domenica 27 aprile 2008

Torna Brenda Blethyn. Sì, ma da dove?



Ho amato tanto "Little Miss Sunshine", tanto da avere il dvd e da averlo visto più volte. Quando ho visto questa locandina mi sono chiesto: ma Brenda Blethyn, che ruolo aveva in Little Miss Sunshine? Pur ricordandola ne "L'erba di Grace", non riuscivo proprio ad associarla a nessun personaggio della splendida commedia del 2006. Non ci riesco ancora: e ho scoperto che non ci riuscirò. Infatti, l'attrice non fa parte del cast di Little Miss Sunshine! Checchè ne dica il trailer, la locandina e le pubblicità radiofoniche: non c'è!
Qualche fenomeno si è fatto distarre dal giallo della locandina? Oppure qualche geniaccio del marketing ha fatto la furbata? Non so, ma questa è una bufala bella e buona...

P.S. Naturalmente, inoltre, il titolo originale del film suona "Clubland" o "Introducing the Dwights"...

"21" e il sogno americano al cinema

Astuto specchio del masochismo cinematografico italiano (di cui ho parlato due post fa)  è l'ineguagliabile capacità del cinema "made in USA": farci sognare.
"21" è un film dalle classiche battute statunitensi, con una trama piuttosto prevedibile in tutti i suoi sviluppi, dai personaggi stereotipati e dalle emozioni facili, senza alcuna complessità (se non il meccanismo fondamento del film grazie al quale il protagonista riesce matematicamente a vincere a black jack....).
Anche questa volta, una trama dallo schema hollywoodiano classico.
La sala era gremita, le persone ridevano alle battute e sono uscite discretamente soddisfatte.
Io sono andato a vederlo consapevole che fosse un'opera d'intrattenimento ma sperando che avesse qualche colpo di genio, qualche sferzata da opera d'arte.
Niente da fare, ma, e questo è il punto, anch'io sono uscito sommariamente soddisfatto. Non ho provato sensazioni forti, non sono scaturite profonde riflessioni, il film non entrerà nella mia lista a causa di battute e situazioni ridicole nella loro scontatezza.
Di nuovo a Las Vegas, di nuovo tentando di vincere al casinò, di guadagnare nel posto creato per spendere: questa volta a Black Jack.
La premessa era anche buona, ma gli sviluppi scontati e prevedibili; anche il più accanito comunista, tuttavia, almeno una volta nel film non avrebbe saputo trattenere un brividino di piacere.
In questi film americani infatti, viene realizzato qualsiasi viscerale desiderio, e almeno uno ci appartiene:
sia la ricchezza,
le donne,
una vita all'insegna dell'eccesso,
la vittoria,
il piacere di fottere il sistema,
la voglia di cambiare se stessi,
lo shopping senza limiti,
il potere,
la violenza,
l'astuzia,
l'amore...

Il XX secolo e soprattutto gli ultimi 50 anni sono proprio segnati dall'ascesa e dal trionfo del modello di vita americano, che, pur tra mille problemi e difetti, è stato esportato e presentato con convinta magnificenza: il sogno americano appunto. Il cinema, grazie alla sua globalità, molto prima e molto più efficacemente di altri mezzi di comunicazione, è stato e continua ad essere il veicolo primario, la vetrina dell'America sul mondo.
Grandi film sono stati realizzati in un senso diverso, ma rimane ancora oggi una grandissima parte di film, dal grandissimo successo, che "puntano allo stomaco più che al cervello": come Berlusconi, per capirci. Las Vegas è il modello per eccellenza: nel nulla del deserto, un insieme luccicante in cui troviamo la torre Eiffel e Venezia e New York (i miei amici che l'anno scorso l'hanno vissuta e chiunque ci è passato saprebbe sicuramente spiegarla meglio...). Il paese dei balocchi per grandi: infatti l'unica necessità per poter giocare sono i soldi, se non hai i soldi non giochi, se non hai i soldi, non esisti, ma nel film i soldi li hai, naturalmente.
Sarebbe facile mostrare il lato negativo della cosa, ma gli USA sono maestri nel mostrare solo ciò che brilla, e si esce da questo film complessivamente contenti; il protagonista ha sistemato ciò che doveva sistemare e  in qualche modo il cerchio si è chiuso; ho passato 2 ore tra oro, belle ragazze, gioco e soldi, con contorno di buon cuore e onesti sentimenti: nessuna malattia, nessun grigiore, nessun lavoro.
E la sala è piena,
naturalmente.

mercoledì 23 aprile 2008

Brancolando...

