Quante volte si guarda dietro e si pensa
il tempo è volato
Ma poco dopo si ripensa
alle tante cose fatte
a quelle cambiate
e ci si accorge
che dopo tutto
di tempo ne è passato.
Tutto è cominciato per amore,
e per la propensione al racconto riportato o, più avanti, inventato. Dopo un'educata presentazione, ho iniziato a combattere le mie battaglie, contro la superficialità e contro titoli cinematografici tradotti malamente oppure sottolineando l'assurda prolissità dei trailer.
Il cinema è stato uno dei temi che ho più trattato, ed è stato soprattutto l'anno dell'esperienza Cineforum, in primavera, in autunno , fino ad oggi, d'inverno.
Ci sono stati anche post più personali, riflessivi e introspettivi, sempre con l'obiettivo di conoscere meglio me stesso, magari anche presentando le mie riflessioni ad altri, nella speranza di ricevere punti di vista inesplorati...
Tra una citazione e l'altra, sono poi giunto a parlare anche di politica, elezioni ed elettori.
Ho poi indovinato -non era difficile- quella che si può definire la rivelazione musicale dell'anno, Giusy Ferreri, e commentato Sanremo o l'esperienza del Blue Note.
Spazio anche al tennis e al campionato di calcio, e al racconto di esperienze, e alle riflessioni più disparate...
Oggi ho ceduto alla nostalgia, con l'idea di fare una panoramica dei post che ho scritto, ma la verità è che belli o brutti, intelligenti o meno, iracondi, cazzari oppure ovvi, sono tutti come figli e provo affetto per tutti. Ve li linkerei tutti, col risultato di non farvi andare su nessuno. Ne ho messi un po', non i più belli ne i più significativi, solo una manciata presa un po' a caso, con la sola attenzione del dituttounpo'. È stato anche l'anno di Facebook, e del conseguente sì appassionato o testardo no al social network che, vai a capire come e perchè proprio lui, ha riavvicinato amici lontani e conoscenti vicini.
È stato un anno come gli altri, chè ognuno aveva momenti di riflessione, di gioia, di genio o di noia. ognuno con le sue passioni e i suoi eventi, con colpi di scena ed esperienze. Come tutti gli altri un anno unico.
In più degli altri, gli scritti che sopperiscono alla mia memoria. Con il peso di anni senza scrivere, ha dovuto inizialmente sopperire a trattati già nella mia testa ma mai scritti.
Si dice che chi pensa al passato, non vede futuro davanti a sè.
Ma anche che "La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell'antichità".
In effetti si dice di tutto.
Con internet potrei trovare aforismi famosi a sostegno di qualsiasi mia tesi.
Con google onnisciente, cosa mi riempio a fare la testa di "cultura"? Secondo me, se la lascio un po' vuota, la testa, ci guadagno in velocità di ragionamento.
Comoda questa idea, mi piace.
Vorrei lasciarvi un ultimo link, verso il post più significativo dell'anno.
ciaociao
domenica 15 febbraio 2009
sabato 7 febbraio 2009
[4di4] Nadal eroe, ma quanto mi piacciono gli antieroi
Come un altro amico mi disse, "le grandi storie di sempre hanno come protagonisti le donne e gli eroi: Nadal è l'eroe del nostro tempo".
Si parla di tennis, è chiaro.
Lui sa che non ha i colpi di altri. Conosce la fatica e la ama, perchè è sua amica, è ciò che più lo rende forte, che lo rende vincitore, che gli regala la gloria. Ama la bellezza, come tutti, si diverte a vedere il tennis sicuramente, e sa di non nessere divertente, spettacolare come altri.
Però attenzione: a differenza di un David Ferrer che raggiunge i Top Ten in carriera per poi tornare nelle seconde linee, questo è numero 1 nell'era di Federer, ancora da tutti considerato il giocatore di tennis più bravo, più capace e completo di tutti i tempi.
Qualcosa di più c'è.
Nadal non è mancino.
È destro.
Molto probabilmente, con la sua mano dominante avrebbe giocato stilisticamente meglio, magari sarebbe diventato un talentuosissimo genietto incompreso. Invece scelse la fatica, e il risultato. Non la bellezza lo guida, nè la creatività: ma la vittoria. Per chi crede alla teoria degli emisferi, non poteva essere mancino, effettivamente. Peraltro è un ragazzo simpatico davvero, guardate questo video Nike in cui si parla del suo passaggio da destro a mancino.
Rafael Nadal - From Right to Left
Si deve sacrificare qualche colpo memorabile per diventare da genio a campione. Come Federer insegna.
Si deve tenere a freno i tentativi di colpi mirabili e memorabili a favore dei colpi normali, perchè nel tennis la quantità vince, ci insegna Nadal: a pari quantità, allora, la qualità può dire la sua (si parla tra giocatori di una stessa macrocategoria).
L'anno che ho capito come si vince, ho vinto. Ho ottenuto diversi risultati, ho vinto il mio primo torneo. Quando ho alzato la coppa, non ho sentito molto però. I giorni dopo, adesso se ci ripenso, sono SODDISFATTO. La soddisfazione però non mi accende il cuore, non mi fa sentire vivo, non mi emoziona: il godimento di una creazione, di un colpo di classe, di un tocco di magia, quello mi riempie! Ovviamente, la magia ha molti costi, e per un colpo fenomenale, se ne perdono 10. Hai voglia a vincere.
Da piccolo mi dissero, forse anche un po' per ridere: gioca per lo spettacolo. Un po' questa cosa mi è rimasta dentro: per questo pur con simpatia e stima fatico a tifare per lui.
