domenica 2 marzo 2008

Il 58° Festival della canzone italiana

Anche quest'anno il Festival della canzone italiana è finito, anche quest'anno mi ha incuriosito, interessato e divertito. A tratti, evidentemente, ma a me Sanremo piace. Forse perchè amo le tradizioni, forse perchè amo la canzone italiana e le canzoni tutte quando diventano connubio armonioso di parole e musica:
parole in musica.
Non così diversamente dai cantori trobadorici medievali, i cantautori odierni sono poeti in musica e sebbene un mio docente universitario disse che "per quanto io ami Fabrizio De Andrè, grandissimo artista... chiamarlo poeta, bè... Montale dà qualcosa di più" in questo momento storico in cui la poesia occupa uno spazio in terzo piano, anche in quarto, sono gli unici che riportano alle persone, alla gente, il piacere della parola, il linguaggio come strumento delle emozioni.
Mentre durante tutto l'anno tanti brani che incontriamo subiscono la necessità delle vendite e dell'immediato successo, qualcuno qui a Sanremo si presenta ancora come artista, presentando grandi temi, musiche azzardate e interpretazioni spettacolari.
Baudo e Chiambretti, insieme, complementari d'altezza e modi, hanno presentato in modo frizzante una trasmissione che ha nel suo nascere la noia, essendo un elenco di canzoni in gara.
Le vallette sono state molto scarse: non ballerine, non cantanti, si sono cimentate in performances di certo non memorabili, e non se la sono certo cavate meglio in stacchetti e battute IMBARAZZANTI per loro che le dicevano e per chi le sentiva.
Meglio scegliere ballerine se si vogliono far ballare, delle cantanti per cantare -io evidentemente a Sanremo eviterei-  entità pensanti, belle ragazze brillanti se le si vuole far partecipare alla conduzione. Nel 2008 vallette così sono un'offesa alle conquiste femministe: allora mille volte meglio le veline a striscia che fanno il loro onesto stacchetto mostrandosi entusiate delle loro floride forme e poi sorridenti si tolgono dalle palle.
Elio e le storie tese e Lucilla hanno presentato un Dopofestival educato all'insegna del divertimento: inutile dire che iniziando alla una e mezza di notte in settimana immagino che solo io e qualche altro nullafacente siamo riusciti ad apprezzarlo...
LE CANZONI.
Mea culpa, ho sentito poco i Giovani. Ho presente il bongo de La scelta, il ritmo rivoluzionario già sentito migliaia di volte -ma effettivamente non a Sanremo- dei Frank Head con "Para parà ra rara" e la classica sanremese canzone vincitrice "L'amore" (...) dei Sonhora, vincitori anche della gara di sfottò subiti: Elio e Chiambretti hanno fatto a gara nell'interrogarsi sull'origine della posizione del'H nel nome.
I Campioni li ho sentiti tutti e ascoltati di nuovo quelli che avevano qualcosa da dire. Sulla classifica finale influiva per il 20% la Giuria di qualità, per l'80% la Giuria popolare (sms, telefonate, ecc). 
Io mi trovo in completo disaccordo in quanto il popolo, la gente, 
stilerà la sua classifica comprando i dischi: 
in una competizione "Festival della canzone italiana", 
almeno qui, preferirei che giudicassero personaggi  competenti. Almeno Anna Tatangelo non arriverebbe seconda. Superfluo d'altronde inveire su una ragazza che giovane brava e carina è riuscita coi suoi modi affettati nel difficile compito di attirarsi le antipatie di tutta l'italia del Festival giungendo a farsi fischiare col premio in mano dopo il suo "volevo proprio dirlo in tv, non l'ho mai fatto: Giggi ti amo" e raggiungendo l'apice del ridicolo rispondendo al pubblico fischiante "cos'è, siete invidiosi?".
Vincitori per la categoria Campioni sono stati Giò Di Tonno e Lola Ponce con la canzone "Colpo di fulmine", già protagonisti dell'opera teatrale Notre Dame De Paris di Riccardo Cocciante e forse per questo la pur bella canzone mi è parsa proprio da musical, e non l'ho amata particolarmente.
Era anche il Sanremo di Meneguzzi, Little Tony, Mietta, Finley, Cutugno:
ma non per me.

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