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mercoledì 17 settembre 2008

Gli esami qualche volta finiscono

...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...

C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.

[Novecento, Alessandro Baricco]

Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...

Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..

Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)

Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.

Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello

"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso

Ormai si conosceva bene

"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,

ma erano tutti contenti

e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.

sabato 28 giugno 2008

Perchè non ci sono italiani forti nel tennis?

Quante volte mi è stata posta questa domanda...
Desidero quest'oggi puntualizzare alcune premesse che rendono mal posta la questione.
In un post precedente ho avuto il piacere di raccontare l'ascesa ideale di un tennista fino ai vertici: una delle conseguenze del discorso potrebbe essere che nel tennis basta semplicemente vincere. Non ci sono questioni di mercato, osservatori che ti debbano notare o allenatori che ti debbano "vedere": tu vai in campo e vinci, e se non perdi più, diventi il numero 1 al mondo.
Ovviamente questa idea, pur nel suo fascino, è miope nella realtà, perchè il tennista già forte a livello nazionale deve darsi completamente al tennis, allenamenti tutti i giorni e viaggi per il mondo, e il tutto a spese sue, essendo i finanziamenti della FIT, Federazione Italiana Tennis, insufficienti quando non ridicoli. Quindi in effetti non basta vincere, bisogna aver anche il denaro per poter giocare in giro per il mondo, almeno finchè si riesca non a guadagnare, ma almeno a rimanere in pari: ho conosciuto un ragazzo e una ragazza che sono stati 380 al mondo che hanno lasciato perchè non ci stavano più dentro con i soldi; chissà, magari, avevano raggiunto anche il loro limite massimo, certo è che pensare che il 380esimo giocatore al mondo non guadagni abbastanza per continuare a giocare, in un'Italia in cui in serie D di calcio è possibile -non è certo la norma, ma accade- guadagnare 70.000 euro l'anno, fa mangiare le mani al tennista.
D'altra parte, inutile lamentarsi, il calcio è stato eletto sport più bello del mondo, in Italia ancor più, e così sia, sebbene accade a tutti, dall'operaio all'imprenditore, di sorprendersi di quanti soldi guadagnino coloro che fanno anche il lavoro più divertente: ed è normale appaia ingiusto, e anche un po' folle. Ma questo è un altro discorso. Per quanto ne so, nel tennis, invece, dai 200 in su si inizia a sopravvivere, nei top 100 a guadagnare, nei top 20 si diventa ricchi, nei top 5, ricchissimi: questo vale per tutti i giocatori del mondo, ma altre federazioni sostengono i propri giocatori in tutt'altra maniera.
Fuor di polemica, questo discorso fa immediatamente emergere che "quelli forti" nel tennis sono 100 in tutto il mondo, e, inoltre, quelli conosciuti dai più sono molti meno: una decina, di media, da coloro i quali mi pongono questa domanda.
Evidentemente allora la domanda è: perchè da un po' di tempo non vediamo un giocatore italiano nei top ten?
Evidentemente non è molto facile arrivare nei primi 10 del mondo in qualsiasi cosa, che sia in capacità di cucire, giocare a PES o vendere un libro.
Di italiani forti ce ne sono, e molti, ma i top ten non si creano, capitano; basti pensare a Federer che è svizzero, a Nadal che è maiorchino, Djokovic serbo, Davydenko russo: insomma non è dai top ten che si giudica una nazione nel tennis, ma, per esempio dal numero di giocatori che ha nei primi 100.
Non bisogna mai dimenticare che abbiamo sempre il mondo come riferimento...
Questo è un momento piuttosto positivo per il tennis italiano: in particolare grazie a due giocatori, Seppi e Bolelli, rispettivamente classe '84 e '85 che stanno salendo in classifica e sono reduci da un ottimo Wimbledon: entrambi sono usciti al terzo turno, ma il primo sconfitto da Marat Safin (di cui ho parlato due post fa), in quattro set combattutissimi (7-6 3-6 7-6 6-4); il secondo battuto da Lleyton Hewitt, australiano ex numero 1 ed ex vincitore di Wimbledon, ma dopo aver battuto nel secondo turno Fernando Gonzales, numero 15 del mondo.
Nei primi 100 della classifica pre-Wimbledon, oltre a Seppi (n.30) e a Bolelli (n.46) troviamo anche Starace (n.57) e Fognini (n.86, ma classe '87!).
Subito fuori dai top 100 Volandri e Cipolla, rispettivamente al n.120 e n.130.