Ha scelto la vittoria ad ogni costo, ha scelto la fatica, ha scelto la lotta: io sono per l'arte, per il gioco del tennis e la sua creazione, per disegnare il campo con traiettorie sempre più imprevedibili: amo il colpo di scena, il fronzolo, il dettaglio, lo spettacolo. Non quello fisico, se no guardo le olimpiadi. Se giocare come mi piace mi porta a perdere, pazienza: quando invece vorròe vincere, seguirò un'altra strada. Pur consapevole, ormai cresciuto, che tra l'una e l'altra scelta ci sono infinite gradazioni.
Per concludere: onore al tennis, che troppo spesso nella vita ho vituperato e che invece mi tiene incollato al video 3, 4, 5 ore regalandomi emozioni fortissime; onore a Nadal che ha vinto; una pacca sulla spalla a Federer.
Nella speranza che non entrando più come favorito contro Nadal possa giocare al meglio, come dopo l'interruzione della pioggia a Wimbledon, e a quel punto:
fate il vostro gioco, vinca il... migliore. (?)
Si parla di tennis, è chiaro.
Lui sa che non ha i colpi di altri. Conosce la fatica e la ama, perchè è sua amica, è ciò che più lo rende forte, che lo rende vincitore, che gli regala la gloria. Ama la bellezza, come tutti, si diverte a vedere il tennis sicuramente, e sa di non nessere divertente, spettacolare come altri.
Però attenzione: a differenza di un David Ferrer che raggiunge i Top Ten in carriera per poi tornare nelle seconde linee, questo è numero 1 nell'era di Federer, ancora da tutti considerato il giocatore di tennis più bravo, più capace e completo di tutti i tempi.
Qualcosa di più c'è.
Nadal non è mancino.
È destro.
Molto probabilmente, con la sua mano dominante avrebbe giocato stilisticamente meglio, magari sarebbe diventato un talentuosissimo genietto incompreso. Invece scelse la fatica, e il risultato. Non la bellezza lo guida, nè la creatività: ma la vittoria. Per chi crede alla teoria degli emisferi, non poteva essere mancino, effettivamente. Peraltro è un ragazzo simpatico davvero, guardate questo video Nike in cui si parla del suo passaggio da destro a mancino.
Rafael Nadal - From Right to Left
Si deve sacrificare qualche colpo memorabile per diventare da genio a campione. Come Federer insegna.
Si deve tenere a freno i tentativi di colpi mirabili e memorabili a favore dei colpi normali, perchè nel tennis la quantità vince, ci insegna Nadal: a pari quantità, allora, la qualità può dire la sua (si parla tra giocatori di una stessa macrocategoria).
L'anno che ho capito come si vince, ho vinto. Ho ottenuto diversi risultati, ho vinto il mio primo torneo. Quando ho alzato la coppa, non ho sentito molto però. I giorni dopo, adesso se ci ripenso, sono SODDISFATTO. La soddisfazione però non mi accende il cuore, non mi fa sentire vivo, non mi emoziona: il godimento di una creazione, di un colpo di classe, di un tocco di magia, quello mi riempie! Ovviamente, la magia ha molti costi, e per un colpo fenomenale, se ne perdono 10. Hai voglia a vincere.
Da piccolo mi dissero, forse anche un po' per ridere: gioca per lo spettacolo. Un po' questa cosa mi è rimasta dentro: per questo pur con simpatia e stima fatico a tifare per lui.
Ha scelto la vittoria ad ogni costo, ha scelto la fatica, ha scelto la lotta: io sono per l'arte, per il gioco del tennis e la sua creazione, per disegnare il campo con traiettorie sempre più imprevedibili: amo il colpo di scena, il fronzolo, il dettaglio, lo spettacolo. Non quello fisico, se no guardo le olimpiadi. Se giocare come mi piace mi porta a perdere, pazienza: quando invece vorròe vincere, seguirò un'altra strada. Pur consapevole, ormai cresciuto, che tra l'una e l'altra scelta ci sono infinite gradazioni.
Per concludere: onore al tennis, che troppo spesso nella vita ho vituperato e che invece mi tiene incollato al video 3, 4, 5 ore regalandomi emozioni fortissime; onore a Nadal che ha vinto; una pacca sulla spalla a Federer.
Nella speranza che non entrando più come favorito contro Nadal possa giocare al meglio, come dopo l'interruzione della pioggia a Wimbledon, e a quel punto:
fate il vostro gioco, vinca il... migliore. (?)
[3di4] La finale degli Australian Open 2009
Federer vuole, può e deve vincere.
Tutti lo danno favorito, i bookmakers danno Federer vincitore a 1.30, Nadal a 2.25.
Tutto lo stadio tifa per lui. Infatti gioca contro la storia, contro per vincere il quattordicesimo Slam, e raggiungere il record di Pete. Nadal parte sfavorito: perchè è sul cemento, ma soprattutto perchè un giorno e mezzo prima aveva giocato più di 5 ore. Federer ha un giorno di riposo in più e una partita più comoda sulle spalle.
Nelle interviste appena prima dell’entrata in campo Federer appare rilassato, sicuro di sè.
Troppo sorridente per essere vero.
Nadal con una smorfia ammette di essere un po' affaticato.
Lui è vero: tanto lo sanno tutti che non mollerà comunque una palla.
Primi punti, serve Federer: accenna un attacco a rete poi, INDECISO INSICURO e IMPAURITO, torna indietro, sui suoi passi. Quando lo fa qualche ragazzino al tennis gli tiro una pallata tra i piedi.
Con un po' di scaramanzia, ma con triste realismo, siamo al terzo punto del match e scuoto la testa: è andata, mi dico, anche stavolta.
