speranze del cineforum tutto, mentre  riguardo al film ho sottolineato l'amore per questo film lirico, e per la sua ambientazione nell'Italia centro-settentrionale, con quella cultura e quel dialetto così simile al nostro e così raramente raffigurato al cinema.
Il tutto un po' tremolante, tremendamente emozionato tanto da esordire con un adeguato "buongiorno!" alle nove di sera.

Il confronto successivo al film è piaciuto, ci sono stati interventi e pian piano mi sono rilassato pur rimanendo saldamente appoggiato al palco e a debita distanza dai primi spettatori seduti a metà sala.
Però è stato.
Sono proprio i miei errori, la mia emozione, le labbra secche e lo sguardo verso il terreno, la paura, il microfono che dopo il film non funzionava: tutto ciò mi dà la certezza che è successo davvero; finchè si sogna è tutto perfetto: non smetterò mai di sognare, ma viverlo, è un'altra cosa.
Il film, vero protagonista della serata, è piaciuto, e lui non ha avuto paura, ma matura e splendida opera d'arte ha regalato una magia, e sentirmi in qualche modo responsabile nel regalare questa serata, mi riempie di orgoglio.
Non avrei potuto desiderare per l'esordio un film che meglio rappresentasse me, la mia concezione della vita e il mio gusto per il cinema.

Una serata unica in cui finalmente ho picchiettato sul microfono e mi sono trovato in un ruolo in cui, nonostante l'emozione e la novità della situazione, mi sono sentito estremamente a mio agio.
Parlare mi piace...

A venerdì prossimo, "Le vite degli altri".

Intro cineforum

Pubblico la mia introduzione al cineforum "Primavera al cinema".

Il nostro cineforum

Ci sono moltissimi film,
gran parte di essi sono opere d’intrattenimento:
ci regalano una splendida serata,
risate o pianti,
attimi di paura,
oppure ci trasportano nella storia del protagonista
con la sua avventura,
i suoi obiettivi,
gli ostacoli sulla sua strada e…
il raggiungimento o meno del suo obiettivo.
Si riaccendono le luci, si esce dalla sala:
il film è finito, anche nella nostra testa.

Poi ci sono loro, le opere d’arte:
non che il confine sia sempre nettissimo,
ma in molti casi non ci sono dubbi.
Per riconoscerle, basta guardare dietro:
c’è sempre un’artista
che ha qualcosa da dirci,
che ha qualcosa da darci,
che ci propone temi su cui riflettere,
immagini che rimarranno imperiture nella nostra testa,
battute memorabili,
momenti di vera poesia.

Gli autori completi sono sia sceneggiatori sia registi dei loro film:
hanno immaginato il soggetto,
scritto i dialoghi,
creato i personaggi e le ambientazioni e poi
hanno trasmesso la loro storia in immagini.
Quest’anno diamo inizio a questo cineforum
proprio con tre autori a tutto tondo:
Ermanno Olmi,
Pedro Almodóvar ,
Florian Henckel von Donnersmarck,
con tre film che sono rispettivamente
un saluto,
una conferma,
una rivelazione.

Dacchè c’è l’uomo ci sono le storie,
e ci sono gli uomini che le sanno raccontare:
a noi
non rimane che ascoltare…

giovedì 3 aprile 2008

Vado e torno. Una via curiosa dell'evoluzione tecnologica.

Così, un giorno nacquero gli mp3.
Poco dopo, i lettori mp3. 
Il loro funzionamento era molto semplice: 
prendevi canzoni dal tuo pc, le copiavi o addirittura le trascinavi sull'hd del lettore che non era altro che una chiavetta usb con gli auricolari, staccavi il lettore dal pc e te ne andavi felice per il mondo con la tua musica. Poi è nato l'i-pod, l'inizio di un'evoluzione dei lettori: display più grande, gestione più semplice delle cartelle e design design design.
Con lui, i-tunes.
"Insieme al lettore anche il software! Uuuuuuuuh".
Peccato che usare il software non sia una possibilità in più, ma l'unica possibilità rimasta con un i-pod: il programma cerca nel tuo computer, crea una libreria personale coi brani presenti sul tuo computer, tra l'altro ignorando il tuo aver rinominato i files, e a quel punto con i-tunes puoi aggiungere musica.
E più i lettori si sono evoluti, più hanno preso esempio dall'i-pod, attenzione al design e display più grande in primis, ma anche l'utilizzo di un software che ha l'unico scopo di imporre limitazioni e di rendere la vita difficile all'acquirente, anche se mai nessun software di nessun lettore con cui ho avuto a che fare è vincolante come il software della apple.
Mi scuseranno gli i-tunes lovers.
Così, io che desideravo un bel lettore con display, qualcosa in più di una chiavetta usb con le orecchie, ma che si potesse usare come una semplice chiavetta, sono rimasto senza per un bel po'.
Finchè ha attirato la mia attenzione un'adesivo sulla scatola di un mp3-player che pubblicizza il "drag and drop".
Per capirci, si vanta di riavere una caratteristica che tutti i primi lettori avevano, come se appena ci vedesse ci dicesse con malcelato orgoglio: "io torno a comportarmi come si comportava il primo lettore mp3 in commercio", "io ho la stessa caratteristica di una normale chiavetta usb".
Il nuovo di questo lettore è che pur avendo display e design carino, si comporta da vecchio.

Curioso.

Davvero curioso e fa anche un po' ridere.

Davvero davvero curioso.


L'ho comprato.

mercoledì 2 aprile 2008

"My Blueberry Nights"


Ecco un film che di buon diritto entra nelle mie liste di film, direttamente in entrambe. Sto parlando di "Un bacio romantico" per noi italiani, di "My Blueberry Nights" per il resto del mondo: nuova opera del maestro Wong Kar Wai (o Kar Wai Wong, essendo quest'ultimo il cognome e coi registi di tutto il mondo occidentale pronunciamo prima nome e poi cognome), colui che ci ha regalato "In The Mood of Love" e "2046", che questa volta lascia l'Oriente per ambientare il suo film in America, con interpreti hollywoodiani e filmando in lingua inglese. La mano, però è sempre la stessa, ed è l'ennesima conferma che se c'è un'artista, avremo un'opera d'arte.
Inutile aggiungere che nessun artista del mondo sarebbe così folle da intitolare qualcosa "Un bacio romantico", la cui totale banalità e l'altrettanto totale assenza della benchè minima ambiguità (secondo ultime teorie letterarie una caratteristica pregnante delle espressioni poetiche) non lascia spazio ad immaginazione e stimola la nausea più che la curiosità: a differenza del titolo originale, "Le mie notti di mirtillo" o "Le mie notti al mirtillo" (rimane ovviamente sempre migliore il titolo in inglese così com'è...) che curiosità desta eccome, svelandosi solo durante il film.
Norah Jones è dolcissima, e le partecipazioni in secondo piano di Jude Law, Rachel Weisz e Natalie Portman sono da grandi attori. Non è un capolavoro, ma un bel film, con una fotografia onirica e una regia delicata.

Una ragazza che fugge, dopo la fine di un amore, i suoi incontri, i suoi sogni, lo scontro-incontro con altre vite e con il mondo, ma tutto raccontato da un grande maestro: qui sta la differenza.