lunedì 6 ottobre 2008

Un bello spettacolo tributato ad una persona importante

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Un tributo ad una persona che per una dozzina d'anni è stata molto importante per la crescita di una generazione: un prete. Giunse giovane, tra i dubbi dei monoliti della fede, a mostrare come l'età della pietra fosse finita. Ragazzo tra i ragazzi e uomo tra gli uomini, senza un comportamento autorevole, divenne per noi una guida ed ebbe il nostro rispetto: e non c'è autorità più autentica di quella conferita dal basso, da noi, e non ho dubbi continuerà per la sua strada allo stesso modo nella parrocchia di Pagnano in quel di Merate che lo aspetta. Gli augurerei "buona fortuna", o "in bocca al lupo", ma non lo faccio, mica perchè non sia un tipo alla mano, tutt'altro, ma perchè sarebbe inutile, non crede alla fortuna, ma alla Provvidenza. Quanti hanno ricevuto il dono di "una vita piena di gioia piena", chè grazie a lui hanno trovato la vera fede, erano ieri sul palco a ringraziarlo, ogni gruppo con il suo stile, a suo modo, e ogni individuo nella massima espressione di sè che può nascere solo in un ambiente LIBERO. Tanti altri però, che pure alla fede non sono giunti, e tra questi il sottoscritto, hanno tratto giovamento dai suoi insegnamenti, e ancor più dalla sua disponibilità, dal suo ascolto, dai suoi abbracci e dai suoi sorrisi. Infine la fede è un fatto personale, alcuni dicono sia un dono, ma non credo sia questa l'ottica più genuinamente cristiana, che prevede l'impegno e e la fatica per raggiungere un obiettivo, e la fiducia di poterlo raggiungere: la fiducia altresì chiamata fede.
Lo spettacolo di ieri è il frutto maturo del suo lavoro, che spero abbia già messo radici per non finire con il suo addio. Se i preti, pian piano, assomigliassero sempre più a lui, il cristianesimo avrebbe nuova forza; ma soprattutto, l'ANTICRISTIANESIMO imperante avrebbe sempre meno armi e sempre meno voglia di combattere, perchè si accorgerebbero tutti che non c'è motivo di combattere una cosa buona. Io abbandonai un ambiente a me caro per coerenza con le mie idee: pensai di non avere altra scelta, moralmente inflessibile con me stesso come sempre sono stato; in verità, a distanza di anni, mi ritrovo pragmaticamente a constatare che con questa scelta ho perso molto, e guadagnato pochissimo; quantomeno son fiero di non essere mai caduto nell'odio tanto facile nei momenti di un rifiuto o di un tradimento, perchè questa è la posizione di quanti amano odiare preti, oratori e affini.
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo.
Canti, video, foto, gag, balletti: un varietà nel vero senso della parola.
Amatoriale, coi suoi video scomparsi e qualche filo da rimuovere, l'ho amato innanzitutto per la gratuità di un gruppo di persone che si mettono insieme per fare qualcosa di bello, senza secondi fini, senza utili. Che poi a dirlo così sembra come quando presenti una ragazza ad un amico dicendogli che non è bella, ma davvero simpatica, e poi lei risulta bruttissima. Non è così. Chi cantava sapeva cantare, chi ballava sapeva ballare (o se maschio era molto divertente), chi presentava sapeva presentare e alcuni video-gag preparati erano ben ponderati, con momenti di genio. Forse un po' troppe canzoni, ma questo parere è sicuramente condizionato dalla brillante performance del presentatore senza copione che improvvisando stimolava risate senza far fatica, completamente a suo agio sul palco come ci fosse da sempre, mentre non ci sta mai; per esempio quando il prete è stato chiamato a suonare "Serafino", canzone dialettale che è divenuta leit motiv dei suoi anni qui da noi...

"Per fare Serafino serve la chitarra,
per suonare la chitarra serve il plettro,
per fare il plettro serve il fiore".