Quindi, seppur senza lesinare critiche alla federazione e al sistema sociale Italia, dove scuola e sport sono considerati nemici invece che alleati nella crescita personale di un individuo, la situazione non è così male: gli italiani forti ci sono, da qualche tempo non c'è un fenomeno, ma quelli mica si possono creare, fenomeni si nasce...

sabato 7 giugno 2008

[Doppio post: 2] La parabola della Terra piatta

Riferito al post precedente.

Si potrebbe commentare:
cambia i tuoi toni, altrimenti "passi dalla parte del torto".
L'ora è giunta, di fare chiarezza anche su questa idiozia.

Alcuni saggi dicevano che la Terra era piatta, lui no, per lui era rotonda.
Iniziò a spiegare ma gli risposero no, i calcoli saranno errati.
Lui rispiegò, e ancora e ancora e ancora ma lo accoglievano tra i sorrisini e gli sfottò. Ad uno di questi incontri c'era anche il popolo ad ascoltare. All'ennesima bassa considerazione dei suoi calcoli, delle sue teorie, e dopo accuse di egocentrismo e di secondi fini, l'uomo se ne andò riempendo di insulti tutti i saggi, rovesciano il tavolo e le sedie, maledicendoli sbattendo il portone.
"Siete dei pezzi de merda, incompetenti, vecchi pazzi impotenti del cazzo!"
SLAM.
Una signora del ceto borghese commentò: "così è passato dalla parte del torto!"
Un contadino non sapeva che pensare, ma percepiva un'ingiustizia, perchè lui sempre a contatto con la natura, sapeva che niente succede per caso, che c'è sempre un motivo; l'aristocratico istruito aveva gli strumenti per giudicare, aveva capito dove stava la ragione, ma sorrise: era più comodo, avrebbe continuato la sua vita di ozi e agi, letterari e no.
Era quell'uomo passato dalla parte del torto? Noi sappiamo che aveva ragione, indiscutibilmente. Era stato impulsivo, iracondo, volgare, maleducato, inelegante e anche un po' incivile. Insomma non si era fatto onore con quei gesti, ma era passato dalla parte del torto?
Assolutamente no.
Il concetto è: si può avere ragione o torto nel contenuto, si pùò usare come strumento una forma adatta o meno, ma i due campi non devono e non possono essere confusi. Sono sbagliate le intercettazioni: forse, forse no, ma cosa dicono?
Grillo è un demagogo populista, urla troppo e insulta troppo con sfottò idioti, d'altra parte ERA un comico. Il nostro giudizio deve rivolgersi però a ciò che dice, anche in disaccordo, ma senza perdere di vista la questione. Travaglio e gran parte della Sinistra mostrano sorrisini snobistici e spesso non tengono conto dei pareri opposti: ma dicono cose sbagliate?
Berlusconi fa le corna, mette i tacchi, si fa la tinta: ma i suoi atti di governo, quelli son da valutare.
Ma attenzione, anche la forma va presa in considerazione, anch'essa può guidare il nostro giudizio.
Tanto che per esempio, come ho espresso in un post precedente, mi trovo d'accordo con Moratti sul licenziamento di Mancini che oltre a vari aspetti contenutistici -partite decisive giocate male- si è basato su un vizio di forma, cioè il comportamento fuori luogo, il "cinema" che fatto dopo l'elimazione dalla Champions.

Basta non fare confusione tra i diversi aspetti:
dialettica e retorica sentitamente ringraziano.