Amo la semplicità.
Comprendo la priorità del contenuto sulla forma,
amo le emozioni così come sono, così come vengono.
Amo la natura, e l'essenzialità.
So che l'apparenza inganna,
e che i valori sono ciò che più conta,
vado oltre ciò che gli occhi mi presentano.
Non amo la disocoteca
dove tutti sono vestiti uguali
e la musica è sempre la stessa,
dove si è tutti in vetrina e
l'un l'altro ci si squadra fighi o torvi.
Odio i bodyguard e il tono che si danno(senza motivo).
Considero uno spettacolo dal vivo,
un concerto, un museo
tutte forme di arte che mi riempiono,
più di quanto possa fare un film grottesco o comico.
Negli scritti ho fortemente odiato la forma,
galera dell'arte libera,
costrizione del genio creativo.
Trovo la moda, e l'arte troppo lontani dalla realtà,
dall'essenziale, dalle cose importanti di una vita:
i sentimenti, gli affetti,
la risata dell'analfabeta sulla caduta del manager dal passo spedito.
Mi commuovo spesso per gli assassini e gli stupratori,
se non sanno quello che fanno e ancora più se lo sanno,
perchè allora non hanno valori, e la loro vita è misera.
Odio la "maniera", il barocco e
tutto ciò che si allontana,
dalla bellezza che non necessita di orpelli.
Penso che ognuno debba vivere come vuole,
e che nessuno di noi abbia la chiave della vita giusta.
Odio la cultura e il benessere,
quando allontanano dalle pulsioni vitali,
quando rendono tutto complesso
tutto difficile, tutto più falso.
Avrei voluto vivere in un'epoca senza tecnologia.
Amo la natura e la selezione naturale,
amo la parte animale dell'uomo che sento più vera.
Amo camminare a piedi nudi sull'erba,
i fiori e gli animali,
odio il cemento i grattacieli e le città.
La comodità, l'utilità, l'essenziale.

Eppure.

Trovo irresistibile il virtuosismo e il creare.
Mi entusiasma la forma anche quando è fine a se stessa,
l'arte quanto più è inutile.
Amo il dettaglio, e il capo ricercato,
mi lascio terribilmente influenzare dall'apparenza.
Mi piace stare nei locali, quando tutti si mettono belli
e ognuno ha pensato almeno una mezz'oretta cosa mettersi.
Amo i maglioncini di tessuto fine,
non amo le felpe,
nè tantomeno i jeans.
Amo la leggerezza e la risata di un film senza pretese,
di una festa sulla spiaggia
del dj che dice stronzate,
mi diverte entrare "con il tavolo" e quindi senza fare la coda
e andare nella zona vip;
mi affascina la serità dei bodyguard che
convince che entrare è una cosa importante.
Trovo la moda e l'arte
magnifiche espressioni di umanità,
esaltazioni della
"scintilla d'eternità" che ci differenzia dagli animali.
Mi commuovo per gli uomini buoni
per le vittime senza colpa
per quelli che pagano le tasse
e vanno in ansia se non dichiarano
tutto tutto al cent, che rispettano le leggi.
Amo gli orpelli e i dettagli
che regalano fascino alla realtà.
Penso che il popolo sia una massa informe
che necessita di essere guidata,
supportata, giudicata e punita.
Amo la cultura e il benessere, perchè senza di esse
non ci sarebbe la filosofia, l'arte,
perchè sono i passi dell'umanizzazione:
"Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtute e canoscenza"
(Dante, Inferno XXVI, 118-120)
Mi piace vivere in un'epoca di pace
e vivere la rivoluzione informatica
e l'avvento del nuovo millennio.
Amo l'umanità, che è ciò che siamo
e cerco di sminuire le caratteristiche più animalesche dell'uomo
brutali e istintive
perchè la nostra mente deve saper controllare il nostro corpo;
la nostra coscienza guidare i nostri istinti.
Amo le architettire futuristiche e
camminare a piedi nudi sul parquet che è bello liscio;
considero un progresso le città
con i loro ospedali e le molteplici,
umanissime attrattive.
La bellezza, l'inutilità, il superfluo.