Oppure alla fine, tra i ringraziamenti -in cui è stato dimenticato solo colui che ha ripreso lo spettacolo e che quindi per ripicca non lo farà avere a nessuno- ha pensato proprio a tutti:

"Ringraziamo Nelson Mandela e Bono degli U2 per il messaggio di saluto al don".

Poi d'accordo, io sono anche di parte, essendo lui tra i miei amici più cari, ma spero vi fidiate della mia integrità critica: un FENOMENO, che certo queste due citazioni senza il suo camminare e la sua espressività non rendono a pieno. Tanto che alla fine del spettacolo c'erano due colonne di persone: una per salutare il don e l'altra per complimentarsi con la star, a cui tutti hanno consigliato di "fare qualcosa", di non sprecare il suo talento: a questo proposito permettetemi una personale considerazione. Se fosse stato a casa a vedere il milan, avrebbe sprecato il suo talento: stando lì, l'ha fatto fruttare. Perchè invece tutti quanti a chiedergli di farlo fruttare veramente, dove veramente è sinonimo di economicamente?
Perchè di colpo tutti a parlargli come se stesse buttando la sua vita, lui che è dottore in biotecnologia e studente magistrale perfettamente in corso, chè invece avrebbe potuto fare il vee-jay?
...
Il vee-jay.
...
Che nessuno si offenda, io mi diverto a rilevare l'istintività delle persone, che prese dal momento perdono la visione d'inseime, e chissà quante volte è capitato a me ma...
il vee-jay.
"forza ragazzi eccoci qua con la Santarelli e leggere i vostri cartelli e a presentare i Finley!"
cioè, parliamone.
Sì, parliamone un momento, in generale.
Dal particolare al generale, come sono solito pensare io.
Va così, più o meno.
Ti fai un culo quadro per studiare, con gli amici che ti dicono che non esci mai, con la ragazza che ti dice che non ci sei mai, con i genitori che faticano a dirti bravo perchè stai semplicemente facendo il tuo dovere: una stretta di mano il giorno della laurea, un mazzo di fiori e qualche "Congratulazioni!" di rito.
Poi vai sul palco per uno spettacolo amatoriale, senza aver preparato nulla, scherzi e ridi così ad istinto, e ti viene bene perchè è una cosa, parlare in pubblico, che ti è sempre venuta bene. Ti diverti, esci e le persone s'arrampicano per arrivare a te a dirti che sei un fenomeno.
Fin qui, la vita è strana, bene così.
Poi non si accontentano, e ci tengono a dirti che avresti potuto fare dello spettacolo.
Grazie gentilissimi...
Solo che poi si accorgono che non hai capito: avresti DOVUTO fare dello spettacolo!
Un momento storico strano:
dalla televisione in poi, ma anche prima col cinema, questa follia collettiva sulla star come più importante obiettivo raggiungibile è insita più di quanto crediamo, quindi piano a sfottere i ragazzini che vogliono fare i calciatori, che vedono dei GIOCATORI, gente che gioca, come massima aspirazione possibile; ci sono convinzioni da sradicare ben più profonde: che poi quando qualcuno sogna invece di prendere il nobel, non è mica capito.
Potrebbe fare il vee-jay...
Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad un bello spettacolo,
e vi ringrazio per averlo allestito, per aver dato voce ai più disparati modi della gratitudine: e personalmente il timbro dello spettacolo mi era congeniale, tanto che l'espressione "dar voce" può splendere con tutto il suo significato, come se sul palco ci fossi anch'io, a guardare il festeggiato con occhi onesti per dirgli, grazie
grazie,
per tutto quello che mi hai dato.


P.S. Mi sono sentito in dovere di una precisazione post post,
cioè dopo il post,
che trovate nei commenti al post.
Ades sem a post.

venerdì 3 ottobre 2008

venerdì 26 settembre 2008

Le ciambelle col buco

Non tutte le ciambelle escono col buco.
Non tutte le ciambelle vengono col buco.
Non tutte le ciambelle riescono col buco.