[Doppio post: 1] Filippica contro la piattezza e il "ben pensare"

Rabbia.
Ci sono giorni che sono arrabbiato, proprio arrabbiato: questo aggettivo che le maestre elementari ti spiegavano errato da usare, "perchè non sei mica un cane che ha la rabbia".
Che tristezza.
Ma sono anche incazzato, adirato e mi infurio.
Quali sono i motivi validi per avere uno scoppio d'ira?
Mi dicono quelli importanti, e si dimenticano che "importante" è "ciò che importa", pregno alla base di un'inevitabile soggettività: che viene, a torto o ragione, oggettivata traducendolo in "ciò che importa ai più".
Peccato che siano tutte cazzate, perchè l'ira è uno dei sette peccati capitali qualunque sia la causa scatenante, e può esserci solo una maggiore comprensibilità a seconda di quanto la causa sia più generalmente accettata.
Io mi incazzo per l'ipocrisia, e mi incazzo per la verità, per difenderla, per non accettare con un sorrisino una stronzata: e mi sa, che lo farò sempre più, a costo di divenire più antipatico. Quando sarai lì davanti a me dunque, homo oeconomicus, con la tua boria da arrivato perchè stai fabbricando denaro, non aspettarti il mio plauso: stai umiliando il genere umano, con le tue basse pretese, la villetta e il SUV.
"In Italia troppa gente pensa solo a gudagnare e a fare i soldi perchè è troppo stupida per fare dell'altro nella sua vita": non l'ho detto io, ma quanto mi piace.

Ci vuole moderazione. Sì? Finora sono stato moderato, ma io, dentro, non lo sono affatto. "Non eccessivo, contenuto o ridotto entro i limiti imposti dalla convenienza o dalla tollerabilità". Me ne fotto dei limiti, mi dispiace solo risultare inelegante: "in una situazione del genere non ci si comporta così", vaffanculo.
Ecco, questo post è inelegante, e non è moderato: io non lo sto moderando, non sto ponendo limiti alla mia espressività. Non che di solito sia stato così difficile non cadere nella scurrilità più banale, semplicemente non era necessario. Ma un vaffanculo al punto giusto è insostituibile, chiedetelo a Grillo.
Ma moderato non è anche un po' frenato? Un po' meno puro, un po' più falso?
Diplomazia è civiltà, ma non anche paura? Solo saggezza o anche un po' lavarsene le mani rimanendo passivamente senza una posizione?
Troppo spesso accetto tutte le posizioni, almeno in via teorica: anche quelle inaccettabili, e anche basta.

A questo punto una filippica può iniziare.
Contro tutti voi che non avete un cazzo da dirmi nè da darmi
di nuovo;
che non perdete tempo a teorizzare perchè bisogna agire;
perchè pensare è inutile, e non fa utili;
perchè quando la fate, non abituati, siete banali e noiosi,
già visto, già sentito, dalle posizioni già considerate;
perchè ho bisogno di stimoli,
di idee nuove che seppur tali non siano mie:
e non me ne date;
voglio un punto di vista che non ho considerato,
una posizione inesplorata;
regalatemi una risposta imprevista,
un'obiezione non pensata:
ve ne prego;
non insegnatemi le vostre cazzate che già so e spesso ho rifiutato:
perchè dovete obbligarmi davvero a riconsiderare quel mio destino di cadere in una lettura continua per avere qualcosa di più?
Io vi amo cazzo, infine, coi vostri occhi e il vostro esistere, con la vostra vita e tutto ciò che quelle parole sapienti non potranno mai essere, essendo lì, inchiostro nero su foglio bianco, senza colori nè movimento: ma amo la purezza del villaggio, del buon uomo che lavora da sempre e che paradossalmente spesso, con la sua coscienza popolare e il suo spirito autentico, ha pure qualcosa da dirmi.
Ma tu, "quello che ben pensa",
falla finita:
di gridare allo scandalo ad ogni piè sospinto,
di rispettare la forma più del contenuto,
eppure senza avere alcuna percezione della bellezza.
E poi, che fai?
Insegni pure?
Naturalmente, certo.
Insegnami ciò che ho già disimparato, riportami indietro dai mille chilometri che ho fatto innanzi a te, certo. E io ti dirò hai ragione, dopotutto, lo dicono tutti...
Sarà però che "quando sono in tanti d'accordo con me, ho sempre la percezione di essere nel'errore" (Wilde)
Sei semplicemente ridicolo.

mercoledì 28 maggio 2008

Contro lo snobismo intellettuale e il pregiudizio; pro Giusy Ferreri, la rivelazione di X-Factor.