Seppur immagino sembri un inutile elenco di contrari senza scelta, in realtà è tutto vero. Un dissidio che sono io, che mi arricchisce ma mi sconquassa, che rende poco monotona quanto difficile la vita di chi mi sta accanto. C'è il giorno che ho bisogno di bellezza e di forma, quello in cui una comoda serata è il mio più grande desiderio.
Immagino, del resto, che per tutti sia un po' così, giornate diverse hanno umori e bisogni diversi, e ognuno colla sua complessità è un piccolo grande mondo da esplorare e conoscere. ("la più grande offesa è dire ad un'altra persona: ti conosco, ora so chi sei, come sei fatto", mi disse una riflessiva suora). D'altra parte, qualcuno è più lunatico di altri, qualcuno più visceralmente indeciso, mentre molti hanno scelto, hanno ben chiaro cosa piace e cosa no. Il partito, i valori, gli obiettivi: insomma, idee chiare.
Io, nel frattempo, senza troppi affanni, agiatamente,
brancolo...

martedì 22 aprile 2008

"La ragazza del lago" e il masochismo del cinema italiano contemporaneo.

"La ragazza del lago" ha vinto 10 David di Donatello, "premio cinematografico italiano, assegnato dall'Ente David di Donatello dell'Accademia del Cinema Italiano in diverse categorie e può essere considerato come l'equivalente per il cinema italiano del premio Oscar" (dice wikipedia).
Quest'anno questo film interpretato dal sempre bravo Toni Servillo ha trionfato aggiudicandosi tutti i premi più importanti: l'elenco è qui.
L'ho visto ieri sera: gran bel film, ottima opera cinematografica MA non entrerà nella mia lista (del resto ha già preso i david, non può mica avere tutti gli onori...). Considero infatti la pellicola un'eccellente opera d'artigianato, ma io ho bisogno del genio creativo, dello slancio, del poter dire: senza questo film, sarei diverso, impercettibilmente, ma diverso. Certo, ogni esperienza comunque lascia qualcosa, ma "qualcosa" può essere tanto o poco.
Questo film è un giallo, molto ben studiato e poco prevedibile, con la qualità di essere ambiantato vicino a casa nostra e questo ce lo rende estremamente più vero, rispetto ai milioni di omicidi (ecc...) che vediamo in un mondo altro, l'America spesso, che rimane il nostro mondo di finzione. Quando succede qui vicino, riporta alla mente le notizie del telegionale ed è... diverso.
Peccato, e molto mi dispiace, è che anche questo film non riesce a sfuggire al clichè del cinema italiano contemporaneo; c'è una ragazza morta e un'investigazione: benissimo. Perchè corredare il tutto con malattie varie sparse per i vari personaggi secondari? Siamo inevitabilmente un paese malato? O di malati? E qui non si sta parlando di una malattia psichica del possibile assassino che tra l'altro sarebbe poco originale, prevedibile ma comprensibile: no, malattie, tumori, autismi, malattie degenerative, di tutto un po'. Perchè io mi chiedo, perchè?
Poi ci si lamenta che la gente non va a vedere un film italiano... Se ogni volta bisogna armarsi di anti depressivi, allora mi spiace ma urlo "evviva De Sica a Natale". Se per avere un'opera d'arte, uno spessore (o per darselo...) siamo schiavi delle calamità e delle situazioni più tragiche, del gusto morboso di presentare situazioni malate, non per far tragedia, ma per stimolare empatia e il "piacere di piangere" alla "programmi del primo pomeriggio Rai o Mediaset" allora, niente supponenza, nessuna presunzione di esere migliori della tv.
E non ci lamentiamo se i cinepanettoni fanno 18 milioni al botteghino.
Ernesto Rafael Guevara De la Serna si chiede, nei suoi diari, perchè fare film tristi, pieni di malattie ed episodi tragici: non ne abbiamo abbastanza nel mondo reale?
I Greci risponderebbero "catarsi", ma loro in questo erano maestri. Oggi in Italia è puro gusto masochistico.
Le persone vivono nella realtà, cha ha già i suoi bei difettoni, quanti accettano di passare la loro serata di svago a martellarsi nei coglioni?
Pochi.
E io non riesco proprio a dar loro torto.

domenica 20 aprile 2008

Citare. Iniziando dal buon vecchio Gandalf

Citandomi sulle citazioni.
"Le citazioni superflue, a sproposito, sono male in quanto tali: a sproposito.
Ma di per sè, le citazioni sono tutt'altro che male.
Dobbiamo essere responsabili di chi prima di noi ha detto e pensato certe cose:
esiste la letteratura, esiste la storia, e non si può far finta di nulla."
E poi:
"Le citazioni non sono sempre e solo inutile sfoggio di sapienza. Quando sono necessarie, sono gesti di rispetto verso chi ha detto e ha scritto prima di noi, verso chi ha formato ciò che noi siamo."
E infine:
"Qualcuno prima di noi ha trovato un'espressione particolarmente favorevole nell'esprimere un concetto, tanto che sia inutile crearne una nuova: ecco quando si cita."
Si parlava della necessità o meno delle citazioni all'interno di una trattazione: come spesso accade, la soluzione sta nel nostro gusto, la scelta rimane dello scrittore.