Queste le tre principali varianti che si trovano su google:

qual è quella giusta
quale l'originale
quale invece la più bella...

Bè, decidete voi, a me interessa il significato di questo simpatico proverbio metaforico:

non tutto esce/viene/riesce alla perfezione.

Ancor più mi interessa la sua conseguenza:
che qualcosa...

sì.

Qualche ciambella es..v...ries...
HA il buco.

Ho creato una nuova etichetta -a new tag guys for you oh yeah- che ho appiccicato ai post che ritengo migliori tra quelli scritti finora: come sempre ogni scelta è opinabile, ma almeno in questo caso è sicuramente autorevole,
essendo io l'autore.
I "post d'arte" potrei definirli, con una buona dose di approssimazione.
Quelli in cui

racconto

Scrivo

i più ispirati

con un'idea particolarmente brillante...

Un attimo, mi fermo:
stavolta l'etichetta dice più di questo mio tentativo di spiegazione.

Sono semplicemente i post che considero

riusciti:

le ciambelle col buco.

lunedì 22 settembre 2008

Leggere poco

Con la lettura ho sempre avuto un rapporto contrastato: seppur ne tragga grand soddisfazione, non riesco a lasciarmi assorbire da essa; così ho letto finora, oltre ai romanzi "obbligati" dalla scuola o dall'università, non più di una dozzina massima di altri. Eppure, ogni volta che mi tocca leggere di nuovo mi sorprendo di quanto mi piaccia e mi riprometto di regalarmi volontariamente momenti così piacevoli.
Alle origini di questa mia condizione, che dico mia ma ritengo essere di molti altri -altrimenti non ne scriverei- trovo esserci innanzitutto il piacere -quasi un bisogno- per il rapporto sociale. Infatti è innegabile che la lettura sia solitaria e se c'è una condizione che non amo, è la solitudine; d'altro canto è altrettanto innegabile che la lettura, a differenza del pensiero, è tutt'altro che solitaria, essendo un dialogo tra autore e lettore in cui s'innestano parlanti d'ogni specie, dalle più disparate voci: un mondo intero, ma finito, che ci si presenta con le sue storie e le sue vite. Come possiamo definirla dunque? Fuori dal flusso vitale, e "al posto di leggere preferisco vivere", è il motto semplicistico di qualcuno; Ermanno Olmi nel suo "Centochiodi" conclude con più classe:
“Tutti i libri di questo mondo non valgono un caffé con un amico”. Su questo credo io ho fondato il mio vivere, eppure mi sento ad un punto di svolta. È così vero che l'esperienza reale, una conversazione, un dialogo con una persona viva sia necessariamente più vivo? Oppure il dialogo è più stimolante quanto più profondo è il pensiero del dialogante, che sia orale o scritto? Di solito tendo a proporre domande, questa volta mi sento di rispondere: la seconda che ho detto, ma rimango sospeso.
Mi viene un mente un esempio:
sei in metropolitana e vedi una persona che conosci. Sei seduto e stai leggendo un libro. Tu sai che quel quarto d'ora di libro ti darà molto di più delle quattro chiacchiere banali con quella persona che a tuo modo di vedere ha ben poco da darti, non la trovi stimolante nè brillante nè particolarmente divertente. Cosa fai:
1) continui a leggere, tanto non si è accorta che la stai guardando;
2) ti alzi e vai a parlare con lei, perchè quando parli con una persona senti la vita scorrerti dentro le vene, guardando nei suoi occhi, rapportandoti con lei ti senti parte del mondo e non più solo.
Da sempre porto questo esempio con la mia scelta, la seconda; adesso non è ancora diventata la prima, ma il dubbio c'è.
Nella vita, d'altra parte, c'è spazio per entrambi i momenti: e allora quale può essere un'altra motivazione che non mi (ci?) avvicina al libro?
L'assenza del momento della lettura, magari perchè c'è sempre l'invasiva televisione a prendere il sopravvento: il libro è discreto, aspetta in silenzio che qualcuno si interessi a lui, lo prenda dallo scaffale e lo apra, e quindi che inizi a leggere; solo allora si aprirà al lettore colle più diverse storie, solo allora. Non accadrà mai che passando qualcuno chiami: ehi, tu, leggi questa storia d'azione magistralmente raccontata, con una bellissima donna e un nomo virile che..." no. Mentre la televisione, quella sì, parte con il suo programma che tu sia pronto o no, ma grazie alla forza delle immagini, invece che offendersi, il fruitore ne viene accalappiato, sia il più ingenuo che, sebbene più raramente, quello meglio addestrato ai meccanismi estetici. Infine, è giunto il pc, con la sua lettura verticale rapida, poco impegnativa e soprattutto GRATUITA, che arriva a casa senza fatica ne patemi.
Tutto questo per dire cosa? Niente, se non per giustificare la pochezza dell'elenco dei romanzi "letterari" che ho letto, ancor più colpevole in quanto laureando in Lettere...
Giuro che migliorerò, perchè sebbene la mia lettura preferita rimanga quella della realtà, leggere altri lettori della realtà continuerà a essere un'esperienza importantissima.