Tra i vari reality o programmi popolari, tanti tendono ad avere un ribrezzo spesso assoluto: snobistico. Così, da schiere d'intellettualoidi o più spesso d'intellettuali ma arroganti e presuntuosi, questi programmi, nessuno escluso e senza distinzioni, vengono considerati uno dei mali d'Italia, essendo questi tali privi della capacità di comprensione e dell'ampiezza di visione che impedirebbe loro di colpevolizzare programmi, artefici e spettatori. Troppe persone hanno necessità di ergersi al di sopra degli altri, di sentirsi parte di un elite: seppure questo sentire, alle volte, è inevitabile, se il proprio grado di cultura o educazione o denaro è superiore alla media, e in un certo modo anche accettabile, ciò che proprio in pochi riescono a fare, è disporre della propria cultura, ricevuta in dono grazie a una condizione natale fortunata, non da innati meriti, in modo da rapportarsi con ogni altro individuo comprendendo le diverse necessità di ogni classe sociale, accettando gusti magari meno educati senza sentirsi in diritto e dovere di condannare.
Questo atteggiamento è riscontrabile in potenza in molti liceali, che tendono ad assumere una posizione di arrogante superiorità coi coetanei che fanno altre scuole: a tutti noi è capitato, più o meno, stupendosi per esempio che Paolo Meneguzzi venda i dischi, di sentirsi in una società arretrata e a noi aliena, e che questa ci provocasse reazioni di rivolta e bisogno di prendere le distanze; ancor di più nei confronti di ignoranze violente che nei gusti...
(Rimanendo nell'estetica, altro punto di vista comune e sbagliato, è quello che si pone contro la televisione tutta a favore dei teatri, come se la bellezza dipendesse dal mezzo e non dal messaggio: come quelli che stimano comunque di più un libro di un film, senza accorgersi che forse, forse, è più culturale Ingmar Bergman di Clive Cussler, ma anche "Il senso della vita" di Bonolis rispetto a uno spettacolo teatrale mal riuscito).
Due sono i gradini importanti per una completa maturazione etica e civile.
Il primo passaggio sarebbe quello di comprendere e accettare che vedere "Uomini e donne" non è una colpa, e chi lo vede non è da condannare: va da sè che questo non implica un approvazione del programma o un giudizio positivo nei suoi confronti, ma il mondo e la vita non ha bisogno solo di Dostoevskij e Kubrick, ma anche di leggerezza (e niente è difficile come creare una leggerezza intelligente, dunque spesso ci si accontenta...).
Il secondo passaggio è riuscire a discernere tra programmi trash e no, non secondo il format ma confrontando i risultati: e anche nello stesso programma, tra momenti e caratteristiche positive e meno, senza pregiudizi, senza confondere GUSTO e ESTETICA.
Un esempio: i tanti reality pieni di sconosciuti o di ex famosi, sono figli di un gusto voyeuristico ma privi di una qualsiasi forma d'arte; ma "Amici", per esempio, seppur presentati da Maria De Filippi, è luogo dell'arte dello spettacolo, spazio per ballo, canto e recitazione. In particolare il ballo non ha spazio in tv e lì è stato trovato: è questo deprorevole? Piuttosto lo sono le parti del programma che lo rendono reality, le lettere strappalacrime, i litigi più o meno combinati, ma l'idea di porre una scuola di spettacolo, d'intrattenimento artistico in televisione non è male.
Tuttavia, personalmente, non riesco ad apprezzare il ballo, per la recitazione preferisco andare a teatro mentre per il bel canto, che amo molto, "Amici" presenta, per quanto poco l'ho visto, sempre le stesse canzoni, e un pubblico -un target- in effetti molto molto teen.
Non lo seguo, non lo amo, lo apprezzo a tratti ma non lo condanno di certo.