[La mia professoressa d'italiano una volta disse a mia madre che io partivo dal sette senza aprire libro: grazie alla parlantina, alla dialettica o chissà. Era un’iperbole, utile a spiegarle che se in pagella avevo sette, non significava che qualcosa avevo studiato o che avessi un merito.
Al liceo mi ci sarebbe voluto grandissimo impegno per essere bocciato.
Oppure, problemi psicologici. Quelli mischiano tutto.]
Federer é così in forma che nonostante tutto gioca bene: il rovescio, il colpo tra i suoi due meno efficace solitamente, va benissimo. Col dritto fa male. Il servizio non va come al solito, ma comunque nei suoi turni di servizio fa meno fatica del maiorchino. Peccato che quando si procura le palle break non le sfrutta. Perde occasioni, e a differenza di Wimbledon, non per meriti del suo avversario.
È proprio colpa sua e della sua nadalite.
Pensa di dover lottare contro la storia, contro le pressioni dei record, lo pensiamo tutti: quello di là pure. Secondo me pure Nadal tifa Federer, ne sono troppo sicuro. Lo svizzero però sembra che incredibilmente si sia dimenticato, di nuovo, di chi ha di fronte. Oppure invece lo sa troppo bene, e trema. Nadal vince il primo set, visto che Federer non lo vuole; Roger il secondo, però il terzo sembra non essere di suo gusto e perde un mare di occasioni che gli rimango in testa durante il tie break: Nadal ringrazia e va sopra due set a uno.
[Precisazione: non è che solo Federer fa e disfa, di là l’altro c’è, eccome! La partita, a tratti, è uno spettacolo! Però allo svizzero manca l’istinto del killer, la freddezza nei momenti fondamentali. Nulla toglie che i due stanno nel terzo e quarto set giocano un tennis spaziale, colpi vincenti vengono recuperati e ribattuti con altrettanta violenza. Insomma, OTHER PLANET MODE ON.
Il quarto set è di Federer e io sono lì, aspetto un quinto degno del 9-7 di Wimbledon (ricordo che negli slam al quinto set non è previsto tie break e si continua ad oltranza).
Sul punteggio di due game pari, Federer si fa brekkare facile, così senza lottare, perde il game dopo e via, lisci come l'olio, 6-2.
Partita finita.
Che desolazione, io sono sempre più nel divano. Nadal sembrava giocatore solo da terra rossa. Ah no, poi s'è visto, è anche da erba. Sul cemento ha vinto già l'olimpiade, ma agli Us Open ha faticato e Federer era tornato a vincere.
Con la partita di cinque ore sulle spalle e Federer in forma sembrava impossibile che ce la facesse, soprattutto per noi, tifosi speranzosi e ingenuotti, dimentichi di chi è ora il numero uno, e della ancora viva nadalite di Federer.
Tutti lo danno favorito, i bookmakers danno Federer vincitore a 1.30, Nadal a 2.25.
Tutto lo stadio tifa per lui. Infatti gioca contro la storia, contro per vincere il quattordicesimo Slam, e raggiungere il record di Pete. Nadal parte sfavorito: perchè è sul cemento, ma soprattutto perchè un giorno e mezzo prima aveva giocato più di 5 ore. Federer ha un giorno di riposo in più e una partita più comoda sulle spalle.
Nelle interviste appena prima dell’entrata in campo Federer appare rilassato, sicuro di sè.
Troppo sorridente per essere vero.
Nadal con una smorfia ammette di essere un po' affaticato.
Lui è vero: tanto lo sanno tutti che non mollerà comunque una palla.
Primi punti, serve Federer: accenna un attacco a rete poi, INDECISO INSICURO e IMPAURITO, torna indietro, sui suoi passi. Quando lo fa qualche ragazzino al tennis gli tiro una pallata tra i piedi.
Con un po' di scaramanzia, ma con triste realismo, siamo al terzo punto del match e scuoto la testa: è andata, mi dico, anche stavolta.
[La mia professoressa d'italiano una volta disse a mia madre che io partivo dal sette senza aprire libro: grazie alla parlantina, alla dialettica o chissà. Era un’iperbole, utile a spiegarle che se in pagella avevo sette, non significava che qualcosa avevo studiato o che avessi un merito.
Al liceo mi ci sarebbe voluto grandissimo impegno per essere bocciato.
Oppure, problemi psicologici. Quelli mischiano tutto.]
Federer é così in forma che nonostante tutto gioca bene: il rovescio, il colpo tra i suoi due meno efficace solitamente, va benissimo. Col dritto fa male. Il servizio non va come al solito, ma comunque nei suoi turni di servizio fa meno fatica del maiorchino. Peccato che quando si procura le palle break non le sfrutta. Perde occasioni, e a differenza di Wimbledon, non per meriti del suo avversario.
È proprio colpa sua e della sua nadalite.
Pensa di dover lottare contro la storia, contro le pressioni dei record, lo pensiamo tutti: quello di là pure. Secondo me pure Nadal tifa Federer, ne sono troppo sicuro. Lo svizzero però sembra che incredibilmente si sia dimenticato, di nuovo, di chi ha di fronte. Oppure invece lo sa troppo bene, e trema. Nadal vince il primo set, visto che Federer non lo vuole; Roger il secondo, però il terzo sembra non essere di suo gusto e perde un mare di occasioni che gli rimango in testa durante il tie break: Nadal ringrazia e va sopra due set a uno.
[Precisazione: non è che solo Federer fa e disfa, di là l’altro c’è, eccome! La partita, a tratti, è uno spettacolo! Però allo svizzero manca l’istinto del killer, la freddezza nei momenti fondamentali. Nulla toglie che i due stanno nel terzo e quarto set giocano un tennis spaziale, colpi vincenti vengono recuperati e ribattuti con altrettanta violenza. Insomma, OTHER PLANET MODE ON.