venerdì 19 settembre 2008

Romanzi

Italiani 

1840. "I promessi sposi", Alesssandro Manzoni 
1881. "I Malavoglia", Giovanni Verga 
1904. "Il fu Mattia Pascal", Luigi Pirandello 
1923. "La coscienza di Zeno", Italo Svevo 
1940. "Essi pensano ad altro", Silvio D'Arzo (pubblicato postumo nel 1976) 
1944. "Uomini e no", Elio Vittorini 
1947. "Se questo è un uomo", Primo Levi 
1949. "Il bell'Antonio", Vitaliano Brancati 
1952. "Il visconte dimezzato", Italo Calvino 
1955. "Ragazzi di vita", Pier Paolo Pasolini 
1959. "Una vita violenta", Pier Paolo Pasolini 
1963. "Una questione privata", Beppe Fenoglio 
1969. "Il castello dei destini incrociati", Italo Calvino 
1975. "La scomparsa di Majorana", Leonardo Sciascia 
1975. "Lettera a un bambino mai nato", Oriana Fallaci
1979. "Se una notte d'inverno un viaggiatore", Italo Calvino 
1980. "Il nome dela rosa", Umberto Eco 
1989. "Due di due", Andrea di Carlo 
1991. "Castelli di rabbia", Alessandro Baricco 
1996. "Seta", Alessandro Baricco 
2004. "Omero, Iliade", Alessandro Baricco 
2006. "Questa storia", Alessandro Baricco 
2006. "La fine è il mio inizio", Tiziano Terzani
2008. "La solitudine dei numeri primi", Paolo Giordano 

Stranieri 

1819. "Ivanhoe", Walter Scott 
1836. "La figlia del capitano", Aleksàndr Sergéevič Puškin 
1838. "The Narrative of Arthur Gordon Pym", Edgar Allan Poe 
1856. "Madame Bovary", Gustave Flaubert 
1890. "Il ritratto di Dorian Gray", Oscar Wilde 
1903. "Tonio Kröger", Thomas Mann 
1914. "Dubliners", James Joyce 
1915. "La Metamorfosi", Franz Kafka 
1928. "L'amante di Lady Chatterly", David Herbert Lawrence 
1930. "Narciso e Boccadoro", Herman Hesse 
1932. "Il mondo nuovo" (Brave New World), Aldous Huxley 
1945. "La fattoria degli animali", George Orwell 
1946. "Per chi suona la campana", Ernest Hemingway 
1951. "Il giovane Holden" (The catcher in the rye), Jerome David Salinger 
1952. "Il vecchio e il mare", Ernest Hemingway 
1953. "Fahrenheit 451", Ray Bradbury 
1954. "Il signore delle mosche", William Golding 
1967. "Cent'anni di solitudine", Gabriel Garcìa Màrquez 
1991. "Il mondo di Sofia", Jostein Gaarder