Ieri, invece è finito X- Factor, su Raidue.
[Per chi non ne ha mai sentito parlare: gara di cantanti che propongono cover ogni settimana. Divisi in 3 gruppi - non squadre!- uno composto da ragazzi/e da 16 a 24 anni seguito dalla famosa discografica Mara Maionchi, un secondo di cantanti sopra i 25 capitanata da Simona Ventura e una terza di gruppi vocali con a capo, udite udite, Marco Castoldi in arte Morgan. Ogni settimana il pubblico votava e tra gli ultimi due classificati, spettava ai tre capitani-giudici eliminarne uno].
Il programma è stato teatro dell'atavico scontro di cui sopra, tra la popolana Ventura con i suoi giudizi e gusti facili e naturali, e un Morgan musicologo dai gusti fin troppo ricercati con una disperata voglia di mostrarsi, ancor più di quanto lo sia, come elemento fuori dagli schemi. La sua preparazione e la sua personalità gli ha permesso di proporre ai suoi gruppi brani spaziando da De Andrè agli Who, da Lou Reed ai Pink Floyd: ciò ha indubbiamente elevato il livello artistico, musicale e culturale del programma, ma il suo comportamento è spesso caduto in "ribelli" insulti alla omologazione del gusto del pubblico e dunque alla Ventura (che effettivamente ha dato spesso mostra di essere incompetente in musica) dando mostra di quello snobismo tanto diffuso quanto espressione di poca maturità; la Simona nazionale, dal canto suo, non è stata per niente fuori luogo e ha avuto il merito di buttarsi anche in un ruolo più adatto ad addetti ai lavori, impersonando al meglio il senso comune e un'ingenuità di giudizio comune a moltissimi che amano la musica sebbene ne conoscano poco strumenti, mezzi, storia e possibilità.
Morgan ha avuto dunque gioco facile nel risaltare come intellettuale, come genio artistico: l'unica sua sfortuna è stata la partecipazione di Elio nelle ultime due puntate, che tra parrucche magnifiche, è stato giudice super partes incommensurabile, preparato (è diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nel flauto traverso, e la sua band "Elio e le Storie tese" in attività da 30 anni) dai giudizi seri, intelligenti, rispettosi, sempre estetici e mai di gusto, insomma culturalmente maturi (mentre il buon Morgan nelle sue vibranti e passionali elucubrazioni tende spesso a manifestare un certo disgusto, appunto snobistico, per il pop, scordandosi di essere su Raidue e non al Blue Note).
Ieri sera la finale, per premiare chi ha il Fattore X che distingue una persona che canta bene da un cantante; i quattro finalisti hanno avuto il privilegio di cantare un inedito a testa, dagli autori celebri tra cui spicca Morgan, che ha scritto per il gruppo Aram Quartet, che infine ha vinto sulla seconda classificata Giusy, con una canzone scritta da Tiziano Ferro.
Quest'ultima è risultata tuttavia la vera rivelazione del programma: è a mio -ma non solo mio- parere veramente veramente brava, originale con una capacità e una spontaneità sul palco da lasciare senza fiato, l'ennesima dimostrazione che quando qualcosa viene facile e bene si vede, eccome, da occhi esperti come da occhi ingenui.
A me il suo stile fa impazzire, un po' Amy Winehouse ma con un sorriso italiano, più pulita e sbarazzina, protagonista della sua favola, da commessa a Raidue.
Giudicate voi, "Non ti scordar mai di me" è il titolo dell'inedito: io attendo il suo cd, perchè anche se non ha vinto il contratto-premio del vincitore, credo proprio che ne sentiremo parlare ancora, avendo Tiziano Ferro sulla sua pagina di Myspace dichiarato che produrrà il suo disco...

lunedì 17 marzo 2008

Film: titoli originali e "traduzioni" italiane

(Mi scuso ma ritorno sull’argomento un’ultima volta.
Mi scuso anche per qualche esempio citato di nuovo.)