Il quarto set è di Federer e io sono lì, aspetto un quinto degno del 9-7 di Wimbledon (ricordo che negli slam al quinto set non è previsto tie break e si continua ad oltranza).
Sul punteggio di due game pari, Federer si fa brekkare facile, così senza lottare, perde il game dopo e via, lisci come l'olio, 6-2.
Partita finita.
Che desolazione, io sono sempre più nel divano. Nadal sembrava giocatore solo da terra rossa. Ah no, poi s'è visto, è anche da erba. Sul cemento ha vinto già l'olimpiade, ma agli Us Open ha faticato e Federer era tornato a vincere.
Con la partita di cinque ore sulle spalle e Federer in forma sembrava impossibile che ce la facesse, soprattutto per noi, tifosi speranzosi e ingenuotti, dimentichi di chi è ora il numero uno, e della ancora viva nadalite di Federer.
[2di4] Tra genio e bellezza, intanto vince la sostanza.
In tutto ciò, esistono però due variabili incontrollabili, tra loro vicine ma comunque distinte: la bellezza e il genio creativo.
Quanto alla bellezza in ambito sportivo, la si ritrova nel gesto atletico coordinato e spontaneo, sinuoso e senza strappi, fluido ma allo stesso tempo forte e vigoroso, non goffo, FACILE.
Il genio creativo si mostra invece in quei colpi, quelle invenzioni che vanno oltre la bellezza: infatti, pur avendo le caratteristiche sopra elencate, esso si materializza in quelle cose che, parafrasando un mio buon amico, "non solo non riusciresti a fare, ma nemmeno ti passerebbe mai per la mente di provare", riguardo alle quali rimani a bocca aperta a chiederti: "amico, ma questa, da dove l'hai tirata fuori?"
Dallo sport si può partire per analizzare la realtà tutta, in cui la sfida è sempre la stessa: idea contro fatto, qualità contro quantità, colpo di genio contro sostanza, potenziale contro risultato, talento contro fatica, lo scavino su rigore all'europeo di Totti contro i gol di Inzaghi capocannoniere di Champions....
Federer contro Nadal.
Partiamo da quello che ormai nel mondo del tennis è un postulato: Federer è il tennista perfetto.
[Piccola precisazione: la perfezione non va a passeggio con la genialità, ma i confini tra le due Virtù non sono ben definiti. Anche perchè la genialità si manifesta a corrente alternata, mentre la perfezione, la bellezza è decisamente continua.]
In questi anni avrei voluto esser qui a descrivere i fuochi d'artificio nati dal cozzare tra la bellezza di Federer e la genialità di un Safin, di un Gasquet: eppure la loro sregolatezza impedisce loro di competere ai massimi livelli. Federer da genio si è fatto bellezza: questo accade nel rarissimo caso in cui un talento puro ha anche la capacità di far fatica. È così che nasce la bellezza, è così che si fa quadrare il cerchio. Quello che ne esce, sono i campioni memorabili, sono le opere d’arte purissime. Nel farsi bellezza tuttavia, il genio deve accettare il compromesso della quantità e della ripetitività -che istintivamente lo ripugna- e allora è chiaro che nel passaggio non solo si guadagna, ma anche si perde: in follia, in furore, in magia.
Di questo avrei voluto parlare.
Peccato.
Perchè invece i fatti sono che il numero 1 del mondo è un ragazzo che non pare nato con la racchetta in mano. Nadal ha dei gesti tennistici che io non insegnerò neppure al mio peggior nemico. Ha un dritto PESANTE, un rovescio SOLIDO, una volée in giudicabile perchè vicino alla rete forse ci sta solo quando va a pescare in quel della nativa Maiorca, un servizio per nulla speciale. Però ha una testa e un fisico ECCEZIONALE, IMPRESSIONANTE, DISUMANO. Bellezza? Genio? Idee? No, sostanza.
Ora è il numero 1 delle classifiche e vince tantissimo e potrebbe vincere in quantità da record: ma io mi chiedo, non avrebbe avuto altrettanto successo in qualsiasi altro sport? Queste due qualità, importantissime per un tennista, non sono prettamente tennistiche, sono sportive, umane, ma riguardo al Gioco del tennis?
Al Roland Garros è il re, gioca bene il tennis su terra rossa, che favorisce la quantità, appunto: basti pensare che Pete Sampras, attuale detentore del record di Slam vinti, non solo non ha mai vinto a Parigi, ma ogni anno si faceva due buone settimane di vacanza durante lo Slam su terra rossa, uscendo sempre nei primi turni. Stiamo parlando di colui che detiene anche il record di settimane al numero 1 della classifica.
A Wimbledon Nadal ha invece stupito: ha inventato un suo gioco da erba, un nuovo rovescio, utilizzando un servizio tagliato. Sempre lontano dalla tradizione, ha portato qualcosa di nuovo, un tennis spagnolo, dai colpi arrotati, ma sull’erba: non corrisponde ai canoni classici, ma ha vinto la finale.
Sul cemento, almeno per quanto ho visto a Melbourne, gioca male, anzi, non gioca proprio. Partiamo dal presupposto che questa affermazione detta del vincitore del torneo è volutamente esagerata. Eppure in semifinale ha stabilito il record di lunghezza di sempre -5h 14m- del singolare maschile di Melbourne, ed ha passato la partita a parare i tiri di uno sfavillante Verdasco. Se un profano si avvicinasse al tennis dubbioso e guardasse Nadal, troverebbe confermata la sua idea superficiale di tennis come noiosa rincorsa della palla. Ovviamente, a differenza di un pallettaro di quarta categoria, la palla la rimanda di là forte e profonda, ecc: ma il gioco non lo fa, lo subisce; non attacca, si difende; non crea, distrugge. Per i calcio fili si pensi a Brasile-Italia stereotipata, insomma. La finale, più che vincerla, l’ha persa il suo avversario.