Riguardo l'elenco, il post di riferimento è questo.

mercoledì 17 settembre 2008

Gli esami qualche volta finiscono

...checchè se ne dica.
Per poi ricominciare, effettivamente o metaforicamente, con la vita che va avanti; però, la contingenza non è indifferente, il presente è ciò che viviamo, in cui posso dire: ho finito gli esami. Il commento più razionale, pragmatico e concreto sta in due parole allitteranti:
era ora.
Con un pizzico del "tutto-dovuto" in meno, potrebbe stare anche in una parola sola:
finalmente.
Questo post, che ora sto scrivendo, è stato nella mia mente il Post per eccellenza, lo sfogo scritto di tutto ciò che sono stati questi 5 anni, il manifesto del mio travaglio morale e intellettuale, che i passanti inconsapevoli per la mia strada, assorbiti nell'ottica del fare, e in fretta, non potevano vedere.
I fatti in questa storia sono pochi, eppure chi mi conosce li ha sentiti davvero in continuazione: e me ne scuso, perchè "lamentoso" non era certo un aggettivo che mi si poteva accostare prima dell'esperienza universitaria, e non solo perchè avevo ben poco da lamentare.
Arrivato alla maturità scientifica immacolato e distinto, troppo pigro per cercare l'eccellenza, mi ritrovai davanti alla Scelta, ma io non ero ottimo in niente, e buono in tante cose, incuriosito da tutto e appassionato di niente, e davanti mi si apriva l'intero universo delle vite possibili: mi persi... Mi sentivo come Novecento, quello del monologo di Baricco e del film di Tornatore, pianista straordinario nato e vissuto su una nave, che quando cercò di scendere nel mondo, si fermò sullo scalino della nave, perchè...

C'era tutto.
Ma non c'era una fine
Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me
Ma se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita
Se quella tastiera è infinita, allora
Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una
A scegliere una donna
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire
Tutto quel mondo
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce
E quanto ce n'è
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.. .
lo sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.

[Novecento, Alessandro Baricco]

