Un'altra giornata di sole e sale.
Ridevano, passeggiando disattenti per una spiaggia sempre più vuota, sempre più libera.
Qualche volta uno degli otto piedi calciava la sabbia, qualche volta qualcuno notava e mostrava un paio di tette siliconate inverosimili,
mentre il più grande parlava appassionato di qualcosa di nessuna
importanza farcendo il suo parlare di cazzate e verità nascoste.
Solo gli occhiali da sole li accomunava, quattro ragazzi così diversi per aspirazioni e sogni.
La spiaggia era di sabbia finissima, in un golfo come tanti eppure bello.
Un momento di silenzio, per sentire il mare e il sapore del suo vento, per tenerselo con sè...
"Un chilometro, forse più!"
"Tu e le distanze siete nemici, acerrimi nemici: avremo fatto sì e no 500 metri!"
"Comunque per me è ora di tornare!"
Silenzio assenso, 180 gradi e ritorno.
La spiaggia era ormai deserta e la notte bussava alla porta del giorno.
C'era quella luce, soffusa: il sole si era appena tuffato nel mare.
C'era quella luce strana che non è più giorno ma non ancora notte.
Via gli occhiali da sole, spazio ai pensieri: uno di loro guarda verso il mare.
Vede qualcosa all'orizzonte, sembra una nave.
Sta entrando nel golfo, sì è una nave, un galeone o qualcosa di simile;
intorno non c'è nessuno se non i suoi amici, vuole chiamarli, ma...
Non lo fa e continua a guardare, rapito.
Era lei.
Con quella bandiera, forte come la morte e
inevitabile come un sogghigno,
fatalmente suggestiva.
Si avvicina, è nel golfo, ha ormai l'attenzione di tutti.
Il mare è blu e tranquillo, la nave, di profilo, superba.
Con la barba del rispetto e lo sguardo sicuro il capitano guarda verso di loro:
verso di lui,
urla
il suo nome.
La voce forte e profonda, il richiamo, irrevocabile.
Il ragazzo cammina verso la barca senza voltarsi se non per un momento:
poi, via.
Non lo videro mai più,
ma sempre rimase in loro quell'ultimo sguardo,
quegli occhi cerulei pieni di esotiche caverne,
mari tenebrosi e
avventure risate ferite,
paure sudore fatica
ma soprattutto
vita vita vita,
salata
ventosa
straordinaria.
Ridevano, passeggiando disattenti per una spiaggia sempre più vuota, sempre più libera.
Qualche volta uno degli otto piedi calciava la sabbia, qualche volta qualcuno notava e mostrava un paio di tette siliconate inverosimili,
mentre il più grande parlava appassionato di qualcosa di nessuna
importanza farcendo il suo parlare di cazzate e verità nascoste.
Solo gli occhiali da sole li accomunava, quattro ragazzi così diversi per aspirazioni e sogni.
La spiaggia era di sabbia finissima, in un golfo come tanti eppure bello.
Un momento di silenzio, per sentire il mare e il sapore del suo vento, per tenerselo con sè...
"Un chilometro, forse più!"
"Tu e le distanze siete nemici, acerrimi nemici: avremo fatto sì e no 500 metri!"
"Comunque per me è ora di tornare!"
Silenzio assenso, 180 gradi e ritorno.
La spiaggia era ormai deserta e la notte bussava alla porta del giorno.
C'era quella luce, soffusa: il sole si era appena tuffato nel mare.
C'era quella luce strana che non è più giorno ma non ancora notte.
Via gli occhiali da sole, spazio ai pensieri: uno di loro guarda verso il mare.
Vede qualcosa all'orizzonte, sembra una nave.
Sta entrando nel golfo, sì è una nave, un galeone o qualcosa di simile;
intorno non c'è nessuno se non i suoi amici, vuole chiamarli, ma...
Non lo fa e continua a guardare, rapito.
Era lei.
Con quella bandiera, forte come la morte e
inevitabile come un sogghigno,
fatalmente suggestiva.
Si avvicina, è nel golfo, ha ormai l'attenzione di tutti.
Il mare è blu e tranquillo, la nave, di profilo, superba.
Con la barba del rispetto e lo sguardo sicuro il capitano guarda verso di loro:
verso di lui,
urla
il suo nome.
La voce forte e profonda, il richiamo, irrevocabile.
Il ragazzo cammina verso la barca senza voltarsi se non per un momento:
poi, via.
Non lo videro mai più,
ma sempre rimase in loro quell'ultimo sguardo,
quegli occhi cerulei pieni di esotiche caverne,
mari tenebrosi e
avventure risate ferite,
paure sudore fatica
ma soprattutto
vita vita vita,
salata
ventosa
straordinaria.
2 commenti:
commozione...
io son convinto ad ogni modo di una cosa, se questa non "è" vita... perchè viverla?
2 soluzioni: non viverla e scappare o uccidersi, oppure ci si sta sbagliando su qualche parametro e magari così "non vita" non è... e l'eroe si gioca nel mondo, apprezzando le cose che si ritrova davanti, perchè tanto, ogni cosa e ogni persona che la vive, è comunque l'unica cosa e l'unica persona al mondo che la sta vivendo.
sempre e comunque.
in cima all'Acongaua o all'Iper.
quindi lo straordinario diventa straordinariamente quotidiano, ma non ordinario.
perchè i protagonisti non lo sono...
anzi sono addirittura inimitabili, irripetibili, inavvicinabili... prodigiosamente originali.
basta accorgersene...
Christian
Probabilmente questo è il motivo per cui non hai fatto prima un blog...
L'oralità è l'oralità e nella discussione si è inevitabilmete più chiari. Sia chi pubblica sia chi commenta.
Ad ogni modo a scanso di equivoci, vorrei precisare che non c'è alcun tipo di polemica nel mio commento qualora non mi sia spiegato bene. Era solo un'integrazione a quello che un sogno rimane...
Percependo che molto spesso ci si dimentica (tutti, non riferito al titolare del blog) quanto stupefacente sia la realtà, negli ultimi anni soprattutto tendo a ridarle comunque la sua magnificenza o il suo fascino... o meglio, non perdo occasione per farlo.
In altre parole, ho capito che tu non consideri la vita normale una "non vita", ma troppe persone lo fanno ed il mio commento, essendo un post pubblico, era rivolto a tutti. Questo affinchè non fosse travisato il messaggio del sogno, da chi, non conoscendomi, potrebbe tirare conclusioni banalmente affrettate.
Per quanto mi riguarda quindi vorrei precisare che un sogno rimane tale, se non diventa un rifugio.
Invitando tutti a sognare.
W i pirati.
p.s. ho apprezzato di brutto, ci mancherebbe altro...
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