Ecco come.
Quanto alla bellezza in ambito sportivo, la si ritrova nel gesto atletico coordinato e spontaneo, sinuoso e senza strappi, fluido ma allo stesso tempo forte e vigoroso, non goffo, FACILE.
Il genio creativo si mostra invece in quei colpi, quelle invenzioni che vanno oltre la bellezza: infatti, pur avendo le caratteristiche sopra elencate, esso si materializza in quelle cose che, parafrasando un mio buon amico, "non solo non riusciresti a fare, ma nemmeno ti passerebbe mai per la mente di provare", riguardo alle quali rimani a bocca aperta a chiederti: "amico, ma questa, da dove l'hai tirata fuori?"
Dallo sport si può partire per analizzare la realtà tutta, in cui la sfida è sempre la stessa: idea contro fatto, qualità contro quantità, colpo di genio contro sostanza, potenziale contro risultato, talento contro fatica, lo scavino su rigore all'europeo di Totti contro i gol di Inzaghi capocannoniere di Champions....
Federer contro Nadal.
Partiamo da quello che ormai nel mondo del tennis è un postulato: Federer è il tennista perfetto.
[Piccola precisazione: la perfezione non va a passeggio con la genialità, ma i confini tra le due Virtù non sono ben definiti. Anche perchè la genialità si manifesta a corrente alternata, mentre la perfezione, la bellezza è decisamente continua.]
In questi anni avrei voluto esser qui a descrivere i fuochi d'artificio nati dal cozzare tra la bellezza di Federer e la genialità di un Safin, di un Gasquet: eppure la loro sregolatezza impedisce loro di competere ai massimi livelli. Federer da genio si è fatto bellezza: questo accade nel rarissimo caso in cui un talento puro ha anche la capacità di far fatica. È così che nasce la bellezza, è così che si fa quadrare il cerchio. Quello che ne esce, sono i campioni memorabili, sono le opere d’arte purissime. Nel farsi bellezza tuttavia, il genio deve accettare il compromesso della quantità e della ripetitività -che istintivamente lo ripugna- e allora è chiaro che nel passaggio non solo si guadagna, ma anche si perde: in follia, in furore, in magia.
Di questo avrei voluto parlare.
Peccato.
Perchè invece i fatti sono che il numero 1 del mondo è un ragazzo che non pare nato con la racchetta in mano. Nadal ha dei gesti tennistici che io non insegnerò neppure al mio peggior nemico. Ha un dritto PESANTE, un rovescio SOLIDO, una volée in giudicabile perchè vicino alla rete forse ci sta solo quando va a pescare in quel della nativa Maiorca, un servizio per nulla speciale. Però ha una testa e un fisico ECCEZIONALE, IMPRESSIONANTE, DISUMANO. Bellezza? Genio? Idee? No, sostanza.
Ora è il numero 1 delle classifiche e vince tantissimo e potrebbe vincere in quantità da record: ma io mi chiedo, non avrebbe avuto altrettanto successo in qualsiasi altro sport? Queste due qualità, importantissime per un tennista, non sono prettamente tennistiche, sono sportive, umane, ma riguardo al Gioco del tennis?
Al Roland Garros è il re, gioca bene il tennis su terra rossa, che favorisce la quantità, appunto: basti pensare che Pete Sampras, attuale detentore del record di Slam vinti, non solo non ha mai vinto a Parigi, ma ogni anno si faceva due buone settimane di vacanza durante lo Slam su terra rossa, uscendo sempre nei primi turni. Stiamo parlando di colui che detiene anche il record di settimane al numero 1 della classifica.
A Wimbledon Nadal ha invece stupito: ha inventato un suo gioco da erba, un nuovo rovescio, utilizzando un servizio tagliato. Sempre lontano dalla tradizione, ha portato qualcosa di nuovo, un tennis spagnolo, dai colpi arrotati, ma sull’erba: non corrisponde ai canoni classici, ma ha vinto la finale.
Sul cemento, almeno per quanto ho visto a Melbourne, gioca male, anzi, non gioca proprio. Partiamo dal presupposto che questa affermazione detta del vincitore del torneo è volutamente esagerata. Eppure in semifinale ha stabilito il record di lunghezza di sempre -5h 14m- del singolare maschile di Melbourne, ed ha passato la partita a parare i tiri di uno sfavillante Verdasco. Se un profano si avvicinasse al tennis dubbioso e guardasse Nadal, troverebbe confermata la sua idea superficiale di tennis come noiosa rincorsa della palla. Ovviamente, a differenza di un pallettaro di quarta categoria, la palla la rimanda di là forte e profonda, ecc: ma il gioco non lo fa, lo subisce; non attacca, si difende; non crea, distrugge. Per i calcio fili si pensi a Brasile-Italia stereotipata, insomma. La finale, più che vincerla, l’ha persa il suo avversario.
Ecco come.
[1di4] Della relatività ristrettissima
Tutto è relativo.
È una bella frase, e per spiegarla il buon Albert prendeva il tempo come esempio. Proprio l'esempio più semplice:
un'ora, quando ti diverti, vola,
ma la stessa ora, se ti stai annoiando, dura, terribilmente, dura.