Creatività?
Incapacità?
Marketing?
Intraducibilità?
I motivi che portano a creare traduzioni traditrici dell'originale sono molti.
Una traduzione è sempre in qualche modo traditrice, qualche contenuto si perde inevitabilmente, molte sottigliezze sono difficilmente trasportabili da un contesto linguistico ad una altro: ecco, nel prossimo post, una lista di titoli originali e rispettive "traduzioni" italiane in cui tutte queste giustificazioni non bastano.
A volte, raramente, i nuovi titoli, inventati, sono anche belli, rarissimamente, sono più adatti dell’originale:
anche in quel caso, che diritto ha un traduttore di vestire la maschera dell’autore? Non dovrebbe comunque cercare di rimanere invisibile per quanto possibile?
Non potrebbe semplicemente “fare il suo”?
A quanto pare, no.
In generale io sarei per lasciare il titolo originale riguardo i titoli in inglese, che ormai piaccia o meno è la lingua internazionale, ma anche per le altre lingue, sia nei casi in cui sono titoli comprensibili da un italiano senza bisogno di aiuto, sia negli altri casi, magari con l'aggiunta di un titolo esplicativo in italiano.
Invece.
La maggior parte sono titoli completamente reinventati;
poi ci sono altri "stili", modi,  colpi di autentico genio:
titoli che riportano il titolo originale per poi aggiungere un sottotitolo tanto inutile quanto fuori luogo (Es. “Superbad” diventa “Suxbad- Tre menti sopra il pelo”);
titoli non riportati in italiano, ma in simil-inglese! (“Van Wilder” viene chiamato “Maial College”, o “79 qm DDR”, tedesco, si trasforma in “Goodbye Lenin”);
leggere modifiche senza motivo di esistere ( “Bowling for Columbine” diviene “Bowling a Columbine”, e “The Curse of the Black Pearl” diventa “La maledizione della prima luna”);
traducono dove possono lasciare l'originale, altre volte lasciano l'originale che solo un madrelingua può capire.
Insomma le vie dei titolisti italiani sono infinite.
Stilerò un elenco delle migliori prove di questi autentici geni, apprezzo qualsiasi suggerimento o nuova scoperta che potete facilmente comunicarmi in commenti a questo post o ancora meglio direttamente a quello con l’elenco dei titoli (così come apprezzo suggerimenti e consigli alla mia lista dei film amati e apprezzati)...
Ricordo che entrambe vengono aggiornate periodicamente e gli aggiornamenti romangono in grassetto per almeno un mese dopo la loro aggiunta.

P.S. Dopo questo post, con trailer, titoli e “traduzioni “ la smetto.
Forse…

venerdì 14 marzo 2008

Il trailer come un aroma.

Stasera cinema?

E così si decide, si va e se non si è abbonati o affezionati ad una rivista di cinema, la  scelta del film dipenderà dal passaparola, dai titoli e... dai trailer.
Il passaparola,
bè, necessita qualcuno di cui ci si fida: rimane un ottimo sistema;
i titoli,
molto importanti (incontrando tuttavia molti film stranieri ho già ricordato l'attenzione maniacale necessaria atta a evitare gli infelici virtuosismi dei titolisti italiani: un qualsiasi "Up the creek" non avrebbe mai immaginato di divenire "Zattere, pupe, porcelloni e gommoni", eppure, l'hanno fatto davvero, o per tornare ai nostri giorni, se cercate "Happily N'Ever After", lo potete trovare solo travestito da "Cenerentola e gli 007 nani" -oltretutto, Cenerentola, non Biancaneve: assurdo...);
i trailer.
Ah, belli i trailer, qualche immagine di presentazione del film, qualche frasetta giusta, scritta o parlata, e via a conquistare la nostra curiosità!
Sono il profumo della pietanza,
una bella foto di una città,
la descrizione di un tipo, un personaggio, che devi troppo incontrare:
cosicchè, incuriosito, sentendo il profumino del pane appena sfornato prendi una soffice focaccia;
dopo le foto dell'amico andrai a vedere di persona quella città, e ne godrai;
vorrai conoscere quel personaggio di cui ti hanno tanto parlato e ne rimarrai affascinato.
O forse no,forse rimarrai deluso:
la focaccia troppo unta;
la città troppo inquinata;
il personaggio, solo una persona un po' strana.
Quello è però il passo successivo,
il profumo, le foto, la descrizione, hanno raggiunto il loro scopo:
incuriosire, attrarre, affascinare.
Così è il trailer: non ha importanza se poi il film soddisfi o meno,
deve solo mandarti a vederlo.
O così dovrebbe essere. 
Ultimamente i trailer invece sono lunghissimi,
raccontano il film, non lo presentano soltanto,
sprecano le battute migliori,
anticipano le sorprese:
non più profumi,
sono racconti dettagliatissimi ed eccitatissimi:
e dopo che il fornaio ci racconta per un'ora quanto è buona la sua focaccia,
dopo ore di amico che presenta la città visitata come assoluta,
e dopo troppe citazioni di quell'amico personaggio...
La focaccia ci va di traverso senza neppure un assaggio,
la città diverrà l'ultima della lista delle città da visitare,
il personaggio ci sta già sul cazzo prima di conoscerlo.