Io ero sulla scaletta, ma non potevo tornare indietro, la nave era ripartita, eppure non so come, la scaletta era rimasta, attaccata alla terra e sospesa sul mare: potevo solo scendere, non avevo altra scelta se non... rimanere sulla scaletta, a guardare l'immensità, a sognare ogni giorno una vita ogni volta diversa, a vivere tutte le vite dell'umanità per accontentare l'infinito spirito vitale che è in noi, che afferra l'idea del tutto e deve accontentarsi di qualcosa. E voi, non tutti, certo, che eravate lì intorno a me, preoccupati, a urlarmi "Forza! Forza, scendi quella corta scaletta!" e mi mostravate com'era facile fare due gradini, "sposta il piede in avanti e poi lasciati andare" dicevate, e mi mostravate la strada scendendo di corsa guardando in basso gli scalini, mentre io non riuscivo ad abbandonare l'estasi dell'indefinito, fermo, ammirato dai colori variopin...
"Ti sei laureato? Non ancora? Quanto ti manca? Dai eh, dai dai...":
chi si ammazza per correre non capisce perchè qualcuno cammini, non capirà mai che il paesaggio è più bello del cronometro...
La cosa curiosa è che queste domande hanno convissuto con: "ti laurei in Lettere? E (con tono dispregiativo o , di sufficienza, o alle volte addirittura illuminato vòlto a disilludere) cosa farai DOPO?"
Gli stessi che insistono perchè mi laurei sono i primi a non credere alla mia laurea? Esatto.
Ma sulla scaletta io non potevo rimanere, mica per altro, ma perchè l'uomo rimane schiavo dei suoi bisogni fisici: dovevo mangiare, dovrò mangiare, ma la nave se n'era andata, ve l'ho detto.
Un gradino per volta,
aggrappato a papà, mamma,
all'amico, al fratello,
alla ragazza, allo sconosciuto,
aggrappato ad un'idea e ad un sogno,
senza guardare in basso:
quasi una vertigine al contrario,
non volevo lasciare il tutto che avevo davanti...
Adesso sono a terra. Mi devo certo ripulire, cambiare il vestito, guardarmi intorno, pensare ad un bel discorso per festeggiare con voi, che iniziate a sorridere, qualcuno con uno spazientito sorriso di sollievo... In tanti ci credevano, i miei più stretti amici sapevano per certo...
Ho intravisto una strada, non che la veda più bella delle altre, è che quando sono sceso, ero girato verso quella e allora, così, perchè cambiare?
La strada sarà accidentata, in salita, magari invece, liscia e comoda, ci saranno altri dubbie, altre scelte, ma quel gradino, su quel gradino ci sono stato una vita, e le notti in cui guardavo il cielo sereno e mi sentivo parte del tutto si sono alternate alle notti di pianto, mica per la mia condizione, sul gradino, ma perchè su quel gradino tante volte mi sentivo solo, e quando cercavo di mostrare quello che vedevo da lassù, i più non salivano nemmeno, qualcuno per amore saliva, e provava a vedere, e poi c'era quello che vedeva quello che vedevo io, capiva se stavo fermo, capiva se mi muovevo, capiva me perchè sentiva e sente come me, ma lui mica poteva stare lì sempre, anche se gli sarebbe piaciuto, perchè lui vedeva lo stesso in una goccia d'acqua.
L'equilibrio precario,
i pensieri, su qualche foglietto di carta,
(li lasciavo volare sopra le onde, e bagnarsi, sciogliersi o magari rimanere seguendo la marea oppure svolazzando, tornarmi davanti agli occhi)
il convincersi di scendere
o invece girarsi e farsi una nuotata
stare in piedi con coraggio
seduti sconsolati
sempre tentennando
tremolante
sul gradino.
La storia di Novecento, ve la racconta Baricco, la mia invece è finita così...

Aveva preparato la frase, quando sarebbe sceso, l'avrebbe urlata
No no, l'avrebbe detta, ad alta voce
Pronunciata, ecco, pronunciata
con maestosità ai quattro venti
Sarebbe parso divino in quell'atto teatrale
E tutti, tutti quelli che erano lì ad aspettare
avrebbero sentito la sua voce
e pianto dei suoi occhi scuri
riso del suo esagerare
"Non cambierà mai"... dicevano da un lato
"Speriamo!" rispondevano dall'altro
"Troppo tardi, è già cambiato" pensava un disilluso
"Di bene in meglio" quelli che lo avevano sempre amato..

Aveva preparato la frase, aveva immaginato la scena
aveva pianto immaginando, quand'era sulla scaletta,
per poi ridere del suo commuoversi per niente
e se qualcuno l'avesse visto, sulla scaletta
avrebbe pensato che fosse a ritmo con le maree
influenzato dalla luna
e avrebbe riso anch'egli
fino alle lacrime,
e insieme avrebbero ingrossato il mare,
(che di lacrime è fatto, per questo è salato)

Tutto era calcolato
aveva visto
le teste annuire in coro
soddisfatte
aveva sentito il calore degli abbracci.
Era pronto,
e scese.

Aspettavano, tutti.
...
Si grattò la testa, reclinandola un poco
poi arricciò il naso
e si grattò con l'indice anche quello

"Ehm
è che...
avevo una frasetta, no...
uno spettacolo...
no davvero era bellissima,
cosa inizi a ridere tu,
va che era la frase delle frasi!"
Si ridacchiava, distesi, ma lui no
che quella frase l'aveva preparata da una vita!
Finchè
si distese anche lui
e anche il suo viso

Ormai si conosceva bene

"Va bè.."
disse
"Vi saluto,
vado
a sgranchirmi le gambe..."
Potrei raccontare che le risate furono tante
che tutti si sbellicarono a quella battuta:
in verità no,

ma erano tutti contenti

e la sera avrebbero festeggiato insieme
ascoltando il racconto
della scaletta sospesa
tra il mare e la luna.