Tutto è relativo anche nello spazio, tutto dipende dal sistema di riferimento. Così, a prima vista, se siamo sul treno il paesaggio si muove davanti ai nostri occhi, allo stesso modo diciamo che il sole sorga e tramonti mentre siamo noi che sorgiamo e tramontiamo.
Crescendo si cambia: e cambiando noi cambiano le nostre percezioni sulla realtà. Così, quello che appariva enorme da piccoli, rivisto da grandi appare decisamente ridimensionato: e a rivederlo si pensa "Toh!".
Non solo la percezione dello spazio ma anche quella del tempo cambia notevolmente: quanto erano lunghi i film della Disney, quanti accadimenti, quante emozioni! Quando da grandi li si riguarda, con le membra adagiate nelle terme della nostalgia, ci si accorge che durano poco più di un'ora. Eppure sembravano due almeno, al ricordo.
Conseguentemente le percezioni delle giornate, delle settimane e dei mesi sono di conseguenza differenti: così, un mese passa come passava una settimana, e un anno come una stagione.
Questa introduzione perchè?
Per motivare il fatto che è arrivato venerdì, e non ho ancora scritto della finale degli Australian Open di domenica.
NO, NO un momento non andate via!!!!
Troppo tardi?
Volevo solo confortarvi:
la mera cronaca non mi interessa, e questo non sarà uno di quei post informativi sulla punteggistica del tennis che scrivo io e legge...io.
Fidatevi.
Quella che si sta consumando nel tennis negli ultimi anni è una di quelle rivalità che lo rendono unico. Gli sport che mettono di fronte due individui non sono poi così tanti: a parte le varie lotte, che appunto tali sono, più che giochi o sport, ed oltre ai vari derivati tennistici (tennis-tavolo, squash, badminton) non me ne vengono in mente altri. Gli scacchi forse. Ecco. Il tennis è una sfida mentale tra due individui: è una lotta in cui ognuno cerca di mettersi in condizione di sferrare i colpi migliori, ma il tutto, in modo squisitamente umano, senza contatto fisico, mentalmente. La scherma è associabile, ecco un altro esempio.
Come in tutte le lotte e le sfide, gli aspetti che portano alla vittoria e alla sconfitta sono i più diversi: certo la capacità tecnica, ovviamente la capacità fisica, ma più di ogni altra cosa, la forza mentale. Questa vale ovviamente negli scacchi, ma anche quando si calcia un rigore: la capacità tecnica conta, ma se Baggio ne ha sbagliato uno decisivo, si capisce chiaramente quanto questa non basti.
Il sangue freddo, la lucidità, poi la grinta e soprattutto la voglia di vincere.
Che però dev'essere tantissima ma controllata: bisogna raggiungere il livello di tensione ideale che sia massima concentrazione ma non giunga a sfinire i nervi. [Evidentemente lo sport, che sia una sfida contro l'altro, contro il tempo o contro lo spazio, è l'invenzione umana per sfogare l'istinto senza versare del sangue.]
Qui finiscono le premesse, perdonate le ovvietà disseminate.
È una bella frase, e per spiegarla il buon Albert prendeva il tempo come esempio. Proprio l'esempio più semplice:
un'ora, quando ti diverti, vola,
ma la stessa ora, se ti stai annoiando, dura, terribilmente, dura.
Tutto è relativo anche nello spazio, tutto dipende dal sistema di riferimento. Così, a prima vista, se siamo sul treno il paesaggio si muove davanti ai nostri occhi, allo stesso modo diciamo che il sole sorga e tramonti mentre siamo noi che sorgiamo e tramontiamo.
Crescendo si cambia: e cambiando noi cambiano le nostre percezioni sulla realtà. Così, quello che appariva enorme da piccoli, rivisto da grandi appare decisamente ridimensionato: e a rivederlo si pensa "Toh!".
Non solo la percezione dello spazio ma anche quella del tempo cambia notevolmente: quanto erano lunghi i film della Disney, quanti accadimenti, quante emozioni! Quando da grandi li si riguarda, con le membra adagiate nelle terme della nostalgia, ci si accorge che durano poco più di un'ora. Eppure sembravano due almeno, al ricordo.
Conseguentemente le percezioni delle giornate, delle settimane e dei mesi sono di conseguenza differenti: così, un mese passa come passava una settimana, e un anno come una stagione.
Questa introduzione perchè?
Per motivare il fatto che è arrivato venerdì, e non ho ancora scritto della finale degli Australian Open di domenica.
NO, NO un momento non andate via!!!!
Troppo tardi?
Volevo solo confortarvi:
la mera cronaca non mi interessa, e questo non sarà uno di quei post informativi sulla punteggistica del tennis che scrivo io e legge...io.
Fidatevi.
Quella che si sta consumando nel tennis negli ultimi anni è una di quelle rivalità che lo rendono unico. Gli sport che mettono di fronte due individui non sono poi così tanti: a parte le varie lotte, che appunto tali sono, più che giochi o sport, ed oltre ai vari derivati tennistici (tennis-tavolo, squash, badminton) non me ne vengono in mente altri. Gli scacchi forse. Ecco. Il tennis è una sfida mentale tra due individui: è una lotta in cui ognuno cerca di mettersi in condizione di sferrare i colpi migliori, ma il tutto, in modo squisitamente umano, senza contatto fisico, mentalmente. La scherma è associabile, ecco un altro esempio.
Come in tutte le lotte e le sfide, gli aspetti che portano alla vittoria e alla sconfitta sono i più diversi: certo la capacità tecnica, ovviamente la capacità fisica, ma più di ogni altra cosa, la forza mentale. Questa vale ovviamente negli scacchi, ma anche quando si calcia un rigore: la capacità tecnica conta, ma se Baggio ne ha sbagliato uno decisivo, si capisce chiaramente quanto questa non basti.