Chi si ricorda il trailer di Kill Bill Volume 2?
Quello sì, era un profumo soave, un accenno e... nulla più:
un'esca irresistibile.
O traileristi miei, fatte i bravini:
io non voglio sapere come va il film, l'intreccio, gli amori,
e non voglio intuire la fine del film... dal trailer!
Perchè poi il film rischia di deludere, di non dare più di quanto ci aspettassimo,
di risultare prevedibile.
Sempre che io sia andato a vederlo e non mi abbiate nauseato prima.
Non mi lasciate di imprevedibile solo la traduzione del titolo.

L'aroma.

Quello è cio che desideriamo tutti, e basta:
l'aroma del film.

Lasciateci godere il nostro caffè.

martedì 11 marzo 2008

Film: titoli e titolisti

Partiamo dal postulato che la traduzione è un processo traditrice quanto essenziale; diverse sono le teorie sulla traduzione, molteplici le possibilità di tradurre, ognuna coi suoi pro e contro. Alle volte una traduzione letterale, che pare a noi la più semplice e giusta, non riesce a riportare nella lingua d'arrivo tutti i significati dell'originale, o addirittura in alcuni casi perde di senso. Saggi universitari -parlo di dimostrazioni trattate nelle università, non di barbuti sapienti che girano per atenei- trattano il problema a fondo: non è certo questa la sede per una lunga dissertazione sull'argomento.
Scendendo le scale tonali fino ad arrivare al mio blog, c'è però nelle traduzioni un movente scandaloso, che toglie valore all'arte del creare, a quella del tradurre, a quella del teorizzare.
Si chiama marketing.
La mia rabbia contro i titoli infedeli è esplosa con "Eternal sunshine of the spotless mind". Il titolo è stato trasformato in "Se mi lasci ti cancello". Il film, di Michael Gondry, ambisce essere un'opera d'arte, non di solo intrattenimeneto, e a mio parere ci riesce appieno. Il titolo originale è un verso di Alexander Pope,  verso citato testualmente in una battuta del film, ma essendo il protagonista Jim Carrey, perchè non mettergli un bel titolo stile "Se scappi ti sposo" (Runaway Bride, n.d.r.)? La mia è una supposizione, magari non è una ragione di marketing.. quale se no?
La mia idea di traduzione crede in una traduzione che esprima il più possibile la volontà dell'autore. Potremmo pensare che come titolo di film "L'eterna luce solare della mente immacolata" sia lungo, poco vendibile, d'accordo; ma se quella è la volontà del creatore che diritto hanno di mettere un titolo che non presenta il film per cio che è, anzi gli dà una veste nuova e inadatta? Che diritto hanno? I diritti d'autore, naturalmente.
Tra l'altro mi sembre un'operazione di marketing ridicola, in quanto 
un titolo del genere chiama a sè un pubblico a cui il film non piacerà 
attendendosi un film leggero d'intrattenimento e imbattendosi in un 
film che richiede attenzione, e lo stesso titolo fa storcere il naso 
a coloro i quali il film apprezzerebbero.
Gli esempi curiosi, imbarazzanti e divertenti sono moltissimi: "Goodbye Lenin!" è la traduzione di un titolo tedesco "79 qm DDR" , letteralmente 79 metri quadrati di DDR (Deutsche Demokratische Republik,Repubblica Democratica Tedesca: la Germania Est); pochi sanno in Italia mentre ovvio in America che Ocean's Eleven sia un remake di un film del 1960, appunto Ocean's Eleven (da noi "Colpo grosso"!); "La maledizione della  prima luna" è la traduzione di "The Curse of the Black Pearl",
letteralmente "la maledizione della Perla Nera" (per chi ha visto il film la barca di Jack Sparrow-Johnny Depp): perchè? "Walk the Line", celebre canzone di Johnny Cash, intitola il bel bio su di lui: proprio obbligati a chiamarlo "Quando l'amore brucia l'anima"?
Gli esempi si susseguono, ecco qui una lista, in continuo aggiornamento, per farsi qualche risata o sbigottire.
Buon divertimento.