Ho riportato queste citazioni sulle citazioni per introdurre il primo post dedicato ad una citazione che io amo molto, che spesso ho riportato, ma con qualche inesattezza semantica: ecco la versione originale, in italiano e inglese.
Siamo nel film "Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello", i 9 sono nelle miniere di Moria, Gandalf si ferma per ricordare la strada da percorrere. Frodo gli si avvicina per comunicargli di essersi accorto che qualcuno li sta seguendo; lo stregone grigio gli spiega che è Gollum. Frodo ha un umanissimo dubbio: non sarebbe stato meglio che Gollum fosse stato ucciso quando ciò era facile?
Traslato: è davvero sbagliato eliminare il male, uccidere il malvagio?

Gandalf:

"Many that live deserve death.
Some that die deserve life.
Can you give it to them, Frodo?
Do not be too eager to deal out death and judgement.
Even the very wise cannot see all ends."


"Molti di quelli che vivono meritano la morte e
molti di quelli che muoiono meritano la vita:
tu sei in grado di giudicare, Frodo?
Non essere troppo ansioso di elargire morte e giudizi,
anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti."

Poi Frodo ha una debolezza, e altrettanto umanamente asserisce che avrebbe preferito non avere l'anello, e che non fosse successo niente di ciò che sta succedendo.
Certo, risponde Gandalf, tutti quelli che vivono in tempi bui non sono felici di viverli, ma non sta a loro decidere, e sentenzia:

"All we have to decide is what to do with the time that is given to us."

"Possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso."

Già...

sabato 19 aprile 2008

"Volver", 49: nonostante il diluvio. Grazie e arrivederci!

Ho postato qui l'intera scheda che ieri è stata consegnata a tutti gli spettatori come esempio della scheda che ho preparato per ogni film, e perchè in questa penso di poter dare qualcosa anche a chi ieri non c'era.
Il diluvio ha sicuramente influito sulla minore affluenza, che ci permette comunque di raggiungere la media di 53 spettatori per film, ed essendo inizialmente il nostro obiettivo il pareggio del bilancio tra spese e ricavi (una trentina di spettatori), siamo andati ben oltre. Grazie a tutte le persone che sono uscite di casa, anche ieri con la pioggia ed il vento, per venire a trovarci.
La discussione post film ha avuto come principale tema il una presunta inverosimiglianza della trama. Eppure, nei suoi eccessi, seppur filtrata dal giuoco dell'arte, trovo la trama, il racconto, verosimile, perchè no: e dopotutto qualsiasi opera di finzione si basa sulla "sospensione dell'incredulità", come insegna l'estetica e la semiotica. Nel pormi di fronte a un libro, a un film, a uno spettacolo teatrale o televisivo, insomma di fronte ad un'opera di finzione, si realizza un meccanismo inconscio in cui accettiamo ciò che ci viene dato come vero, all'interno della situzione in cui ci troviamo. Il racconto di queste donne spagnole, autentiche, tra drammi e la leggerezza di chi è fortemente nella realtà e molto poco nell'iperuranio, pur coi suoi eccessi e le destabilizzazioni provocateci da reazioni mancate, o dalla facilità nel trattare argomenti scottanti (urlando ad alta voce la parola "cancro", per esempio) è figlia di una realtà di paese, superstiziosa e semplice, ma reale. Non è un'opera di fantasia: il fantasma, fantasma non è. Tutto quadra e se ciò che è lontano e diverso da noi dal nostro modo di pensare ci appare fin troppo strano, bè, dovremmo guardarci intorno nel mondo vario e assurdo e pazzo che ci circonda.

E la realtà si avvicinò all'uomo e un sussurro dolce sfiorò il suo orecchio...
Uomo, guardami: pensi ancora di avere una grande immaginazione? Riesci ancora ad esaltare il tuo genio creativo?