Il sangue freddo, la lucidità, poi la grinta e soprattutto la voglia di vincere.
Che però dev'essere tantissima ma controllata: bisogna raggiungere il livello di tensione ideale che sia massima concentrazione ma non giunga a sfinire i nervi. [Evidentemente lo sport, che sia una sfida contro l'altro, contro il tempo o contro lo spazio, è l'invenzione umana per sfogare l'istinto senza versare del sangue.]
Qui finiscono le premesse, perdonate le ovvietà disseminate.
mercoledì 28 gennaio 2009
domenica 18 gennaio 2009
Il Filmone
Incute timore, merita rispetto.
Aggiungendo la desinenza accrescitiva più comune, effettivamente tutto cambia.
Tanti minuti,
numerosi personaggi,
spazi sconfinati
svariati svolgimenti della storia.
Negli anglofoni troviamo come corrispettivo il meno casereccio Kolossal, eppure il concetto rimane lo stesso, quello impressoci nella mente dalla zampona di Godzilla:
le dimensioni contano.
Allora, questi filmoni, possono essere paragonati solo tra loro: l'unico rischio è cadere nel classico rito del +.
[Aperta parentesi. Il rito del + prevede una sfida tra due individui o gruppi di individui o cose in cui il vincitore è o ha di più: questo rito, presente in natura, è una delle dimostrazioni più importanti della selezione naturale. Chi è più colorato, feroce, forte si accoppia e sopravvive. Invece nell'homo sapiens - che per inciso, sapiens se l'è detto da solo, quindi sai che valore!- la selezione naturale è stata superata, e di naturale rimane ben poco, ma sulla non naturalità dell'uomo ne parlerò a tempo debito. Dicevamo...ah sì! Non c'è più la selezione naturale, c'è ancora il rito del +, ma che ha perso la ragione della sua esistenza: e allora? Semplice vanagloria: si vuole essere più, anche quando la caratteristica non è una virtù; solo l'uomo sapiente poteva apportare una simile degenerazione. Quanti amiconi mangiavano le cose più schifose per risultare + disgustosi? Oppure le più disgraziate volgarità per essere i + sboccati, i + irrispettosi? Ma anche, che bello fare una cosa insolita per risultare i + scemi... Il tutto è ridicolo, naturalmente: l'unica salvezza sta nel prenderlo come tale, cioè per ridere, e non come unica possibilità di avere posto nel mondo -anche se in quel caso sopraggiugerebbe la compassione per lo sventurato in questione e non me la sentirei di sparare sulla croce rossa. Dopo questa frase, chiusa parentesi.]
Appunto: se prendiamo i filmoni e cadiamo nel metterli a confronto sulle cifre, come se quelle fossero il vanto, il valore aggiunto, evidentemente sbagliamo, confondendo quantità e qualità. Dall'altra parte, disinteressarsi completamente della quantità, far finta che un gigante non lo sia, sarebbe un altro punto di vista miope. Come nella boxe e nella varie arti marziali, i film sono divisi in categorie di dimensione, (oltre che naturalmente in genere): a quel punto si valuta. Mettiamo a paragone Il signore degli anelli( che peraltro io non amo particolarmente) e Juno: qual è più bello? Quale il migliore?Certi paragoni non vanno fatti e basta, non portano a niente di buono. Se si è costretti, come nelle cerimonie dei premi cinematografici, ogni festival seguirà le sue priorità: la novità dell'argomento, della forma, oppure l'impatto del film sulla società, per non parlare degli interessi economici o nazionalistici. Ma noi, che si parla di film e di arte per goderne e capirne, possiamo rimanere nella giusta e comoda prospettiva dell'analisi singola.
Cerchiamo di raggiungere la conclusione cominciando dalla premessa per la quale sento il bisogno di chiarire questi aspetti: se da un lato è sbagliato considerare migliore un filmone rispetto ad un film, è altrettanto sbagliato considerarlo peggiore pensando che l'attenzione per la quantità comprometta inevitabilmente la sostanza qualitativa. Un errore simile che si rischia di fare con i blockbuster: da una parte i profani con il loro -almeno incolpevole e inevitabile- "vende tanto= sarà bello" (anche in un saggio universitario veniva sottolineato, a proposito dei libri, come le classifiche siano gli strumenti più semplici e immediati e alle volte gli unici che l'acquirente incontri sulla sua strada); dall'altra parte ci sono i ben informati, gli snobisti intellettuali, per i quali la classifica va usata al rovescio: "vende poco=sarà qualitativamente migliore". Entrambe le posizioni sono mentalmente limitate: una in modo innocente una in maniera più colpevole. In medio stat virtus, dunque: ma anche questa locuzione è da prendere con le pinze, perchè dipendente dagli estremi che si prendono in considerazione.
Australia è un filmone, è un viaggio, di emozioni, culture e spazi spazi spazi. È un'avventura da vivere magari in un sabato sera d'inverno, per fuggire la vita piccola normale e tranquilla -serena anche, e non ho certo detto brutta- che si sta vivendo. La magia del cinema non finirà, almeno fino alla creazione del teletrasporto, ma anche dopo, perchè già oggi i voli costano poco e girare è molto più alla portata di tutti, ma in Australia oppure nel tempo, avanti e indietro, non si può mica andare con una decina di euro pepsi compresa...