Siamo in un mondo grande, molto più grande di un tempo e sempre 
più grande. 
Dare sempre un occhiata ai titoli originale è buona abitudine:
è un altro modo per rispettare i diritti d'autore.

giovedì 14 febbraio 2008

Eccomi: in difesa di San Valentino.

Amore.
Solo l'amore poteva convincermi infine a scrivere.  
Quanto stato difficile rinunciare all'uso della sola oralità.
"Verba volant, scripta manent" in effetti non mi ha mai convinto: 
perchè scrivere è fatica, 
perchè anche se rimangono le mie parole scritte
potrebbero non interessare a nessuno, 
ma soprattutto, 
perchè io le parole volevo proprio lasciarle volare!
Eppure quel bisogno di comunicare, raccontare, divertire 
è ormai irresistibile,
e tenterò di trasformare in vesti dalle preziose finiture
quella che altrimenti sarebbe gabbia di inchiostro e carta.
E scrivo dunque:
in difesa di San Valentino.
Non del Santo, proprio della festa.
Sono tanti che la criticano, troppi, e tutti sentendosi
originali e profondi:
perchè San Valentino è una festa consumista;
perchè se ami davvero, non devi dimostrarlo solo a San Valentino;
perchè tanto è un giorno come gli altri.
Così, orde di consumisti possono non esserlo per un giorno,
greggi di superficiali possono indossare oggi
la bianca toga della profondità,
uno stormo di oziosi potranno non pensare a cosa regalare.
Bè, parlo a voi:
siete ridicoli.
Nel trasformare un'occasione in un obbligo,
nel vantarvi d'originalità -tutti insieme!-
nel dare l'ennesima prova di finta riflessione.
Magari meglio essere profondi tutti i giorni
e vivere le FESTE come tali e nulla più, spensieratamente;
magari i riti sono solo momenti, trecentosessantacinquesimi
dell'anno per ricordare qualcosa di bello;
magari dare così tanta importanza a San Valentino
rifiutandolo in modo così ben ponderato e motivato
non è tanto da profondi ma più da chi non sa davvero
su cosa spendere il tempo dei propri pensieri.
A chi piace festeggi a chi non piace rinunci, in completa libertà,
ma non sentitevi migliori...
Non fatemi sentire che non lo fate perchè è una festa consumista,
perchè le feste consumiste non esistono:
esiste solo il modo in cui viverle, consumista o meno.

Buon San Valentino amore mio che mi leggerai
buon San Valentino a chi ha un'amore sicuro e appagante
e ancor di più a te che stai lottando per il tuo amore,
che stai soffrendo perchè non ricambiato:
perchè sei tu che lo senti di più,
nella passione, furiosa e irrazionale
del mal di stomaco e dei sogni ad occhi lucidi.

Tutti i giorni e oggi più che mai,
evviva l'amore!