Il mio commento ha anche sottolineato la divisione del fim in due parti, tragedia e commedia, separati dall'apparizione della madre defunta (o considerata tale...). Con lei, la commedia entra nel film, cogli imbarazzi, le coperture, le incomprensioni; e Sole, la sorella della protagonista Raimunda, viene chiamata per la prima volta con il nome intero, Soledad (solitudine): e da quel momento non sarà più sola. Il tornare della protagonista ha cambiato gli equilibri e le situazioni di tutti i personaggi.
Un altro aspetto di cui si è parlato è la trama; qualcuno ha cercato il giallo nel film e l'ha trovato non così intricato, non così difficile: questo perchè non è un giallo. Alcuni aspetti del film rimangono irrisolti, piano piano capiamo sempre più cose, ma questo è necessario ai fini della godibilità di un'opera narrativa.
Il regista omaggia il film italiano del dopoguerra, e in particolare i personaggi femminili interpretati da Sophia Loren, Claudia Cardinale e Anna Magnani: quest'ultima viene citata esplicitamente quando la mamma della protagonista si ritrova davanti a un televisore che trasmette "Bellissima", film di Luchino Visconti del 1951, che ha proprio la Magnani per protagonista.
Fin dalla prima volta che ho visto "Volver" mi sono innamorato di istanti che sono memorabili: quando a metà della proiezione sentiamo la canzone che dà il nome al film, gli occhi lucidi di Penelope Cruz e l'interpretazione vocale di Estrella Morente mi commuovono, e mi ritrovo a sentire che amo e vivo il cinema proprio per quei momenti.

Questa esperienza del cineforum è stata: questo è già qualcosa. Realizzando alcuni sogni mi rendo sempre più conto di quali realtà preferisco, che è un passo in più rispetto ad un quotidiano aggionamento della classifica dei sogni più grandi.
Sono contento che sia stato fatto qualcosa di buono, qui, nel mio paese, e di aver contribuito.
Probabilmente l'esperienza si ripeterà in autunno:

grazie e arrivederci!

"Volver", la mia scheda del film

VOLVER
Regista: Pedro Almodóvar
Sceneggiatore: Pedro Almodóvar
Data di uscita: 19 maggio 2006 (Italy)
Durata: 121 min
Nazionalità: Spagna
Lingua: Spagnolo
con Penélope Cruz

Intro
Lo stesso Almodóvar ha definito questo film una tragicommedia, perché pur parlando di cose brutte, lo fa con uno stile leggero e con un ineffabile senso dell’umorismo che trasforma un dramma in un irresistibile e gioioso inno alla vita.
Il titolo del film (che significa “tornare”) è preso da un’indimenticabile canzone di Carlos Gardel, una delle più importanti figure nella storia del tango; ascoltiamo durante il film la sua opera, trasformata in un flamengo e cantata da Estrella Morente dietro le labbra della protagonista.
“Volver”, tornare, è sicuramente un ritorno alle origini per l’autore, alla sua Mancha, in una atmosfera di paese, autentica, con le tradizioni, le usanze e la genuinità di una Spagna non così lontana da noi, e in partcolare è un film di donne.
Il regista che in questi anni meglio ha saputo rappresentare le donne, con le loro fragilità e la loro forza, rende loro omaggio di nuovo in questo film, alla donna bambina, alla donna ragazza, alla donna matura, alla donna anziana e a quella timida e a quella estroversa: a tutto l’universo femminile, quello reale, perché reali sono le donne dei suoi film e ancor più in questo film. Non a caso la pellicola ha conquistato al Festival di Cannes, oltre al premio per la miglior sceneggiatura, anche il premio per la miglior interpretazione femminile, esteso eccezionalmente a tutto il cast: Penélope Cruz, Carmen Maura, Lola Dueñas, Chus Lampreave, Blanca Portillo e Yohana Cobo.
In particolare la protagonista, una bravissima Penelope Cruz ,è magnifica, florida, piena di vita e sempre attiva di fronte alle situazioni più difficili, ma anche capace della malinconia dalle lacrime dolci.
In questo film il regista non punta più a irridere o scandalizzare, come successo in passato: semplicemente racconta una storia, di donne e di Spagna e di paese, mettendoci di fronte divinità terrestri, concrete e sensuali;
con questo film Pedro Almodóvar raggiunge il rango di Maestro.
Buona visione.

Il commento scelto dall’autore del film
Lo stesso regista ha più volte citato un estratto di un entusiasta commento al film di Gustavo Martìn Garza, scrittore spagnolo.
Si parla dei personaggi femminili del film, appartenenti alla classe degli umili.
“È strano che ci facciano ridere perché la loro vita è piena di oscurità: stupri, incesti e crimini si susseguono senza sosta. In realtà, nei film di Almodóvar, abbondano i santi. Sono santi senza religione, senza il peccato dell’orgoglio, forse perché il suo cinema fa appello, come diceva Conrad, a quella parte di noi che è un dono e non qualcosa di acquisito, alla capacità di godere e meravigliarci, al senso della pietà, della bellezza e del dolore”.