Il filmone difficilmente sarà una prelibatezza, perchè non è un piatto: ma un pasto intero. Chiedergli di farci raggiungere le vette della sublimazione del gusto, è improprio: quindi se non abbiamo proprio fame, ma "solo voglia di qualcosa di buono", meglio dirigerci altrove. Altrimenti, il filmone è un'esperienza, se vissuto come merita. Non è una perla nè una chicca, ma se ci sediamo comodi, il pasto non sarà sempre indimenticabile, ma molto spesso risulterà soddisfacente. E con la pancia piena, potremo uscire, satolli ma non nauseati, dalla sala.
Aggiungendo la desinenza accrescitiva più comune, effettivamente tutto cambia.
Tanti minuti,
numerosi personaggi,
spazi sconfinati
svariati svolgimenti della storia.
Negli anglofoni troviamo come corrispettivo il meno casereccio Kolossal, eppure il concetto rimane lo stesso, quello impressoci nella mente dalla zampona di Godzilla:
le dimensioni contano.
Allora, questi filmoni, possono essere paragonati solo tra loro: l'unico rischio è cadere nel classico rito del +.
[Aperta parentesi. Il rito del + prevede una sfida tra due individui o gruppi di individui o cose in cui il vincitore è o ha di più: questo rito, presente in natura, è una delle dimostrazioni più importanti della selezione naturale. Chi è più colorato, feroce, forte si accoppia e sopravvive. Invece nell'homo sapiens - che per inciso, sapiens se l'è detto da solo, quindi sai che valore!- la selezione naturale è stata superata, e di naturale rimane ben poco, ma sulla non naturalità dell'uomo ne parlerò a tempo debito. Dicevamo...ah sì! Non c'è più la selezione naturale, c'è ancora il rito del +, ma che ha perso la ragione della sua esistenza: e allora? Semplice vanagloria: si vuole essere più, anche quando la caratteristica non è una virtù; solo l'uomo sapiente poteva apportare una simile degenerazione. Quanti amiconi mangiavano le cose più schifose per risultare + disgustosi? Oppure le più disgraziate volgarità per essere i + sboccati, i + irrispettosi? Ma anche, che bello fare una cosa insolita per risultare i + scemi... Il tutto è ridicolo, naturalmente: l'unica salvezza sta nel prenderlo come tale, cioè per ridere, e non come unica possibilità di avere posto nel mondo -anche se in quel caso sopraggiugerebbe la compassione per lo sventurato in questione e non me la sentirei di sparare sulla croce rossa. Dopo questa frase, chiusa parentesi.]
Appunto: se prendiamo i filmoni e cadiamo nel metterli a confronto sulle cifre, come se quelle fossero il vanto, il valore aggiunto, evidentemente sbagliamo, confondendo quantità e qualità. Dall'altra parte, disinteressarsi completamente della quantità, far finta che un gigante non lo sia, sarebbe un altro punto di vista miope. Come nella boxe e nella varie arti marziali, i film sono divisi in categorie di dimensione, (oltre che naturalmente in genere): a quel punto si valuta. Mettiamo a paragone Il signore degli anelli( che peraltro io non amo particolarmente) e Juno: qual è più bello? Quale il migliore?Certi paragoni non vanno fatti e basta, non portano a niente di buono. Se si è costretti, come nelle cerimonie dei premi cinematografici, ogni festival seguirà le sue priorità: la novità dell'argomento, della forma, oppure l'impatto del film sulla società, per non parlare degli interessi economici o nazionalistici. Ma noi, che si parla di film e di arte per goderne e capirne, possiamo rimanere nella giusta e comoda prospettiva dell'analisi singola.
Cerchiamo di raggiungere la conclusione cominciando dalla premessa per la quale sento il bisogno di chiarire questi aspetti: se da un lato è sbagliato considerare migliore un filmone rispetto ad un film, è altrettanto sbagliato considerarlo peggiore pensando che l'attenzione per la quantità comprometta inevitabilmente la sostanza qualitativa. Un errore simile che si rischia di fare con i blockbuster: da una parte i profani con il loro -almeno incolpevole e inevitabile- "vende tanto= sarà bello" (anche in un saggio universitario veniva sottolineato, a proposito dei libri, come le classifiche siano gli strumenti più semplici e immediati e alle volte gli unici che l'acquirente incontri sulla sua strada); dall'altra parte ci sono i ben informati, gli snobisti intellettuali, per i quali la classifica va usata al rovescio: "vende poco=sarà qualitativamente migliore". Entrambe le posizioni sono mentalmente limitate: una in modo innocente una in maniera più colpevole. In medio stat virtus, dunque: ma anche questa locuzione è da prendere con le pinze, perchè dipendente dagli estremi che si prendono in considerazione.
Australia è un filmone, è un viaggio, di emozioni, culture e spazi spazi spazi. È un'avventura da vivere magari in un sabato sera d'inverno, per fuggire la vita piccola normale e tranquilla -serena anche, e non ho certo detto brutta- che si sta vivendo. La magia del cinema non finirà, almeno fino alla creazione del teletrasporto, ma anche dopo, perchè già oggi i voli costano poco e girare è molto più alla portata di tutti, ma in Australia oppure nel tempo, avanti e indietro, non si può mica andare con una decina di euro pepsi compresa...
Il filmone difficilmente sarà una prelibatezza, perchè non è un piatto: ma un pasto intero. Chiedergli di farci raggiungere le vette della sublimazione del gusto, è improprio: quindi se non abbiamo proprio fame, ma "solo voglia di qualcosa di buono", meglio dirigerci altrove. Altrimenti, il filmone è un'esperienza, se vissuto come merita. Non è una perla nè una chicca, ma se ci sediamo comodi, il pasto non sarà sempre indimenticabile, ma molto spesso risulterà soddisfacente. E con la pancia piena, potremo uscire, satolli ma non nauseati, dalla sala.
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