martedì 9 settembre 2008

Roger fa 13

Il titolo sarà fin troppo usato quest'oggi, e "originale" non sarà suo attributo: ma richiama immediatamente la vittoria, una vittoria importante, e certamente quella di ieri lo è. Ieri sono finiti gli U.S. Open, l'ultimo Slam dell'anno, e Federer ha vinto, stravinto, per il quinto anno di seguito. Conquista il tredicesimo Slam in carriera, e si trova a meno uno dal record di 14 di Pete Sampras.
La classifica non cambia, no di certo, anzi, Nadal allunga! Federer ieri non ha fatto altro che confermare i punti dell'anno scorso, mentre Nadal perdendo in semifinale dal britannico Murray, ha migliorato il risultato dell'anno scorso, quando perse al quarto turno. I calcoli del resto, non sono tutto. Infatti questo torneo ha dato diverse indicazioni in previsione del 2009, com'era stato l'anno scorso. Infatti il 2007 aveva sancito sul finire l'avvento di Djokovic: la previsione per il 2008 di una corsa a 3, e non più un "uno contro uno". In effetti è stato così, seppur in maniera inferiore alle aspettative.
Quest'anno Murray battendo Nadal e raggiungendo la sua prima finale in uno Slam sale prepotentemente in quarta posizione: il 2009 sarà un quadrangolare.
Ci sono altre indicazioni, però: dopo la finale di Wimbledon, Nadal era numericamente ancora lontano dalla prima posizione, ma tutti, nel mondo del tennis, sapevano che il re stava per cadere, sentivano Nadal come il più forte. Col tempo, come direbbe Tommasi, "se n'è accorto anche il computer". La vittoria di ieri e le vittorie maturate nel torneo, hanno mostrato per lunghi tratti il Federer elegantemente potentissimo da tutti considerato come il più grande giocatore di tennis della storia. Quindi se i nuumeri danno ancora più ragione al maiorchino smanicato (ma forse dalla prossima partita cambierà stile..) il gioco espresso dallo svizzero e questa vittoria lo rilanciano ampiamente per un ritorno in testa. Come ha detto Roddick ancora prima del trionfo, "la stagione di Federer è invidiabile" da tutti i tennisti del mondo, tranne che per Nadal, naturalmente, che ha fatto qualcosa di straordinario (citazione necessaria cisto che spesso mi sento la domanda: "ma cosa è successo a Federer?"). Ma un titolo, due finali e una semifinale nei quattro principali tornei dell'anno danno l'idea della "crisi" di Federer: tutti pagherebbero per avere alle spalle una stagione così; ma Roger gioca con la storia, e noi con lui, nel vedere sogni realizzarsi, nel vivere il racconto di una leggenda, che tanti come me vorrebbero il più epica possibile. Oltre al record di Slam, raggiugibile, gli mancherebbe almeno un successo nel Roland Garros, ma con Nadal più giovane di 5 anni in giro, ogni anno l'ipotesi si allontana. Sempre al Rolandd Garros e al maiorchino è collegato il massimo traguardo raggiungibile da un tennista, il Grande Slam, la vittoria di tutti e quattro gli Slam in un solo anno: ci è arrivato incredibilmente vicino, Federer, nel 2006 e nel 2007, quando ne ha vinti 3 raggiungendo la finale a Parigi, ma in entrambe le occasioni si è trovato di fronte forse il più forte giocatore di sempre sulla terra rossa, appunto l'attuale numero 1 Rafael Nadal.
Vedremo, sempre senza dimenticare che la posizione numero 5 nel 2009 io l'ho già assegnata, e sarà di Gulbis. La stagione non è finita, ci sono ancora due Masters Series, Madrid e Parigi-Bercy, e la Masters Cup finale in Novembre.
Buon tennis a tutti!